C’erano una volta/ Gianni Brera

Share

Gioan non ne azzeccava una, ma gli veniva perdonato tutto

Straordinario carisma, ego senza confini, incredibile sicurezza in sé stesso, grande cultura (non solo sportiva). Trattava come inferiori anche gli interlocutori più agguerriti.

(di Cesare Lanza per LaVerità) Da Gianni Brera mi tenne lontano per molti anni (lui celebre e da tempo grandissimo, io esordiente) una motivazione che oggi, probabilmente, appare bizzarra e inverosimile a chi non ha memoria di quell’epoca remota. Gioan – così lo chiamavano allora gli amici e lo ricordano oggi i suoi fedeli ammiratori – era un intransigente «nemico» di alcuni importanti giornalisti napoletani. E io ero nato al giornalismo grazie ad Antonio Ghirelli e Gino Palumbo, esattamente – napoletani veraci – i bersagli preferiti di Brera. Approcciare Gioan con stima e simpatia mi sarebbe sembrato un autentico tradimento, verso i miei due illustri maestri. Oggettivamente, oggi, debbo ammettere che dopo tanto tempo, l’insolito paradosso sul lavoro, le qualità e la fama di Brera resta assolutamente intatto. Quale? Questo… È certo che il suo nome resta scolpito, e riverito, nella storia del giornalismo: così come è certo che considerava del tutto ignoranti, inattendibili i rivali napoletani, per di più con l’aggiunta di qualche innegabile sfumatura razzista. Infine, è altrettanto certo che, nonostante la sua indiscutibile cultura e la sapienza, il mitico Gioan scivolò in grandi, e numerose, cantonate, nelle sue temerarie previsioni.

Quando si occupava di ciclismo, arrivò a scrivere che Eddy Merckx non avrebbe mai vinto una grande corsa a tappe. Nel calcio, sentenziò che – per l’ambiente e il clima spezzagambe – nessuna squadra affacciata sul mare, o afflitta da temperature meridionali, avrebbe potuto primeggiare o addirittura vincere lo scudetto. Invece, vi riuscirono il Cagliari, il Napoli, la Sampdoria, la Roma e la Lazio… Ma ci furono molti altri pronostici avventati, definiamoli così, eufemisticamente. Alla vigilia del campionato del mondo del 1982, che poi vincemmo trionfalmente, scrisse che eravamo inferiori alla Polonia, «più solida», e al Perù, «più abile», presenti nel nostro girone (poi battemmo l’Argentina, il Brasile e in finale la Germania). Secondo lui, la nostra squadra era di «intrinseca modestia». E solo «per spirito patriottico» si spinse a dire che forse avremmo potuto «lucrare» qualche risultato e raggiungere la qualificazione al secondo turno. Addirittura, alla vigilia della sfida con l’Argentina, consigliò al Ct Enzo Bearzot di utilizzare l’elegante Fulvio Collovati per la marcatura del temuto campionissimo Diego Maradona. Invece Bearzot pose Claudio Gentile alle costole di Diego, e fu un trionfo. Nel 1966 l’infortunio di Brera era stato perfino peggiore: alla vigilia della partita con la Corea del Nord -19 luglio, persa per 1-0 – aveva solennemente annunciato che, se fossimo stati sconfitti, non avrebbe più scritto una riga. Per fortuna di amici e nemici, ammiratori e denigratori, non è stato così. Non ricordo come si trasse d’impaccio, ma tutto gli fu perdonato, allora e sempre.

