La doppia natura di Fiat tra finanza e industria

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Un minimo di chiarezza. Fra la finanza e l’industria. La natura doppia della Fca di Sergio Marchionne emerge più nitidamente dopo un mese di agosto segnato dal susseguirsi di voci e smentite, tutte ambiguamente favorevoli alle quotazioni della casa automobilistica e tutte effettivamente utili per ridare a quest’ultima una qualche centralità in uno scenario internazionale in rapida rimodulazione

La finanza, perché il recente report di Goldman Sachs che ha assegnato al titolo Fca il valore obiettivo di 25,9 euro – «che Dio li benedica» è stata la chiosa di Marchionne – ha mostrato come l’ipotesi di valorizzazione dei singoli marchi – tramite breakup e societarizzazioni – sia al momento apprezzata da quella parte di Wall Street che ha sempre sottovalutato l’aggregato produttivo plasmato dal manager italocanadese sulle ceneri della Chrysler e della vecchia Fiat, manifestando spesso un sentimento di sufficienza verso la più piccola (e la meno attrezzata) delle Big Three di Detroit, temperato soltanto dai numeri di Jeep e dalla unicità di Ferrari. L’industria, perché le parole dell’amministratore delegato hanno chiarito quanto – nella scansione del meccanismo di valorizzazione delle singole attività – i tempi siano tutt’altro che rapidi, sincopati e omogenei. Tempi brevi per la componentistica. Che esiste da oltre un secolo nell’orizzonte industriale della vecchia Fiat. E che quindi può essere solidamente utile a una scelta che appare nuova all’interno di una automotive industry che – nel segmento dei costruttori non del tutto deverticalizzati – preferisce di solito avere meno risorse da capitale (quelle che possono apportare nuovi soci) e più controllo delle competenze e delle strategie. Tempi ancora tutti da definire per Alfa Romeo e Maserati: «È quasi impossibile prevedere uno scorporo di Alfa e Maserati, che sono due realtà fondamentalmente immature. Sono due realtà in fase di sviluppo». In qualche maniera, queste parole di Marchionne riportano un principio di realtà – e di buonsenso – a un discorso sui due marchi che ha visto, nelle ultime settimane, le banche d’affari e le società di consulenza lanciarsi in supervalutazioni poco comprensibili a chi conosce direttamente il profilo industriale, tecnologico e progettuale di due marchi vivaci e vitali, ma ancora nel pieno di una fase «adolescenziale», per essere meno severi dello stesso Marchionne che ha parlato di «cose neonate». L’obiettivo della riduzione del debito di Fca difficilmente sarà perseguito a breve tramite la messa in vendita di pezzi del capitale di Alfa Romeo e Maserati. Anche perché i due marchi devono ancora «maturare»: consolidarsi produttivamente, perseverare nel rapporto con i fornitori, migliorare nella penetrazione commerciale sui mercati più ricchi. Un processo non semplice, da realizzare in un contesto competitivo durissimo. Il punto di intersezione più profondo fra la dimensione della finanza e dell’industria rimane l’equity. E, su quest’ultimo punto, Marchionne ha risposto ieri con un sibillino «non lo so» alla domanda se un big deal possa avvenire prima dell’aprile 2019, quando dovrebbe lasciare la sua posizione in Fca. Anche se ha confermato di non avere ricevuto offerte da gruppi cinesi. Dunque, una giornata come quella di ieri a Monza è servita a riportare un minimo di ordine e di realismo, dopo i falò di fantasie (e di interessi materiali) accesi questa estate dalle voci sui costruttori cinesi – in particolare The Great Wall of China – alle prese con il dossier Jeep, a cui hanno fatto seguito le ipotesi – riportate dall’Asian Times e di minore impatto sul valore del titolo Fca – di un interesse della sudcoreana Hyundai, che però sconterebbe il potenzialmente disastroso quadro geopolitico dell’area. Tutto questo, naturalmente, fino al prossimo giro di valzer fra voci, silenzi, indiscrezioni. Finché Fca non avrà trovato un partner in grado di assorbirla o di integrarla, oppure avrà ricevuto offerte che consentano lo spacchettamento delle proprie singole imprese e la loro compartecipazione – in maniera ora paritaria, ora ancillare – con altri.

Paolo Bricco, Il Sole 24 Ore

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