Dal 2015, il Papa è stato informato degli abusi del clero in Cile

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Papa Francesco

Charles Scicluna, l’investigatore incaricato dal Papa di verificare le responsabilità del vescovo Juan Barros, accusato di aver «coperto» gli abusi del suo mentore padre Fernando Karadima, arriverà presto a Santiago del Cile per ascoltare le vittime. E ora emerge che con ogni probabilità già nel 2015 Francesco aveva ricevuto una segnalazione scritta contro l’attuale vescovo di Osorno.

La notizia è stata pubblicata dall’Associated Press e successivamente il quotidiano cileno «La Tercera» ha messo online sul suo sito web l’intero testo della lettera firmata dalla vittima, Juan Carlos Cruz.

Quella missiva era arrivata a destinazione? Marie Collins, ex vittima di abusi ed ex componente della commissione vaticana per la tutela dei minori, lo ha confermato all’AP: «Quando abbiamo dato» al cardinale Sean O’Malley, presidente della commissione, «la lettera per il Papa, lui ci ha assicurato che la avrebbe consegnata a Francesco. In un secondo momento, ci ha assicurato che era stato fatto».

Nella lettera, datata 3 marzo 2015, Cruz racconta quanta sofferenza gli ha provocato la nomina di Barros a vescovo di Osorno, decisa da Francesco poco prima: «Mi sono animato a scriverle perché sono stanco di combattere, piangere e soffrire». La vittima spiega che prima di rivolgersi al Pontefice aveva scritto al nunzio apostolico in Cile. «A gennaio è stata resa nota la designazione di Barros», continua Cruz, «per me e per moltissima gente, Santo Padre, è stato un vero choc… Ho immediatamente scritto una denuncia al nunzio Ivo Scapolo, che abbiamo cercato di incontrare ma che non ha mai avuto la cortesia di riceverci».

«Santo Padre – continua la vittima – una cosa è il tremendo dolore per l’abuso tanto sessuale quanto psicologico al quale siamo stati sottoposti, forse però è persino peggiore il terribile maltrattamento che abbiamo ricevuto dai nostri pastori». Secondo la testimonianza di Cruz, sia Barros come altri tre sacerdoti oggi vescovi, Andrés Arteaga, Tomislav Koljatic e Horacio Valenzuela, «erano vicini e a volte al nostro fianco quando Karadima ci abusava. Anche essi stessi erano toccati in modo inappropriato da Karadima».

Vale la pena di ricordare che il vescovo Barros non è mai stato accusato di aver commesso abusi. Né è accusato di comportamenti impropri durante gli ormai lunghi anni di episcopato a Iquique, come Ordinario militare e ora ad Osorno. È evidente che questa testimonianza, già emersa ai tempi dei procedimenti contro l’influente parroco Ferdinando Karadima – rivelatosi poi un abusatore seriale di ragazzi – non era stata ritenuta sufficiente per agire contro Barros. Il Papa stesso dal 2015 fino a pochi giorni fa non ha ritenuto che vi fossero “evidenze” per procedere contro di lui, come ha ripetuto più volte durante il colloquio con i giornalisti di ritorno dal viaggio in Cile e Perù. Assicurando però che se qualcuno gliele avesse portate, era pronto a cambiare idea.

Qualcosa è però accaduto se il 30 gennaio la Santa Sede ha comunicato che «a seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso» Barros, il Papa «ha disposto» che il migliore e il più esperto dei prelati anti-pedofilia, con una lunga esperienza di indagini e di ascolto delle vittime, si recasse in Cile «per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso».

Adrea Tornielli, La Stampa

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