A ciascuno il suo caffè. Da Voltaire a Totò

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(di Cesare Lanza per LaVerità) Scommettiamo che il caffè si può gustare in mille modi diversi? Vi ho parlato della decadenza della pizza napoletana, segno evidente dell’abbrutimento dei tempi. Al contrario, le diverse esigenze di gustare il caffè, in continuo aumento, corrispondono a un arricchimento intellettuale, fondato sulla fantasia e sulla competenza. Non escluso un certo snobismo. Si parte dal caffè lungo o ristretto o macchiato 0 schiumato o corretto freddo americano d’orzo shakerato decaffeinato, per arrivare al caffè cocco e nutella, alla marchigiana (splendido, corretto con il Varnelli, liquore secco all’anice) e al marocchino, all’amaretto e mandorle, al galao portoghese, al ca phe dà, in Vietnam (dopo il Brasile, il più grande produttore di caffè) e così via. Mi impressionano le sue radici culturali. Voltaire (pseudonimo di Francois-Marie Arouet) sentenziò: «Bevo 40 caffè al giorno per essere ben sveglio e pensare a come tenere a bada i tiranni e gli imbecilli». Orson Welles si spinse a scrivere: «Ci sono tre cose intollerabili nella vita, il caffè freddo, lo champagne tiepido e le donne troppo eccitate». E forse non avreste mai immaginato che Johann Sebastian Bach confidò agli amici (prima di comporre la Cantata del caffè) che quel sapore per lui era più dolce di mille baci e del gusto del vino moscato. Migliaia di battute! La mia preferita è quella di Totò in Miseria e nobiltà: «A casa nostra, per il caffellatte non mettiamo né il latte né il caffè». Fuor d’ironia, è da scolpire la sentenza attribuita a Miehail Aleksandrovic Bakunin: «Il caffè dev’essere caldo come l’inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l’amore». Se non siete d’accordo, qual è il vostro preferito?

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