James Hansen racconta la sua vita avventurosa

Share

James Hansen

Milano, quartiere Città Studi a due passi dal Politecnico e in mezzo a palazzi del miglior razionalismo meneghino, ci sono gli uffici della Hansen Worldwide da cui un signore americano che parla un italiano forbito con l’accento di Seattle continua a fare il grande comunicatore per grandi aziende, dopo averlo fatto per anni, e che anni!, all’Olivetti, alla Fininvest e alla Telecom.

James Hansen, 68 anni, giocherella con la pipa, che non accende mai, mentre ripercorre 40 anni di vita in Italia iniziata come Vice-console americano a Napoli, nel 1975, e proseguita a fianco di personaggio come Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi.

Ma il vero «caso Hansen» non è la sua sontuosa carriera di grande comunicatore e di corrispondente quotato per l’International Herald Tribune e il Daily Telegraph, ma lo straordinario successo della sua Nota Diplomatica, che si può leggere spesso su ItaliaOggi e che conta, via mail, oltre 10 mila affezionati lettori. Un piccolo essai settimanale di geopolitica (Hansen è stato anche direttore di East) che prepara con cura e che permette di leggere il mondo e i suoi cambiamenti.

Domanda. Hansen, cominciamo però dall’America. Perché si mise in testa di fare la carriera diplomatica?

Risposta. La carriera diplomatica è stata una sorta di «piano B», ho iniziato facendo lo scenografo teatrale.

D. Non mi prenda in giro.

R.Studiando filosofia all’università cominciai a fare dei lavoretti, com’è d’uso da noi.

D. Di cosa si occupò?

R. Mi sono ritrovato a fare il falegname di scena per una compagnia teatrale, lavoro che diventò sempre più serio, arrivando di contrattino in contrattino alla scenografia. E lì maturò il mio primo approccio al giornalismo.

D. E come?

R. Raccontai la scenografia, a cui avevo lavorato, di una Bohème di Puccini messa in scena all’Operà di Santa Fe. C’è, mi pare nel terzo atto, una scena che si svolge alle porte di Parigi. Lì piazzammo dei soldati coi fucili dal tappo di sughero, soldatini di piombo umani. Scoprì che erano dei carcerati, usciti per fare i figuranti. Carcerati guardiani. Troppo bello.

D.Cosa successe ?

R. Ne scrissi un articolo per il giornale locale. Ma il regista, che lo l’aveva promesso a un amico su un altro giornale, la prese malissimo, licenziandomi su due piedi.

D. Fired, diceva Donald Trump quando faceva il reality.

R. Fired, giusto. Siccome però bisognava ancora fare le scene per altri spettacoli, la compagnia mi pagò sottobanco con un altro nome per finire il lavoro.

D. Il giornalismo le provocò subito un guaio, ma ci arrivò solo più tardi.

R. No, infatti, mi venne in mente di presentare l’application per una selezione del corpo diplomatico, un’idea che accarezzavo da tempo, un’alternativa al legno.

D. Non sarà stato semplice.

R. Infatti. Da un parco di oltre 400 mila di candidati, se ne presero 40, dopo una serie infinita di colloqui.

D. Sarà stata dura, per un laureato in filosofia.

R. Piuttosto un vantaggio, credo. Se ho un talento è quello di saper dare esami, un’abilità particolare nel superare i test di indovinare le risposte un po’ indipendentemente dalla vera conoscenza, ad essere onesti.

D. E così si ritrova console in Italia.

R. Non subito. Era il 1974-75, al tempo del Golpe dei garofani in Portogallo. Ci lavorai su da Washington.

D. La rivoluzione dolce dei militari di sinistra guidati da Otelo De Carvalho. Il partito comunista di Alvaro Cunhal provò a impossessarsene ma alla fine prevalsero i socialisti di Mario Soares.

R. Bravo. Una situazione su cui l’amministrazione di Gerald Ford (succeduto a Richard Nixon dopo le dimissioni) non aveva le idee chiare: c’era chi lo considerava un problema molto serio, potenzialmente una sorta di Cuba europea, e chi invece valutava l’elemento militare come rassicurante.

D. Poi arrivò l’Italia.

R. Idea che non mi esaltava, le confesso. Volevo il Madagascar, Antananarivo: C’era una posizione lì. Volevo l’esotico e provai a chiederlo, ma ero già stato segnato come «europeista» e non fu possibile. Così, mi toccò Napoli.

