Dalla flat tax al nuovo assegno per i figli: la sfida tra i partiti sul fisco

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Tagli e rimodulazioni di tasse sono uno degli argomenti più caldi della campagna elettorale. Dal sogno dell’aliquota unica promosso dal centrodestra, all’allargamento della no tax area promosso dai cinque stelle, fino alle proposte di innalzamento del carico fiscale per le fasce di reddito più alte. E il Pd pensa a una riorganizzazione dei benefici per le famiglie

 

La battuta è quanto mai nota, forse è leggenda, ma comunque è rimasta alla storia: Antonio Gava, ministro delle Finanze per un breve periodo durante la Prima Repubblica, radunò i suoi sostenitori del collegio elettorale e annunciò tra gli applausi: “Abbiamo sceso l’Irpèf”.
Le tasse e in particolare l’Irpef, quelle sul reddito, e quelle maggiormente evase dagli autonomi (perché i dipendenti le pagano tutte sulla busta paga), restano un buon argomento, specialmente i campagna elettorale. I primi fuochi si sono già visti. La parola d’ordine del centrodestra è flat tax: aliquota unica al 23 per cento, come la disegna Berlusconi che comunque assicura che la progressività sarebbe garantita dalla no tax area che sale a 12 mila euro. Argomento controverso, almeno fino alla pubblicazione delle cifre complete: gli specialisti sostengono che ci sarà una maggiore differenza tra ricchi e poveri e che pagheranno il 23 per cento anche coloro che oggi pagano il 43. Sulla stessa linea Salvini, ma ancora più radicale: l’aliquota unica è del 15 per cento. Entrambe le proposte costano tra i 30 e i 40 miliardi. Sull’Irpef vanno a pescare anche i Cinque Stelle. La proposta parte dall’aumento della no tax area dagli attuali 8.174 euro a quota 10 mila. Poi le aliquote da cinque scendono a tre e, dai 28 a i 100 mila euro, cuore dei contribuenti, si paga il 37 per cento. Bello, ma si calcola un costo di 20 miliardi. Sul terreno anche la proposta di Liberi e Uguali, che tuttavia è l’unico raggruppamento che sembra tenere in primo piano la questione della progressività: l’aliquota più alta infatti dovrebbe salire oltre il 43 per cento, ma quelle basse a partire da quella minima del 23 per cento (scenderebbe al 15 per cento) dovrebbero mordere di meno. Costo, in base alle indiscrezioni circa 20 miliardi. Il più prudente sembra il Pd, che sembra aver abbandonato l’idea delle tre aliquote lanciata da Renzi negli anni passati, e che punta tutta sulla riforma degli assegni per i figli. Si eliminano assegni familiari, detrazioni e bonus e arriva un assegno unico che parte da 250 euro (da 0 a 2 anni) e arriva a 100 euro tra 18 e 25. Il tutto in chiave di progressività: le detrazioni vanno ad esaurirsi dopo i 55 mila euro e verso i 100 mila. Il costo è di 24 miliardi di cui 8 vanno trovati presumibilmente in deficit.

La Repubblica

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