In Italia, è nata la prima fabbrica dove si estraggono i bitcoin

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A Firenze c’è la zecca della criptovaluta: business equivalente a 150 mila dollari al mese

Unico caso in Europa. I fondatori vogliono sfidare la Cina leader del mercato

Tutto è iniziato dal cestello di una lavastoviglie. Prototipo artigianale della prima macchina per la produzione dei computer necessari a estrarre bitcoin. Calenzano, provincia di Firenze. Lì ha sede la prima e sinora unica tecnominiera in Europa, una vera e propria fabbrica «che non si limita a stampare monetine digitali», ma una sorta di zecca della criptovaluta.

I fondatori della Bitminer Factory sono Gabriele Stampa, 43 anni, e Gabriele Angeli, 34 anni. Il primo ha lavorato nel campo del digital marketing, mentre il secondo ha una lunga esperienza nell’azienda di famiglia specializzata negli impianti per l’energia rinnovabile. Lo scorso aprile, Stampa e Angeli hanno fatto della moneta virtuale il loro business: oggi, dopo nemmeno un anno, estraggono criptovalute per l’equivalente di 150 mila dollari al mese, dando lavoro a 12 persone.

Il capannone di Calenzano, sede della Bitminer Factory, è enorme. Le macchine per l’estrazione dei bitcoin sono 400, ma la fabbrica può ospitarne sino a mille. La criptovaluta viene prelevata dalla blockchain, il database che registra le transazioni fatte in bitcoin garantendone la sicurezza. Sinora, è la Cina ad aver avuto il monopolio dei computer Asic per l’estrazione dei bitcoin, col 65% della produzione totale. I due soci toscani, però, vogliono sfidare i colossi asiatici. «In Italia, sino a oggi, chi volevaminare criptovalute si costruiva da solo la propria macchina, una cosa casalinga riservata ai nerd, oppure comprava un computer cinese», ha spiegato Angeli. «Noi abbiamo ottimizzato la nostra macchina, sia dal punto di vista della potenza di calcolo, sia del consumo energetico». Dal cestello della lavastoviglie sono nati macchinari dall’enorme consumo di energia, che alla Bitminer Factory viene prodotta in casa grazie all’esperienza dei fondatori nel settore del fotovoltaico.

«Adesso usiamo le nostre macchine per minare in proprio e le vendiamo a privati e imprenditori che vogliono minare a loro volta», ha proseguito Angeli. «Nel nostro capannone offriamo infrastruttura, gestione e manutenzione. Non vogliamo solo stampare monetine digitali, ma partecipare a una rivoluzione industriale che garantisce lavoro a team di sviluppo di altissimo livello, indipendenti e liberi, che si autofinanziano con le criptovalute. Le parole d’ordine di chi lavora con la tecnologia blockchain sono libertà, democrazia e trasparenza».

All’inizio di febbraio, in uno studio notarile di Torino s’è registrato il primo caso di transazione immobiliare con criptovaluta in Italia. Ad acquistare un appartamento coi bitcoin è stata una ragazza cinese con interessi nel nostro paese. Per i soci della Bitminer Factory, però, l’Italia, sulla moneta virtuale, rischia di restare indietro. «La finanza diventerà fintech, le banche tradizionali stanno già sparendo: il fintech avrà bisogno di macchinari e tecnologia, noi vogliamo costruirli e venderli», ha detto Stampa al Corriere fiorentino. «Il nostro paese, però, deve svegliarsi: la Russia e le repubbliche baltiche saranno protagoniste della nuova rivoluzione industriale nei prossimi dieci anni. C’è il rischio che l’Italia resti al palo. Dobbiamo partire subito per non perdere l’enorme opportunità di un comparto industriale da costruire e di un mercato che dev’essere creato da zero e conquistato».

Filippo Merli, ItaliaOggi

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