D. Che immagino, a metà degli anni 70, per un giovane americano, fosse stata pittoresca. Un po’ esotica, in certo qual modo.

R. Mi trovai bene. Avevo una bella villa pagata a Posillipo, con una discesa al mare. I carabinieri di guardia al Consolato mi salutavano quando entravo al lavoro. E non avevo ancora 30 anni! In più il Console Generale non amava la mondanità e mi spediva a far rappresentanza dappertutto. Così mi si trovava sul palco «delle autorità» con i simpatici cariatidi come l’allora arcivescovo di Napoli, il cardinale Corrado Ursi, nelle cerimonie che contavano. Una strana trasformazione per uno scenografo arrivato dal New Mexico.

D. Vita sociale?

R. Troppa. Ero ricercato dai salotti della buona borghesia partenopea, dove la presenza del vice-console Usa faceva fare bella figura ai padroni di casa. Perfetto poi per i matrimoni della Napoli-bene. In più…

D. In più?

R. Avevo accesso al leggendario spaccio duty free della Nato a Bagnoli. Un privilegio che mi perseguitò: non mi si dava tregua. Tutti volevano un frigo americano che sputasse i cubetti di ghiaccio dallo sportello. Mi ricordo poi i molti circoli privati che c’erano dalle parti di Chiaia e alle spalle dell’Excelsior, di fatto dei ristoranti ad accesso selezionato, dove potevi incrociare Peppino di Capri, Peppino Gagliardi o Luciano Rondinella, il gotha della musica napoletana dell’epoca.

D. Ma faceva solo rappresentanza, il giovane vice-console Hansen?

R. Al Consolato avevo due aree da seguire: la politica e l’economia, ma si seguivano soprattutto attraverso i contatti.

D. Interessante la politica. Erano gli anni dell’avanzata del Pci, alle regionali del 1975, del possibile sorpasso alle politiche 1976.

R. Non c’erano rapporti col Pci, perché non dialogavamo con i partiti considerati «non democratici» e per questo escludevamo anche il Msi. Anche se non c’erano rapporti ufficiali, dicevo, coi i giovani dirigenti comunisti napoletani c’erano ottime relazioni personali. Volevano fare dell’Italia la California d’Europa, mica trasformarla in Russia dopotutto. Mi dicevano: «James, non ce l’abbiamo con te, intendiamoci, ma col tuo governo».

D. Qualche nome?

R. Mah, perlopiù non hanno fatto carriere politiche e ormai sono dei pensionati. Piuttosto mi ricordo bene quando, nel 1976, andai a portare ai neoeletti Dc, Paolo Cirino Pomicino e Clemente Mastella, i complimenti e gli auguri di buon lavoro del mio Governo.

D. Si usava così?

R. Certo. Immagino che si faccia ancora, e non solo gli americani. Ricordo Pomicino, che stava in un appartamentino al Vomero. Molto simpatico. Ho visto poi la sua villa sull’Appia, a Roma. Non gli è andata male.

D. E Mastella?

R. Di Mastella ricordo che se la tirava un po’, diciamo.

D. Era un giornalista prestato alla politica, d’altronde. Com’era Napoli, allora?

R. Gradevole, appena arrivato non mi ero reso conto di quanto potesse essere caotica: atterrai a Capodichino alle 13 e, allora, fino la pomeriggio inoltrato, si fermava tutto, i negozi chiudevano. Per qualche giorno cercai, da americano, di cenare alle 17,30-18 e nei ristoranti mi ridevano (simpaticamente, per carità) in faccia.

D. Qualche problema linguistico?

R. Me la cavai presto con l’italiano, che avevo già studiato a Washington, anche se qualche scivolone scappava: ricordo ancora le risate quando una volta mandai a prendere al bar «un cappuccio e un cornuto». Napoli comunque

D. Napoli comunque?

R. Napoli era una meraviglia. Erano gli anni prima del terremoto e non era ancora cominciata la guerra fra vecchia e nuova camorra.

D. Certo. Nuova camorra organizzata, i cutoliani, contro la Nuova famiglia, i vecchi clan. Che cosa voleva dire occuparsi di economia?

