C’erano una volta/ Vladimiro Caminiti

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L’alieno poeta dello sport che narrò l’umanità del calcio

Piombato a Torino dal Sud, era unico come scrittura, linguaggio e comportamenti. Incanto con la sua prosa fantasiosa, letteraria, improziosita da spunti romantici.

(di Cesare Lanza per LaVerità) Pur senza aver raggiunto la celebrità, e tanto meno il potere, di altri grandi giornalisti sportivi (Gianni Brera, Antonio Ghirelli, Gian Paolo Ormezzano, Gino Palumbo, Giorgio Tosatti, Gualtiero Zanetti…), Vladimiro Caminiti è stato un unicum, diverso da tutti gli altri suoi colleghi, popolarissimo in particolare presso i tifosi della Juventus – e ricordato non solo come uno straordinario cronista, ma anche come un estrosissimo scrittore, un delicato poeta. Vladimiro, prima di tutto, era un uomo gentile, candido, dolce, ingenuo, educato: in una parola, un uomo veramente buono. Gli ho voluto molto bene e, come racconterò, lui mi è stato molto vicino, in un certo momento della mia giovinezza. Chiedo dunque scusa alle legioni dei suoi ammiratori se racconterò per prima cosa un suo famoso punto debole: era vittima di scherzi leggendari e molti lo ricordano anche per questo motivo.

È indispensabile premettere che Vladimiro era un siciliano verace, nato a Palermo il 31 maggio 1932. A diciotto anni era stato assunto da Mauro De Mauro (il giornalista che molti anni dopo sarebbe stato ucciso dalla mafia) all’Ora; e poi passò al Popolo. Nei primi anni Sessanta Antonio Ghirelli, direttore di Tuttosport, lo scoprì – dopo aver letto un suo articolo – e lo assunse a Torino.

Vladimiro, che non era mai uscito dalla Sicilia, nella redazione di Tuttosport trovò alcuni tipini (Giorgio Tosatti, Gianni Ranieri…) che si divertivano un mondo a fare scherzi a quello strano tipo arrivato dal profondo Sud, un autentico alieno per linguaggio e comportamenti. Il più grande divertimento di Giorgio Tosatti, ad esempio, era di salutare con calore Vladimiro, al suo arrivo in redazione, dicendogli invariabilmente: «Bravo Vladimiro, bellissimo il tuo pezzo di stamattina…». «Ah sì, davvero?», chiedeva ingenuamente Vladimiro. «Lo hai letto?» «No», a questo punto rispondeva secco Tosatti, freddamente. Per giorni e giorni, per settimane. Giorgio godeva dello scherzo ricorrente. E Vladimiro, ingenuamente orgoglioso dei suoi articoli, cadeva regolarmente nel tranello. Goliardate!

Però, tra i tanti altri, uno scherzo – memorabile – fu veramente feroce. Vladimiro arrivava ogni mattina con una sua mitica coppola siciliana in testa. Sui tavoli i suoi colleghi esponevano alcuni giornali stranieri e fingevano di essere turbati. Camin, così da subito lo chiamavano, non conosceva le lingue. «Accidenti, ancora un altro caso!». «È incredibile! Mortale, questa volta…». «Potrebbe trattarsi di contagio, di un’epidemia…». «Ormai sembra certo!». Camin chiedeva delucidazioni e i suoi colleghi gli dicevano che era stato scoperto il caso, misterioso, di uomini a cui la testa s’ingrossava giorno per giorno, destinati a morire in modo atroce perché non si erano ancora trovate cure adeguate e opportune. Contemporaneamente Tosatti e gli altri buontemponi inserivano di nascosto nella coppola di Caminiti, ogni giorno, un foglio di carta: il poverino via via aveva sempre più difficoltà a infilarsela in testa e cominciò a preoccuparsi. E ogni mattina tutti continuavano a riferirgli che i giornali d’ogni parte del mondo pubblicavano orribili notizie sul fenomeno inquietante. Si racconta (ma si sa che queste storie, passando di bocca in bocca, diventano esagerate leggende) che anche un medico fu complice dello scherzo; e che solo dopo inaudite sofferenze psicologiche Camin si rese conto che il suo cranio non si era affatto ingrossato, ma la coppola era diventata gonfia di cartacce.

