Manca un anno a Brexit, primo bilancio per l’economia britannica

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Brexit è esattamente a metà del guado: un anno fa la premier Theresa May dopo molti tentennamenti decise di invocare l’articolo 50 dei Trattati, facendo scattare il conto alla rovescia verso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

L’impatto dell’uscita è attutito dall’accordo appena siglato da Londra e Bruxelles, che prevede un periodo di transizione fino alla fine del 2020, ma nella psiche britannica la data simbolica di uscita resta il 29 marzo 2019.Al termine di dodici mesi intensi che hanno portato elezioni politiche disastrose per la May, numerosi difficili round di negoziati tra Gran Bretagna e Ue e una serie di accordi che tracciano in via provvisoria il percorso futuro, è il momento di fare un bilancio sull’impatto di Brexit sull’economia britannica.

Sull’economia si manifestano più evidenti gli schieramenti su Brexit. Il fronte pro-Ue sottolinea che l’economia britannica è passata da essere la più dinamica in Europa a essere il fanalino di coda del G-7. La crescita annuale del Pil, che era del 2,3% nel 2015, è rallentata all’1,7% nel 2017 e le previsioni sono di un +1,5% nell’anno in corso. Le incertezze legate a Brexit hanno impedito all’economia britannica di sfruttare il vento a favore della ripresa globale sincronizzata.

I sostenitori di Brexit preferiscono invece sottolineare la capacità di resistenza che l’economia britannica ha dimostrato in un periodo di straordinaria incertezza. Le previsioni apocalittiche di una brusca recessione non si sono realizzate, segnale che il pessimismo era esagerato. L’indebolimento della sterlina ha penalizzato sì i consumatori, ma ha rilanciato le esportazioni, aumentate del 6% lo scorso anno. La convinzione è che superata la fase di transizione, l’economia britannica potrà tornare a spiegare le ali una volta libera dai freni imposti dall’appartenenza alla Ue. «L’economia è indubbiamente rallentata ma senza crolli, – afferma Steven Andrews, multi-asset fund manager di M&G Investments. – Il market sentiment attuale è che forse Brexit non è così terribile, ma il fatto è che non esiste una Brexit positiva, solo una Brexit meno peggio perché genera incertezza». Guardando al futuro, la questione cruciale saranno gli accordi commerciali che la Gran Bretagna riuscirà a stipulare, secondo Andrews: «Sarà la natura delle intese con il resto del mondo che determinerà le decisioni di investimento».

Per quanto riguarda i consumatori, la loro fiducia nell’ultimo anno è stata messa a dura prova dalle incertezze economiche e politiche legate a Brexit. L’indebolimento della sterlina ha fatto ripartire l‘inflazione, che era allo 0,7% nel 2016, anno del referendum, e che ha poi iniziato a salire fino a toccare un massimo del 3,1% nel novembre scorso. Ora le pressioni inflazionistiche si stanno placando – a febbraio il tasso Cpi è sceso al 2,7% e si prevede cali ulteriormente – mentre dopo un lungo periodo di stallo stanno risalendo i salari medi.

La stretta sui consumatori non è però finita, spiega Howard Archer, chief economic advisor dell’EY Item Club: «Il previsto aumento dei tassi da parte della BoE potrebbe incoraggiare alla cautela sulle spese e sul ricorso al credito, date le limitazioni al loro potere d’acquisto e il fatto che i risparmi sono scesi ai minimi da molto tempo». La situazione resta quindi precaria.

La politica monetaria : Su questo fronte la Gran Bretagna potrebbe allinearsi più alla Fed americana che non alla Bce. Dopo un decennio di tassi invariati ai minimi storici, la Bank of England ha alzato i tassi allo 0,5% nel novembre 2017 e questo mese ha accennato a ulteriori rialzi. L’inflazione, anche se in calo, resta infatti ben oltre il tasso programmato del 2%, oltre il doppio dell’1,2% dell’eurozona, e oltre il 2,2% degli Usa, dove la Fed ha già iniziato ad aumentare i tassi. La previsione è quindi che la BoE proceda con altri due ritocchi al rialzo quest’anno in maggio e novembre.«I mercati si aspettano un altro rialzo, non c’è dubbio,- spiega Wolfgang Bauer, Retail Fixed Interest fund manager di M&G Investments. – Il rischio di una serie di aumenti è notevole in entrambi gli scenari possibili. In caso di una buona Brexit, la Gran Bretagna parteciperà pienamente alla ripresa economica globale sincronizzata. In caso di una cattiva Brexit, la BoE potrebbe difendere la sterlina. In entrambi i casi, ci sono buone ragioni per alzare i tassi». I rialzi dei tassi sono inevitabili perché il governatore vuole inviare un segnale di normalizzazione, afferma Konstantinos Venetis, senior economist di TS Lombard: «Mark Carney vuole alzare i tassi presto per raffreddare l’inflazione e per concludere la fase di emergenza della politica monetaria. Detto questo, il bicchiere è mezzo vuoto sul fronte economia, la crescita non decolla affatto e la performance della Gran Bretagna continuerà a essere inferiore a quella delle altre economie avanzate. Anche un rialzo dei tassi graduale e limitato quindi rappresenta un rischio».

Così come non c’è stata recessione dopo il referendum, non si è verificato il temuto esodo di banche e banchieri via dalla City. Pressoché tutte le banche internazionali hanno avviato i loro “piani di emergenza”, potenziando gli uffici nell’Eurozona – soprattutto a Francoforte, ma anche a Parigi, Dublino, Amsterdam, Lussemburgo e Milano – e trasferendo personale. Si è trattato di circa 5mila persone in totale, non le 75mila stimate dalla Banca d’Inghilterra. Si prevede però che la fuga verso l’Eurozona possa accelerare nei prossimi mesi, dato che il Governo britannico ha confermato la fine del passporting, il sistema che consente a ogni banca o istituto finanziario di operare in un altro Paese Ue senza l’onere di dover aprire una filiale in loco. Molto dipenderà però dall’esito dei negoziati in corso tra Londra e Bruxelles sugli accordi di equivalenza o riconoscimento reciproco.

La Bank of England ieri ha pubblicato le sue linee guida sul futuro dei servizi finanziari lanciando un messaggio rassicurante: durante il periodo di transizione sarà “business as usual”. Banche e istituti finanziari potranno continuare a operare come fanno adesso, passporting compreso. La BoE si è detta fiduciosa che anche dopo il 2020 continuerà a esserci una strettissima cooperazione tra Londra e Bruxelles in materia.

Indipendentemente dai negoziati, si può dire con ragionevole certezza che la City continuerà a brillare, anche se inevitabilmente diventerà più internazionale e meno europea. Un segnale di fiducia nel suo futuro è che nell’ultimo anno i cinesi hanno investito miliardi per acquistare palazzi di uffici nello Square Mile. L’ultima classifica dei centri finanziari mondiali, pubblicata questa settimana da Z/Yen, conferma Londra al primo posto, di fronte a New York e Hong Kong. La prima città dell’Eurozona in classifica è Francoforte – al ventesimo posto.

Nicol Degli Innocenti, il Sole 24 Ore

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