C’ERANO UNA VOLTA/ ALESSANDRO PERRONE

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di Cesare Lanza

Il direttore editore con il sangue blu restava a dormire nel suo giornale

Avevo 30 anni: mi affidò «Il Secolo XIX» mentre lui presidiava fisicamente «Il Messaggero», che i cugini volevano togliergli

Era un uomo d’altri tempi, intelligente, affabile, curioso, coraggioso, piacevolissimo. Non condividevo alcune sue idee. Ma con lui ho vissuto mesi bellissimi, forse la stagione più libera e spensierata della mia vita professionale. Alessandro Perrone – Sandrino per tutti – era comproprietario ed editore del Messaggero di Roma e del Secolo XIX di Genova. Del quotidiano romano era anche l’innovativo, rivoluzionario direttore.
E Piero Ottone era direttore del quotidiano genovese: quando si trasferì a Milano a dirigere il Corriere della Sera, Sandrino assunse anche la direzione del «Decimonono» (i liguri lo chiamano così). Ma a Genova Perrone non veniva quasi mai: dapprima designò Marco Cesarmi Sforza (uno dei più quotati giornalisti al Messaggero) come vicedirettore, e dopo di lui nominò me. Così, a 30 anni, mi trovai a dirigere un giornalone storico, in una condizione di meravigliosa libertà. A Roma, per il controllo del Messaggero, era in atto una guerra di famiglia. Da una parte Sandro, (…) le sue sorelle Isabella e Vittoria; dall’altra suo cugino Ferdinando, proprietario a sua volta con le sue sorelle del restante 50% e responsabile dell’amministrazione. Il guaio fu che i due cugini non andavano d’accordo e a un certo punto Ferdinando – scontento della direzione di Sandro – cedette la sua quota a Edilio Rusconi. Questi tentò inutilmente di imporre il direttore che aveva designato, Luigi Barzini junior. Quando Barzini provò a introdursi nello storico portone del Messaggero in via del Tritone, trovò il marciapiede presidiato da giornalisti, sindacalisti, manifestanti. Il braccio di ferro durò a lungo. Inevitabili gli scontri giudiziari, con istanze contrapposte, fino a quando un magistrato stabilì l’illegittimità del licenziamento di Alessandro. Da Genova, parteggiando apertamente per il «nostro» direttore Sandrino, seguivamo con comprensibile emozione la disfida romana.
Paradossalmente, la situazione del Secolo XIX era ideale. Perrone non solo aveva molta simpatia per me, e fiducia, ma comunque non si muoveva da Roma, temendo un blitz del cugino Ferdinando e la presa del castello da parte di Rusconi e Barzini. Addirittura si diceva che si sacrificasse a dormire in redazione, nei giorni più caldi! Mi telefonava -neanche tutti i giorni – e chiedeva sbrigativi aggiornamenti, ci scambiavamo qualche frase affettuosa, 0 di circostanza; niente di più. Mi sembrava di vivere in paradiso: la redazione (ero il più giovane) mi aveva accolto con ostilità e diffidenza, quando Ottone mi aveva assunto nell’autunno del ’69, per dirigere i servizi sportivi, e ancor di più quando Piero mi aveva promosso caporedattore. Ma allorché Ottone passò al Corriere la maggior parte dei giornalisti prese a solidarizzare finalmente con me. E ancor più quando fui nominato vicedirettore e tutti insieme seguivamo il conflitto Alessandro Ferdinando per il controllo dei giornali (non solo del Messaggero ma anche del Secolo XIX i due cugini erano comproprietari a metà). Negli anni Settanta succedeva qualsiasi cosa: la situazione economica era disastrosa, il terrorismo dilagava con le Br, i rapimenti erano all’ordine del giorno. Genova era spesso al centro di tutto. Com’era successo 10 anni prima , nel 1960: Il 30 giugno fu la rivolta in piazza De Ferrari a portare alla caduta del governo di Fernando Tambroni, sostenuto dal Msi. Nei primi anni Settanta, quando ero al Secolo XIX, a Genova successe di tutto: il sequestro del giudice Mario Sossi, ovvero il primo clamoroso rapimento ad opera delle Br e molti altri successivi delitti dei terroristi; il rapimento della giovane studentessa Milena Sutter, poi ritrovata morta, l’arresto e la condanna di Lorenzo Bozano; una nave, la London Valour, colata a picco davanti al porto. E infine una devastante alluvione. Per me fu una gavetta giornalistica, ad alto livello e in un ruolo di responsabilità, indimenticabile: prima sotto gli indirizzi Ottone, poi nell’incredibile stato di libertà concessomi da Sandrino. Un’esperienza unica, irripetibile, pressoché romanzesca. Sandrino non era un direttore qualsiasi 0, peggio, un direttore padrone. Era aperto alle novità.
