Manifesti anti-aborto su tutta Roma, l’ennesima prepotenza contro i diritti umani

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“Un bambino ucciso ogni cinque minuti” – “Ricordiamo anche questi morti”. Così recitano i manifesti di Pro Life che da giorni rivestono la Capitale.

Lo stato e l’opinione pubblica riconoscono il valore della maternità e la tutela della vita umana, ma come reagiscono di fronte ad una maternità interrotta mediante la pratica dell’aborto volontario? Le associazioni Pro Life rispondono con manifesti affissi su tutta Roma, cercando di fare breccia nelle coscienze femminili, parlando di “uccisioni” di feti, e dunque di donne “assassine”. Esprime dissenso contro la legislazione della repubblica italiana che con la legge n.194 del 22 maggio 1978, consente alla donna, nei casi descritti, di poter ricorrere ad una IVG, interruzione volontaria di gravidanza, presso le strutture pubbliche.
Numerose da sempre sono le questioni che vengono sollevate attorno a questo tema così delicato e ricco di implicazioni emotive, tant’è che spesso le donne italiane si sono ritrovate a dover reclamare i propri diritti; tra obiettori di coscienza (si ricordi l’ emblematico caso dell’ospedale San Camillo, in cui la decisione del direttore sanitario di emanare un bando di concorso di ginecologi esclusivamente assegnati alle IVG ha sollevato clamore e discussioni) , associazioni Pro Life e campagne comunicative, come quella del “Fertility Day” che recitava : “La fertilità è un bene comune“, ideata dalla ministra Beatrice Lorenzin.
E’ dunque l’ennesimo colpo ai diritti umani, quello di Pro Life; nei manifesti affissi in tutta la Capitale illustra un feto minacciato da un paio di forbici, il tutto incorniciato dalla scritta volta a “ricordare” che più di 6 milioni (di feti) sono stati uccisi dall’aborto. In questo modo l’associazione punta il dito contro tutte quelle donne che hanno “ucciso” una vita, e che dunque sono delle “assassine”. Concetti molto forti, portati avanti da chi si fa promotore della cultura della Vita, difendendo quella dei nascituri ma mortificando e colpevolizzando quella delle donne che, per un motivo o per un altro, hanno scelto (o dovuto scegliere) la via dell’aborto. Un’accusa chiara ed irruente. A tale proposito interviene il PD che invita la sindaca Raggi ad applicare l’eliminazione di questi manifesti che offendono i dritti delle donne. Michela Di Biase esprime il suo sgomento sul suo profilo facebook : “Guardo con sconcerto i manifesti affissi a Roma da `Prolife`. Si tratta di una vergognosa offesa a tutte le donne e ai diritti conquistati dopo anni di battaglie civili. Una provocazione che calpesta la sensibilità delle romane e dei romani. Chiedo alla Sindaca Raggi di rimuovere rapidamente questo inaccettabile attacco ai diritti e al corpo delle donne. La legge 194, quella che dal `78 ha reso legale l`interruzione volontaria della gravidanza, ha garantito alle donne la possibilità di effettuare l`aborto in condizioni sicure dal punto di vista sanitario, abbattendo in maniera quasi assoluta l`incidenza della mortalità legata alle complicanze dell`intervento, le infertilità secondarie e le altre penose conseguenze fisiche derivanti dalle condizioni spesso spaventose in cui venivano praticati gli aborti clandestini. Il Sindaco può oscurarli, le chiedo di farlo”. Molte le donne(ed anche gli uomini) che si sono sentite colpite/i: “Non solo la donna, ma l’umanità intera è offesa da queste retrive concezioni” si legge tra i tanti commenti amareggiati. La maternità è un evento estremamente intimo, ma diventa pubblico nel momento in cui la nuova nascita assume una funzione sociale, fino a divenire addirittura fonte di dibattiti estremi. E allora ci si domanda, mettere alla luce una vita, è una scelta d’amore, o un ordine imposto dalla società? Ed il corpo di chi è?
Sottrarre alle donne il diritto di scegliere in tema di maternità, di riconoscere la loro autonomia e la loro autorità etica nelle scelte che riguardano la disposizione del proprio corpo, significa trasformare il corpo della donna in una sorta di “luogo pubblico”, un luogo pubblico che non le appartiene più. E se una donna non è libera di scegliere cosa fare del proprio corpo, allora quel corpo non è il suo, e quella donna non è libera.

Claudia Joi

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