A Draghi non dispiace l’idea di un ministro dell’Economia europeo

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Intervenendo al Parlamento il presidente della Banca centrale chiede maggiore coordinamento tra gli Stati della zona euro. Rilanciando implicitamente il progetto di Juncker

Il progetto di un vero ministro dell’Economia europeo rilanciato da Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo stato dell’Unione ha anche l’appoggio della Banca centrale europea. Nel suo terzo intervento al Parlamento europeo per quest’anno, Mario Draghi ha prima ricordato l’accelerazione della ripresa e la previsione di un’inflazione più vicina all’obiettivo del 2% per il 2018. Poi ha concluso ricordando l’aspetto meno positivo della faccenda: «Continuano ad esserci questioni strutturali che impediscono una convergenza economica sostenibile [tra gli Stati della zona euro]. Nei prossimi anni sarà necessario un maggior livello di convergenza e di elasticità per raggiungere un’Unione economica e monetaria che funzioni meglio». Per riuscirci da un lato i governi nazionali devono continuare a fare riforme per liberare la crescita potenziale delle nostre economie. Occorrono però anche «altri passi decisivi per rendere la nostra Unione economica e monetaria davvero adatta allo scopo». Un appoggio implicito al progetto di un superministro europeo, al momento ancora agli inizi.

Fuori dal Quantitative easing, ma senza fretta

L’Europa sta ancora più o meno litigando sulla mossa di politica monetaria più favorevole a una “convergenza” tra le sue economie: il “Quantitative easing”, Rispondendo alle domande dei parlamentari, Draghi ha confermato che nella riunione di ottobre sarà presa «la maggior parte delle decisioni» riguardo il piano di acquisti di titoli pubblici e privati, destinato a cambiare agli inizi del prossimo anno. Sicuramente, ha chiarito il presidente della Bce, su questa decisione non conteranno i rischi per il costo del debito dei vari Paesi («Il nostro compito non è quello di difendere i rendimenti dei titoli di stato dei paesi periferici» ha ribadito Draghi) né eventuali “bolle” che possono formarsi nelle economie nazionali (i tedeschi sono molto preoccupati per l’aumento dei prezzi degli immobili e il presidente della Bce ha ribadito che si tratta di problemi locali, non sistemici).

Non c’è nessuna fretta di uscire dal piano di stimoli lanciato nel marzo del 2015, insomma. Alla ripresa europea «serve ancora una politica monetaria accomodante» ha ricordato Draghi. Una conferma che il ritiro delle misure di espansione monetaria sarà molto graduale, magari con acquisti che andranno avanti ancora per qualche mese del 2018, con un ritmo ridotto rispetto agli attuali 60 miliardi di euro al mese. Per un primo rialzo dei tassi probabilmente ci sarà da aspettare il 2019.

Pietro Saccò, Avvenire

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