Un supremo, filosofico, candore lo induceva a cadere negli scherzi e un carattere incredibilmente quieto e autoironico gli consentiva di non arrabbiarsi, quando scopriva che i suoi amici ancora una volta si erano fatti beffe di lui. Solo in un caso si irritava e perdeva il controllo dei nervi. Camin era molto geloso, e possessivo, nei confronti della moglie Angela, che ovviamente non gliene dava alcun motivo, neanche minimo. Ebbene, ogni tanto la banda dei burloni telefonava nel cuor della notte a casa di Camin e gridavano: «Angioletta, come stai, tesoro mio?». E Vladimiro rispondeva, subito furioso: «Chi parla? Chi osa parlare così alla mia Angioletta?». E il burlone di rimando: «Mi dica invece chi è lei, a quest’ora della notte, a casa di Angela!». A volte si andava così per un pezzo. Infine Caminiti capiva e si rabboniva, ma non facilmente. Si raccontava che fosse geloso al punto di chiudere a chiave in un cassetto una sveglia, quando usciva di casa, caricata a un’ora che solo lui conosceva: quando tornava a casa, la moglie doveva dirgli a che ora precisa la sveglia avesse suonato. Così era sicuro che Angela non avesse la tentazione di andare a spasso. Vera o solo verosimile che fosse questa storiella, non c’è da stupirsi. Altri tempi! E la gelosia, una volta, non era governabile, di fronte alla diffusa condizione, all’epoca, di sottomissione delle donne. Si racconta che Totò, mentre recitava in scena a teatro, chiudesse a chiave la fidanzata nel suo camerino, in modo che non potesse uscire. Una volta – verità o leggenda? la ragazza (Franca Faldini?) si mise a urlare con tutte le sue forze finché i vigili del fuoco non la liberarono. Totò interruppe lo spettacolo, uscì di scena, tornò a rinchiudere la poveretta e ordinò ai vigili di farsi i fatti loro. Altri tempi, davvero.

E la fama dell’alieno piombato a Torino cresceva su tre binari. Il primo, Vladimiro era tanto buono e paziente, e in misura così trasparente, da farsi ben volere a poco a poco da tutti, lettori e colleghi – in una città difficile e diffidente come Torino (negli anni Sessanta i meridionali erano ancora chiamati «i Napoli» con tono sprezzante, e incontravano difficoltà a integrarsi). Il secondo: tutti erano incantati dalla sua prosa fantasiosa, letteraria, spesso impreziosita da spunti romantici, poetici. Una novità assoluta, rivoluzionaria, nel giornalismo sportivo. La sua qualità è ottimamente raccontata in un bel libro di Roberto Beccantini, da un’idea di Riccardo Gambelli: C’era una volta Camin. La vita e il genio di Vladimiro Caminiti, editore Bradipolibri (15 euro): consiglio a tutti di acquistarlo, si legge avidamente. Il terzo filone della sua popolarità si riferiva alla credulità, e alla successiva imperturbabilità, con cui reagiva agli scherzi, sempre più frequenti. Ma erano tempi in cui, dovunque, goliardicamente c’era un’atmosfera scanzonata, che poi fu resa celebre dal film Amici miei. Altri esempi? A Genova, un feroce caporedattore del Corriere mercantile, impose a un ubbidiente praticante di risalire il torrente Bisagno – quasi a secco – alla caccia di un’improbabile balena. E ancora a Torino (anche questo scherzo è spesso attribuito a Caminiti, ma non credo che sia vero) un cronista sportivo fu incaricato di andare a intervistare Di Stefano. Si trattava tuttavia del grande Giuseppe, cantante, quasi coetaneo, e vagamente somigliante, dell’omonimo Alfredo Di Stefano, campionissimo del Real Madrid. Il cronista, mentre raggiungeva la camera di Di Stefano – il cantante – non diede importanza ai potenti vocalizzi che si potevano ascoltare, procedendo nel corridoio. Era galvanizzato dall’importante incarico che gli era stato assegnato, un’intervista con la star del football. E l’equivoco si scoprì solo quando l’esimio tenore, stremato dalle domande sul calcio italiano e spagnolo, protestò vivacemente e chiarì che era venuto a Torino per cantare, non per giocare al pallone.