R. Girare il Mezzogiorno, presenziare all’inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, ai tagli dei nastri e soprattutto e ovunque, ai pranzi «ufficiali» a non finire. Ricordo una volta a Cosenza, al circolo Sporting, partecipai al pranzo più luculliano che abbia mai visto. Oltre una ventina di portate. Alla fine, senza che nessuno abbia chiesto niente, i camerieri venivano a porre ai commensali dei vassoi di Alka-Seltzer. Davo il fegato per la Patria…

D. Sulla politica mi ha detto poco, però. Erano gli anni in cui Kissinger ammoniva Aldo Moro di non aprire ai comunisti.

R. Al Consolato eravamo davvero periferici, mandavamo cablogrammi sulla politica nel Mezzogiorno. Chi vuole che leggesse a Washington i miei report sulla situazione politica a Bari o a Catanzaro? E poi eravamo anche molto vincolati. Il massimo dell’apertura fu quando, sempre nell’ambito delle competenze economiche e commerciali, ci aprimmo al mondo delle cooperazione rossa. Fu faticoso.

D. Perché? Recalcitravano?

R. Perché la mia segretaria, una nobilissima e molto protettiva principessa Colonna di Stigliano – accadeva che nelle rappresentanze diplomatiche lavorassero civili italiani anche di rango – non era tanto d’accordo con la nuova linea e, comunque, non era un mondo che frequentasse. In qualche modo lei non riuscì mai ad organizzare un incontro. E non era previsto che il Vice-console alzasse lui, direttamente, il telefono…

D. Poi lei lasciò. Perché? Con le presidenziali americani erano arrivati i democratici, ci fu lo spoil system?

R. Ma no, si figuri che io, alla notizia dell’elezione di Jimmy Carter, offrii da bere a tutti, pagando di tasca una cassa di spumante.

D. Una presidenza che aveva acceso speranze e che finì malissimo, col disastroso tentativo di blitz a Teheran, per liberare gli ostaggi nell’ambasciata in mano ai pasdaran.

R. Carter ne combinò molte: anche da ex-presidente. Io lasciai però perché mi ero un po’ stufato. La mondanità professionale mi annoiava e avevo capito che, da grande, non volevo fare l’ambasciatore. Passai alla stampa estera come corrispondente dell’International Herald Tribune e del Daily Telegraph. Allora pagavano abbastanza e poi, da cittadino americano all’estero, avevo un regime fiscale di favore. In più cominciai a fare consulenza.

D. Di che genere?

R. Presi i lavori di traduzione dall’italiano all’inglese di un’intera enciclopedia tecnica per le edizioni Fabbri. Un lavoro impegnativo, perché allora, le ricordo, si batteva a macchina. Nel caso, tutto, tre volte. Detti la svolta comprando uno dei primissimi pc Apple, a doppio floppy disk. Costò come un’automobile ma mi fece un grande guadagno. Da allora sono un «informatizzato» convinto.

D. Poi ritorna in qualche modo al giornalismo, passando agli uffici stampa. Nientemeno che all’Olivetti.

R. Fu per un articolo che avevo scritto sull’azienda per una rivista di marketing americana. Avevo descritto Olivetti come un magnifico case study di comunicazione integrata. A Renzo Zorzi, il capo di tutta la vasta area dell’immagine aziendale, piacque molto e mi fece incontrare Mario Minardi, che dirigeva la comunicazione. Venni assunto. Poi si mise in mezzo la Formula Uno.

D. In che senso, scusi?

R. Olivetti era un grande sponsor dei bolidi e della velocità. Il capoufficio stampa che c’era al mio arrivo, il mitico Rolando Argentero, ne era affascinato e riuscì a farsi spostare a seguire le macchine in giro per il mondo. Così, poco dopo, mi ritrovai, a sorpresa, capoufficio stampa di una delle prime aziende italiane. Un colpo straordinario «di culo», come si dice.

D. Quello era un periodo particolare per Olivetti. De Benedetti lanciò la scalata alla Société Générale de Belgique, quella che gli valse l’appellativo di «raider», dagli schifiltosi belgi e francesi?

R. Sarebbe accaduto dopo e portò a una sorta di ridivisione dei compiti. Diventò necessario riorganizzarsi a che l’Ingegnere fosse seguito da un apposito ufficio stampa in CIR, la sua holding.

D. Comunque Olivetti era una grande azienda. Ricca della tradizione di Adriano ma avanti su molte fronti industriali.

R. De Benedetti trovò l’azienda in uno stato di salute non brillantissimo. I grandi computer erano stati venduti da tempo alla General Electric e c’erano dei prototipi mai lanciati di macchine da scrivere elettroniche avanzatissime per i tempi, come la E 101 che, con una piccola capacità di memoria, era un po’ l’antesignana del personal computer negli uffici. Facendo tirare quel progetto fuori dal cassetto, lui ha rilanciato tutto.