Dava grande spazio ai giornalisti, per tutti aveva rispetto, per molti evidente stima e anche affetto (tra gli altri, Fabrizio Menghini, capo del settore giudiziario; Nino Longobardi, costume; Ruggero Guarini, cultura). Era indulgente, comprensivo. Aveva realizzato una straordinaria rivoluzione grafica, primo in Italia, grazie a due maestri del settore, Piergiorgio Maoloni e Pasquale Prunas. Sandro era diventato direttore nel 1952 alla morte del padre Mario, condividendo per vent’anni il controllo del quotidiano, spesso con tensione e a volte ai ferri corti, con Ferdinando, prima amministratore e poi presidente della società editrice. Fino a quando, nel ’73, era scoppiata la lite decisiva. Ferdinando non approvava la gestione munifica di Sandrino, che per di più non gli consentiva alcuna ingerenza; e contrastava la linea politica, apertamente di sinistra, distaccata dai partiti e molto critica verso la De. Sandrino prendeva esplicitamente posizione, si batté per il centrosinistra, poi nel referendum a favore del divorzio. Era passionale, pronto a schierarsi: lo fece, ad esempio, a favore dei militanti di Potere operaio, imputati al processo per il rogo di Primavalle. Non lo frenò minimamente anzi! – il fatto che vi fosse coinvolta la nipote Diana, figlia dell’ostile cugino Ferdinando, nonostante i pessimi rapporti. Sandrino resistette finché gli fu umanamente possibile, con il prestigio e con le sue forze. Nel maggio del 1974 si arrese: la sorella Vittoria, anch’essa figlia ed erede di Mario, fu convinta da Eugenio Cefis a cedere la quota di sua proprietà. Sandrino, in minoranza, non poteva fare altro che cedere il passo anche lui alla Montedison. Il 13 maggio vennero rinnovati i vertici, Cefis affidò la presidenza a un suo manager di fiducia, Raffaele Stracquadanio. E a settembre l’operazione si concluse con l’acquisizione, da parte di Montedison, anche della quota che faceva capo a Rusconi. Quali erano i retroscena di questo storico passaggio di mano? Molti dubbi non sono tuttora chiariti, alcuni segreti politici sono irrisolti. Cito Luca Telese, che comunque sostiene che fu la De, avversata e sconfitta nel referendum per il divorzio, a indurre Alessandro Perrone alla vendita. Secondo Costanzo Costantini, Cefis condusse tutta l’operazione per conto di Amintore Fanfani, allora segretario De. Piero Ottone aggiunse che la conduzione battagliera di Sandrino, proprietario e direttore, fece perdere copie e II Messaggero si indebitò.
I miei ricordi personali? Ero intenerito dal perenne sorriso di Sandrino, equilibrato e paziente, anche nei momenti più impervi; e dalla necessità che aveva, ogni pochi minuti, di portare alla bocca un aggeggio, ossigeno per i polmoni. Aveva difficoltà di respirazione e anche per questo si spense ancora giovane, a Roma, il 1 settembre 1980, a sessant’anni neanche compiuti. Già nel 1969, quando fui assunto a Genova per lo sport, grazie a lui e ad Ottone ebbi la prima grande esperienza internazionale, (…) Buenos Aires per il match tra Milan ed Estudiantes, per la Coppa Intercontinentale. Fu una partita memorabile: Nestor Combin, argentino, centravanti del Milan, fu arrestato perché accusato di aver disertato il militare. E in campo la partita era stata selvaggia: pugni in faccia a Pierino Prati e Combin, calci a tutti, i milanisti accolti all’ingresso in campo con lanci di caffè bollente. Me la cavai. Di Sandrino mi piaceva la cortesia dei modi. A Roma i colleghi mi raccontavano che gli piacevano le donne, a volte invitava a cena signore di dubbia reputazione e le trattava come fossero principesse. E aveva la qualità di un’ironia lieve, sottile. Una piacevolissima conversazione che ricordo con nostalgia. Oggi mi fa piacere che a Genova il nome dei Perrone figuri ancora nella proprietà del Secolo XIX. Sandrino era il terzogenito di Luigi Ferdinando Alfonso Giuseppe Mario, nipote di Ferdinando Maria Giuseppe Giuliano e discendente di Ferdinando Maria Alberto di Savoia, duca di Genova. Il nonno Ferdinando, leader di un impero (proprietario dell’Ansaldo) aveva acquisito il «Decimonono» nel 1897: si disse che Sandrino gli assomigliasse nel sorriso e nell’intelligenza. Poi, ci fu la decadenza della famiglia, la rinuncia all’Ansaldo. Ma oggi Carlo, l’erede, è ben vigile in sella. È il secondo figlio del matrimonio – che risale al 1949, celebrato a Grasse, in Provenza – tra Sandrino e Nathalie Valentine Mariella, figlia del visconte Charles de Noailles de Mouchy de Pois e di Marie Laure Bischoffsheim, mecenati e prestigiosi rappresentanti della cultura francese. Carlo è dunque di puro sangue blu e ha dimostrato competenza e scaltrezza nelle vicende editoriali. Difficile che riesca a rilanciare l’epopea dei suoi avi. Ma, di fronte a un Perrone (per di più figlio di Sandro!), mai dire mai.

 

di Cesare Lanza, La Verità

 

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