Venezia, Coin «sfratta» Coin dallo storico palazzo. La guerra dell’affitto

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Paola Coin, esponente della famiglia ex proprietaria dei grandi magazzini, ha chiesto un aumento degli affitti del 500% a 3-3,5 milioni al gruppo Coin che nel palazzo gestisce uno store Excelsior. Non è stato trovato l’accordo e sono partiti 94 licenziamenti. Le parti si troveranno in Tribunale martedì. La preoccupazione a Venezia dei dipendenti.

Tutto comincia a Pianiga, un piccolo centro del veneziano, quando Vittorio Coin ottiene, nel 1916, la licenza di venditore ambulante di tessuti. Poi l’attività si amplia, la famiglia apre diversi esercizi commerciali e nel 1939 i Coin costituiscono la società anonima: è il grande salto che li porta anche, nel 1947, a conquistare il cuore di Venezia aprendo vicino a Rialto un grande magazzino. Ed è su quel palazzo, conosciuto da sempre a Venezia come «casa Coin», che ora è in corso la grande battaglia. Perché ora Coin «sfratta» Coin. Se anche non si tratta (come potrebbe sembrare) di una lite interna a una storica famiglia imprenditoriale, il dossier presenta tutti gli elementi che lo rendono «esplosivo», a cominciare dall’avvio della procedura di 94 licenziamenti, dalla manifestazione annunciata dai dipendenti e dall’udienza in tribunale domani. Come ricostruito dal «Corriere del Veneto», la società Drizzly di Paola Coin, esponente della famiglia uscita dal gruppo di grande distribuzione cedendo prima la maggioranza nel 2005 e poi il resto delle azioni nel 2011, ha comunicato a Coin srl un maxi-aumento dell’affitto del palazzo: rispetto a una locazione annuale di 650 mila euro, la richiesta è di un balzo del 500% a 3-3,5 milioni. La controproposta di Coin, che ha da poco finito di ristrutturare lo store investendo 3 milioni, è di uno scatto del 350%, giudicato però inadeguato da Paola Coin. E, poiché l’affitto è scaduto il 28 febbraio, Drizzly deposita l’ordinanza di sfratto con data ultima a metà aprile. La contromossa è l’opposizione in tribunale. L’udienza si terrà martedì e saranno i magistrati a decidere le modalità e i tempi del «rilascio dei locali». L’assessore al patrimonio del Comune di Venezia, Renato Boraso, dice di «non aver perso le speranze: forse tempi più lunghi potranno consentire un negoziato». Nel comunicato diffuso dall’assessorato venerdì viene citato anche un incontro con Stefano Beraldo, amministratore delegato di Ovs e uno dei nuovi azionisti di Coin: il primo marzo il fondo Bc partners ha ceduto l’intera proprietà della società di department store a Centenary, newco gestita dal management team di Coin e da altri investitori costituita ad hoc per l’operazione. Beraldo, regista della transazione, ha dichiarato a Boraso il «grande rammarico» per una vicenda ormai conclusa in quanto non è stata data dalla proprietà dell’immobile la possibilità di un confronto». In calendario c’è già un’altra scadenza: il 23 marzo si terrà una riunione al tavolo per le crisi aziendali della Regione Veneto. Nel frattempo i dipendenti («la riduzione del personale è un atto dovuto», spiegano in Coin, «in seguito all’azione della proprietà dello stabile») hanno già annunciato che domani «occuperanno» il negozio, che fa parte del segmento Excelsior di Coin, quindi di fascia più alta, timbrando il cartellino ma senza entrare in servizio. E per martedì hanno programmato un sit-in di fronte al tribunale. Insomma, «Coin che sfratta Coin» (avendo già sul tavolo, secondo voci non confermate, un precontratto di affitto con la catena svedese H&M) è un dossier guardato con attenzione non solo a Venezia, e vissuto con preoccupazione da chi vede a rischio il posto di lavoro. Coin certo non vuole traslocare dalla «casa» né lasciare la città. Ma non appare semplice la scelta di un’altra location nel cuore di Venezia. In ogni caso, anche se non si tratta di una «dinasty» con complotti e tradimenti, il capitolo su canone e sfratto sembra raccontare un epilogo inatteso di un’avventura iniziata oltre cento anni fa e che ha visto già da tempo la separazione tra famiglia e marchio Coin. Forse però si tratta di vite ancora in qualche modo intrecciate. E, come accade in questi casi, le ultime righe vengono scritte in tribunale.

Sergio Bocconi, il Corriere della sera

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