D. Che poi rifocalizzò l’azienda sull’informatica.

R. Sì, fu realizzato l’M40, il migliore PC nel mondo all’epoca. Ce lo strappavano dalle mani, per quanto era bello e potente.

D. Poi venne la crisi.

R. Quando le cose si vendono troppo bene non va troppo bene, mi perdoni il gioco di parole. Finisce che perdi di vista il rinnovo del prodotto. Infatti arrivò la concorrenza, letale, di Compaq, che produceva per lo stesso mercato professionale a costi nettamente inferiori perché aveva, attraverso i grandi volumi, accesso ai componenti a prezzi più bassi.

D. Aldilà di tutto, che azienda era?

R. L’ho adorata. Dimentichiamo ora, ma era un po’ la Apple della sua epoca. Facevamo uno chic folle. C’era la vera percezione che stessimo costruendo il futuro, un mondo migliore. Non era solo marketing interno, era una filosofia, dall’architettura dei suoi palazzi all’Asilo Olivetti, dove mia moglie faceva la maestra.

D. Sì, però poi lei se ne andò.

R. Beh, noi americani siamo un po’ zingari sul lavoro, ma anche perché era venuto il momento di cambiare. Fininvest era cresciuta a dismisura ma, sulla comunicazione, era stata gestita un po’ artigianalmente fino a quel momento. Era una bella sfida.

D. Il problema è che lei fece questo passaggio nel bel mezzo della battaglia di Segrate, per il controllo di Mondadori. Passò da De Benedetti a Berlusconi.

R. Tra l’altro nel giro di un fine settimana. Terminai di venerdì a Ivrea e cominciai a Milano 2 il lunedì. E il sabato si seppe della scalata a Segrate. No, l’inizio non fu semplice.

D. Lei ha conosciuto da vicino due uomini che hanno incarnato due modelli di imprenditori molto diversi. Due personalità che si sono scontrate, anche oltre gli affari. Che idea se ne è fatto?

R. De Benedetti è straordinariamente raziocinante, il suo approccio mentale è il sillogismo: se faccio questo e quest’altro, succede quest’altro ancora, da A a B, da B a C, da C a D. Un modo di ragionare che comprendo e che mi faceva lavorare bene con lui. Capivo dove voleva arrivare. Aiutava la sua poca vanità. Ci teneva all’immagine, ma soprattutto perché toccava il costo della «materia grezza», i soldi.

D. E il Cavaliere? Vorrà mica dirmi che non è raziocinante?

R. Berlusconi è un uomo di grande intelligenza ma non è un logico. Lui prende gli elementi di un problema e li legge a suo modo, da grande intuitivo quale è. La sua ossessione, però, è piacere, a differenza dell’Ingegnere. È uno sempre in scena, anche a casa sua, sempre teso a capire cosa si pensi di lui. Forse questo è il suo punto debole: ha sempre bisogno del ritorno, del polso dell’uditorio, per sapere come reagire.

D. E fra voi, come andava?

R. Bene, baffi a parte e anche se, essendo io molto alto, bisognava ricordarsi, in certi momenti, di non stargli troppo vicino. Non c’era un segnale preciso, ma capivo quando era il momento di scostarmi.

D. Ah sì? Come?

R. Era semplice, quando lui alzava lo sguardo su di me, e per farlo doveva alzare la testa, capivo che dovevo arretrare di qualche passo.

D. Lei poi è stato anche in Telecom, altra società tutt’altro che facile.

R. Ci arrivai poco prima della fusione con Stet, che fu il mio approdo dopo Fininvest. Erano anni di grandissima turbolenza, specialmente con la privatizzazione. Quel clima interno dette però una certa stabilità al mio ruolo.

D. E come mai?

R. Perché da straniero, non avevo tessere di partito in tasca. Il Gruppo, ancora statale, viveva di politica. Essendo fuori dalle nomenclature non suscitavo troppe gelosie e la mia «scomparsa» avrebbe comunque aperto dei combattimenti per la successione molto inopportuni. Così, paradossalmente, l’instabilità mi avvantaggiò.

D. Chi c’era al posto di comando?

R. Arrivai con gli ultimi «boardi», Ernesto Pascale e Biagio Agnes. Poi c’erano i «privatizzandi», Tomaso Tommasi di Vignano e Guido Rossi. In seguito arrivò Gianmario Rossignolo, il «very powerful president», come si definì parlando col Financial Times. Decise che nel mio posto doveva andarci qualcun altro.

