Tatuaggi e jeans strappati sono mode insopportabili

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Un’immagine d’archivio di un tatuatore al lavoro

(di Cesare Lanza per LaVerità) Scommettiamo che saprete dirmi ciò che, sinceramente, non vi è piaciuto di queste festività di Natale? Sono davvero curioso di ricevere le vostre confidenze. Comincio però io, ovviamente. Dei jeans strappati, ad esempio, che ne dite? E dei tatuaggi? Sono refrattario alle mode e, tra le mode, i jeans bucherellati o lacerati e i bizzarri tatuaggi sono quelle che maggiormente mi urtano. Mi batto contro i pregiudizi, abitualmente: anche i miei, rigorosamente. E perciò ho provato a capire i motivi della mia immediata e istintiva avversione a pelle. Ma non ho capito nulla. E perciò vi chiedo un aiutino. La mia antipatia non è un vezzo, come quello di Fred Buscaglione (lo cito spesso, in questo periodo) quando cantava «Se c’è una cosa /che mi fa veramente male /è l’acqua minerale…». Lui era fedele al personaggio che gli aveva regalato la popolarità. La mia, no: è proprio un’ostilità purissima. Perché? Aiuto! C’è anche una contraddizione. Strappare i jeans è un oltraggio alla geniale intuizione dei portuali genovesi (che inventarono i pantaloni di tela, ben prima degli americani). Ma mi sembra anche una voglia di ribellione sciocca (mi scuso) alle regole, alle convenzioni. Al contrario, i tatuaggi mi appaiono come un desiderio sciocco (e mi scuso ancora) di appartenenza, la voglia di entrare, esplicitamente, in una categoria: che sia di amore, di guerra, di tifo calcistico, di ammirazione per un qualsiasi idolo. Una contraddizione evidente, no? E tuttavia tutte e due queste mode mi sono ugualmente irritanti. E non capisco perché.

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