La blockchain del bitcoin va oltre l’utilizzazione finanziaria

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Il mercato delle criptovalute non ha paura di macinare record. La capitalizzazione totale di mercato ha raggiunto i 200 miliardi di dollari. Un valore impensabile solo un anno fa. Bitcoin vale circa 7.400 dollari e la domanda non accenna a diminuire mentre la febbre da Ico, initial coin offering, utilizzate per raccogliere circa 2,5 miliardi di dollari nei primi mesi dell’anno per finanziare nuovi progetti tecnologici, non solo non diminuisce ma continua a salire. Solo nel mese di novembre un centinaio di Ico sono state già annunciate. È possibile che, come nel caso del tulipani olandesi di qualche secolo fa, si tratti di pura follia delle masse alla pazza rincorsa di investimenti in criptomonete per sognare mirabolanti capital gain. Una lotteria planetaria senza un vero banco e infarcita dal miraggio della tecnologia.

Se sarà tutta una bolla lo dirà il tempo, giudice oggettivo. Ma è bene ricordare che le bolle non esistono: sono movimenti, più o meno ricchi di volatilità, verso nuovi equilibri.

Dodici anni fa, nel libro American Internet, provai a spiegare perché Google, che appariva un motore di ricerca, e Amazon, allora un marketplace per libri, sarebbero diventate delle piattaforme globali per distribuire servizi a valore aggiunto. Ora si scopre che Amazon entra nella Tv e che compra supermercati, mentre Google possiede, tra i tanti asset, il sistema operativo più installato sugli smartphone.

Le parole chiave per capire il business «inventato» dal web sono due: decentralizzazione e peer-to-peer. La prima elimina un controllo centrale ed esalta gli effetti network, mentre la seconda abilita relazioni senza intermediari. Dietro ogni brand di successo della rivoluzione di internet c’è la capacità di valorizzarle.

Con i bitcoin un terzo elemento si aggiunge: la blockchain. Consacra la decentralizzazione e cripta il peer-to-peer. Favorisce un livello più evoluto e sofisticato di quella che Yuval Noah Harari, autore del libro Homo Deus, ha definito come la caratteristica che ha favorito il successo planetario dell’Homo sapiens: cooperating flexibly, cioè la cooperazione flessibile. Le cryptovalute sono soprattutto delle originali piattaforme che si preparano ad aggregare servizi di diversa natura e a favorire l’interesse di terzi a contribuire, perché potranno beneficiare del contributo apportato da proprietari di cryptomoneta. Non è un gesto di altruismo e basta, come il software open source o la messa a disposizione dei dati su Facebook. È un collaborare flessibile collettivo valorizzato dal codice personale incluso nella blockchain.

L’aspetto monetario o finanziario è quello probabilmente meno caratterizzante il fenomeno bitcoin, perché è l’emersione di un originale ecosistema tecnologico, tutto open source, pronto a modificare i confini conosciuti degli attuali ecosistemi che rendono consumabili beni e servizi. Se non è il post web è qualcosa di molto vicino a questa discontinuità.

Edoardo Narduzzi, ItaliaOggi

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