La Svizzera restituisce alla Nigeria i soldi dell’ex dittatore Abacha

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Confederazione, Nigeria e Banca Mondiale si sono accordate per far rientrare a Lagos 321 milioni di dollari, intascati dal defunto dittatore, Sani Abacha. Quest’ultimo, al potere dal ’93 al ’98, depredò la banca centrale del suo paese di 2,2 miliardi di dollari

Sani Abacha

Il motto spesso travisato di fornire gli aiuti alle popolazioni in maggiore difficoltà direttamente nelle loro società e sui loro territori si può mettere in pratica anche restituendo loro i capitali di cui si sono impossessati dittatori senza scrupoli. A condizione che quei soldi servano, davvero, a migliorare le condizioni di vita di popolazioni che sono state spogliate per anni.

È con questo spirito che Svizzera, Nigeria e Banca Mondiale si sono accordate per far rientrare a Lagos 321 milioni di dollari, intascati dal defunto dittatore, Sani Abacha. Quest’ultimo, al potere dal ’93 al ’98, depredò la banca centrale del suo paese di 2,2 miliardi di dollari. Parte dei 321 milioni che rientreranno in Nigeria, grazie ad un accordo che la Confederazione elvetica e le autorità dello Stato africano sottoscrissero nel marzo dello scorso anno, oltre che al saccheggio dell’istituto di emissione, va fatta risalire a una gigantesca mazzetta che sarebbe stata versata all’entourage di Abacha, per la costruzione di un complesso siderurgico, da parte del gruppo tedesco Ferrostal.

“La restituzione dei fondi- dichiarò lo scorso anno il ministro degli Esteri elvetico, Didier Burkhalter -avverrà con la supervisione della Banca Mondiale, per fare in modo che essi vengano impiegati a sostegno di programmi sociali, destinati alla popolazione nigeriana”. È dal 2015 che l’attuale presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, si è impegnato a recuperare quelle che ha definito “incredibili somme di denaro”, sottratte al suo paese nell’arco di decenni.

In effetti, dal 2005 ad oggi, solo la Svizzera ha già fatto rientrare, nelle casse nigeriane, circa un miliardo di dollari, frutto della corruzione. Per restituire i 321 milioni di cui stiamo parlando, occultati come ultimo rifugio in Lussemburgo, dopo essere transitati dalla Germania, Berna ha impiegato 15 anni.

Franco Zantonelli, Repubblica.it

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