D. Hansen non piaceva?

R. Ma no, non era una questione personale, voleva probabilmente metterci qualcuno che gli premeva.

D. Ma non ci riuscì. Perché?

R. Perché il suo futuro era incerto e nell’azienda faceva fatica a trovare chi si incaricasse di mettermi alla porta. La cosa lo indispettiva non poco, arrivò persino a dire che fossi un agente della Cia.

D. Le confesso d’aver letto questa notizia, facendo qualche ricerca.

R. Smentì, dopo, disse che era stata solo una battuta. D’altronde uscì lui prima di me: «dimissionato» a sorpresa da un consiglio di amministrazione così allarmato da qualche suo passo falso che lo ha mandato via senza avere identificato un successore, che dopo un interregno non brevissimo risultò essere Franco Bernabè.

D. Lei poi uscì mettendosi a fare, con successo, il mestiere che fa oggi, con il suo studio di consulenza, soprattutto in relazioni e comunicazioni internazionali. Prima però scrisse un libro, che non trovò un editore.

R. No, l’editore si trovò, è che il libro poi non trovò mai le librerie Si intitolava La banda larga e raccontava degli ultimi anni turbolenza in Telecom e un po’ dello scenario economico di quegli anni.

D. E chi era l’editore?

R. Il Saggiatore, Leonardo Mondadori. Ci salutammo con l’editore poco, prima di Natale del 1998. Lui partiva per una vacanza a Cuba, ma poi, almeno a sentire la segretaria, non tornò per sei mesi. Il libro non uscì. La cosa finì sui giornali e fece un po’ di scalpore. Piacque molto al Corriere, che dopo ne ha pubblicato ampi stralci. Ma avevo comunque raggiunto uno dei miei scopi.

D. Quale?

R. Sembrerà sciocco, ma volevo dimostrare di potere scrivere un libro direttamente in italiano.

D. Esame superato, come del resto dimostra il forbitissimo italiano in cui scrive la sua Nota Diplomatica. Prima di arrivare a questo piccolo caso editoriale, mi dica come lei, in questi 40 anni, ha visto mutare l’Italia.

R. Un cosa che mi colpisce è la crescita della convinzione che l’Italia sia un paese particolarmente corrotto.

D. Non è così?

R. Da straniero non lo credo. Il problema, semmai, è lo stile folcloristico della corruzione nazionale: se compri casa «all’insaputa» con 80 assegni circolari è chiaro che finisci sui giornali. Però, vi invito a pensare cosa sia stato il caso Enron nel mio Paese. Mille volte tanto? Facciamo centomila? E non credo ci siamo ancora.

D. E gli italiani? Come li ha visti cambiare?

R. Prima era come se non avessero smaltito il Boom economico, ottimisti e irragionevolmente convinti che lo Stellone d’Italia avrebbe sempre consentito di sfangarla. Ricordo un banchiere belga che descriveva l’Italia come quei maratoneti che s’allenano con gli zaini pesanti sulle spalle e che, se glieli togli, possono filare via velocissimi. Lo diceva perché temeva che l’Italia, prima o poi, si sarebbe messa a correre senza il bagaglio del suo passato.

D. E ora?

R. Ora c’è un pessimismo esagerato. L’unico aspetto positivo è che mi pare vi siate affrancati dal giudizio degli stranieri: solo pochi anni fa un articolo del Financial Times o dell’Economist bastava a generare un pandemonio politico. Oggi mi pare che abbiate imparato a fregarvene. Come del resto fanno loro. Si immagini che effetto farebbe in Inghilterra un’inchiesta del Corriere o di Repubblica sulla sanità britannica? Nessuno.

D. Parliamo di Nota Diplomatica.

R. È nata quasi per caso e senza progetto. Volevo fare una semplice notina periodica per cento, duecento persone, niente di più. Poi è andata com’è andata e gli abbonati oggi sono oltre i diecimila. Il risultato è molto gratificante, ma temo sia un segno dell’accresciuta ansia per come stia andando il mondo. Il mio destino è legato a questo paese, però

D. Però?

R. Però mi preoccupa la tendenza che trovo qui a ragionare sui rapporti internazionali attraverso slogan da «Baci Perugina», anziché affrontare gli argomenti come sono. È pericoloso, specialmente in momenti come questi. Nota Diplomatica non è un’attività commerciale, è un tributo. L’Italia mi ha dato molto.

Goffredo Pistelli,  ItaliaOggi

Share
Share