Nella scrittura, come ho già detto, Camin era un unicum. La sua squadra preferita era la Juventus, smisurati dunque la stima e l’affetto con cui i tifosi della Zebra lo gratificavano, non solo per i pezzi su Tuttosport, ma anche per una rubrica fissa, che Vladimiro firmava sul mensile del club, Hurrà Juventus. Il suo calciatore preferito era Giuseppe Furino, che lui sul giornale aveva ribattezzato «furiafurinfuretto». Furino è stato uno straordinario mediano, otto scudetti, un record, sempre con la maglia della Juventus, la squadra di cui era uno dei simboli più apprezzati, fino a diventarne il capitano. Camin lo esaltava nelle cronache: intanto, proprio come lui, era venuto su dalla remota Sicilia a cercare fortuna al nord; poi per il carattere semplice, umile e molto combattivo, uno che non si arrendeva mai. E Camin preferiva gli uomini, le doti umane, rispetto ai campioni e alle prestazioni virtuose tecnicamente. Per raccontare i campioni era formalmente ineccepibile, aveva rispetto: non avrebbe mai scritto (ma questa era la verità) che Michel Platini non gli piaceva perché aveva la puzza sotto il naso. Invece, per Furino… «Nella sua storia leggendaria», scrisse Camin, «la Juventus ha avuto gregari eccelsi. Ma nessuno come questo nano portentoso, incontrista e cursore. Immenso agonista, indomabile nella fatica, i piedi come uncini dolorosi…». Furino commentò, in un’intervista a Gianni Mura, che Vladimiro era un poeta, ma non condivideva la battuta sugli uncini: riteneva anzi di avere i piedi buoni, si vantò di aver fatto un tunnel a Ornar Sivori, specialista di quel gesto dileggioso verso gli awersari (far loro passare il pallone tra le gambe). «Fiumi di parole che ti tenevano compagnia», così Gambelli ha rievocato i suoi articoli.

Caminiti si è spento a Torino il 5 settembre 1993, a soli 61 anni. Sono passati 24 anni e assistiamo a un fenomeno che va di pari passo solo con quello di Gianni Brera, nel giornalismo sportivo: i loro fan e fedeli cultori cercano libri e articoli, per collezionarli, leggerli e rileggerli. Eppure, quanto sono stati diversi, Brera e Caminiti! Gioan si è imposto, tuttora celebrato, per la sfrontatezza esagerata, colta e superba, con cui proclamava le sue convinzioni, peraltro spesso sbagliate. Camin resta vivo, per i suoi fedeli ammiratori, per l’esatto contrario: il cuore, il romanticismo, l’umiltà, la semplicità con cui raccontava l’umanità del calcio (che oggi, temo, non esiste più).

Diventai amico di Vladimiro quando vissi a Torino alcuni mesi, tra il ’68 e il ’69, come inviato del Corriere dello Sport e corrispondente del Corriere della Sera. Mi adottò, generosamente mi regalava notizie e indiscrezioni. Mi aiutò ad ambientarmi. Frequentavamo il ristorante Urbani (che c’è ancora), affollatissimo dai giocatori della Juve e del Torino. Un giorno scoprii quanto, lui bersaglio di ogni scherzo, fosse capace di folgorante ironia. Si inventò un aggettivo – adduttivo – che non esisteva, lo scrisse e lo pubblicò varie volte nei suoi resoconti. In redazione, per la sua fama, gli passavano tutto. Non solo. Una volta eravamo davanti agli spogliatoi, uscì un attaccante juventino e Camin, con serietà, lo approcciò così: «Lei ieri ha giocato una partita davvero adduttiva, ci sono stati momenti entusiasmanti, adduttivizzanti. Che ne dice?» E il poverino: «Sì, ho cercato di adduttiv… di additt… di dittiviz…», ma non riusciva a ripetere la parola esatta, che non esisteva. Forse era questo il modo bonario di Vladimiro per sottolineare la superficialità, la precarietà dell’informazione sportiva.

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