Interessante quesito: l’euro sta diventando un «porto sicuro» come lo yen?

Share

Quante cose cambiano in pochi mesi. In febbraio, prima delle elezioni in Olanda ma soprattutto in Francia e Germania, l’economista statunitense Ted Malloch se ne uscì con un poco diplomatico «La prima cosa che farei nel 2017 è vendere euro: penso che sia una valuta non soltanto in crisi, ma che potrebbe fare crac in un anno, un anno e mezzo». Malloch aveva esagerato, probabilmente alla ricerca di una poltrona nell’amministrazione dell’eurofobo Trump, ma il clima che si respirava era effettivamente di grande prudenza: con la Brexit ancora fresca, e le incognite di una Frexit lepenista, buona parte dei gestori sottopesava l’azionario continentale.

Oggi lo scenario è completamente diverso. L’economia dell’Unione corre e la moneta unica ne raccoglie i frutti, tanto che dalla penna di diversi analisti finanziari affiorano sempre più di frequente le parole “porto sicuro”. Non sarà come l’oro e il franco svizzero, ma l’euro fino a ieri vituperato sta lentamente diventando uno degli approdi dove parte degli investitori si rifugia quando sui mercati tira aria di tempesta. E non c’è secessione catalana, o prospettiva di elezione italiana, che incrini la ritrovata fiducia nella valuta unica.

Qualche prova? Vediamo, per esempio, cos’è accaduto la scorsa settimana. Sull’azionario dell’eurozona sono stati giorni insolitamente turbolenti, con l’Eurostoxx sceso del 5% dai massimi e una fiammata di quella volatilità che si pensava morta e sepolta. In altri tempi la moneta unica avrebbe sofferto, invece la scorsa settimana ha reagito rafforzandosi contro il dollaro.

«Appare evidente come l’euro abbia affiancato lo yen nella funzione di “safe heaven asset”, ossia barometro del rischio – spiega Giuseppe Sersale, resposabile delle gestioni patrimoniali di Anthilia Capital Partners – : anche la divisa unica ora gode dei tassi a zero (negativi, per la precisione) il che la rende candidata a finanziare i carry trade, con conseguente rimbalzo quando questi vengono smontati. Sta di fatto che l’euro in questi giorni ha fatto meglio anche dello yen, a dimostrazione che gli investitori nelle fasi di incertezza cercano la forza dell’economia dell’Eurozona». La controprova? Giovedì scorso il recupero di un sentiment positivo e dell’appetito al rischio ha tolto supporto alla moneta unica.

L’euro ha ancora molta strada da fare prima di diventare un vero “porto sicuro”, al pari del franco svizzero. Però la sua forza contro il dollaro ha rappresentato uno dei grandi temi finanziari dell’estate 2017. Del resto è da tempo che gli analisti (a partire da quelli di Société générale) parlano di “giapponesizzazione” della moneta unica. Magari non sarà un porto sicuro ma si comporta come tale: esattamente come lo yen, tende a rafforzarsi quando gli investitori sono alla ricerca di riparo dalle turbolenze.

I motivi sono diversi. Eurozona e Giappone condividono tassi a zero o negativi, ma anche un robusto surplus della partite correnti, che rende queste due aree economiche più resistenti alle fughe di capitali, e di conseguenza interessanti durante le fasi di avversione al rischio. Queste similitudini hanno permesso all’euro di “impersonare” lo yen in uno dei suoi ruoli più famosi: il veicolo del carry trade, la tecnica di investimento che lucra sui differenziali tra i tassi d’interesse.

Non a caso secondo Andreas König, di Pioneer Investments, «l’euro non è un porto sicuro, ma si comporta come tale grazie al carry trade – sottolinea l’analista – . E questa è una distinzione importante: la moneta unica è più una “funding currency” (per finanziare il carry trade) che una “haven currency” (un porto sicuro)».

Enrico Marro, Il Sole 24 Ore

Share
Share