Perché? Sono decine i suoi pronostici più o meno clamorosamente sbagliati. Sono convinto che Brera forzasse agli estremi le sue convinzioni ragionevoli con la logica delle teorie – spinto dalla giusta intenzione di coinvolgere i lettori e di spalancare la porta a ogni sorta di polemiche, di cui puntualmente diventava protagonista. Che alcune sue arringhe offensive nascessero dal desiderio di essere primattore in scena, lo sospettarono molti, ma pochi ebbero l’audacia di scriverlo (non era facile mettersi contro Brera). Ad esempio, la battaglia contro fior di campioni, che lui aveva ribattezzato «abatini»: Gianni Rivera, Sandro Mazzola, perfino il solido Giacomo Bulgarelli. È innegabile che la fama di Rivera, il suo bersaglio preferito, gli portasse – come suo feroce avversario – una più ampia notorietà, rispetto a quella che avrebbe avuto, se non avesse costantemente tentato di massacrare l’astro del Milan con ogni sorta di sprezzante rimbrotto. Ma è pur vero che l’invenzione geniale del termine «abatino» (come di tanti altri neologismi: contropiede, goleador, melina, la giusta contraria) resta di uso comune ed è perfino accolta nei dizionari. Ma perché – ribadisco – alla fine tutto gli era perdonato? A mio parere, per lo straordinario carisma, non ne ho mai conosciuto altri simili: un ego senza confini, una incredibile sicurezza in sé stesso e nelle sue convinzioni, una cultura erudita (non solo sportiva) che lo induceva a trattare come «inferiori» anche gli interlocutori più agguerriti. Il risultato? Un mostro dialettico, predestinato a una rissa – verbale – continua.

Ai giovani di oggi sembrerà incredibile, ma negli anni Sessanta/Settanta le polemiche tra i giornalisti sportivi erano veementi, furenti e comunque continue. Ho già ricordato la fondamentale divergenza tecnica che induceva allo scontro Gianni Brera, caposcuola del calcio cosiddetto all’italiana (difesa e contropiede, primo non prenderle, niente avventure offensive o tatticamente squilibrate) contro i giornalisti dell’odiata e irrisa, da lui, scuola napoletana, i cultori, come Gino Palumbo e Antonio Ghirelli, del bel gioco d’attacco. Incredibile, oggi, quella furia polemica. A Brescia, una domenica, finì addirittura a cazzotti: uno schiaffone di Gino a Gianni, due pugni ben assestati di Gianni a Gino. C’era stato un precedente strepitoso. Nel 1962, inviato del Corriere della Sera, Ghirelli dedicò il suo primo articolo alle pessime condizioni sociali del Cile, che ospitava il campionato del mondo. Ne nacque un putiferio: polemica strumentale in Italia, indignazione (a dir poco) in Cile. Dopo molti anni Ghirelli raccontò che una sera entrò in un ristorante alla moda di Santiago e si accorse che Brera, a capo di una tavolata di giornalisti italiani, fece un cenno, per indicarlo, a un omaccione. Questi – un campione di lotta greco romana – gli si avventò contro, gridando che Ghirelli aveva insultato sanguinosamente la sua patria. Quanto all’evento sportivo, la nostra Nazionale, chiamata a battersi proprio contro il Cile, fu subito sbattuta fuori da un arbitraggio molto ostile. In Italia molti scrissero che la «colpa» era di Ghirelli, che col suo micidiale articolo ci aveva reso impopolari, ospiti sgraditi. Se si vuole semplificare, si potrebbe dire che Gioanbrerafuearlo (così da un certo punto della sua carriera aveva cominciato a definirsi, in ricordo delle sue origini, il padre, la famiglia) aveva un indomabile caratteraccio. La prova definitiva è la rottura con lo scrittore Giovanni Arpino. Per lunghi anni Brera aveva scritto di adorarlo, lo definiva il suo Nobel personale. Qualcuno aveva deciso di utilizzare Arpino come opinionista di calcio e Gioan lo privilegiava con benevolenza insolita, ricambiata. Poi, a un certo punto, la rottura e non si sa perché: i due cominciarono a scambiarsi cocenti offese. C’è chi sostiene che Arpino si fosse sottratto al paternalismo ingombrante di Brera, il quale in particolare non avrebbe gradito il passaggio dello scrittore alla Stampa, considerandolo un asservimento alla dominante famiglia Agnelli. Ma probabilmente c’erano state ruggini precedenti.

Cominciai a frequentare Brera negli anni in cui dirigevo a Milano il Corriere d’Informazione : mi indusse a farlo il mio fido amico Piero Dardanello, che era un suo devotissimo sostenitore. La prima volta Gianni ci ricevette a cena in casa sua e si esibì in una indimenticabile rassegna dei vini che orgogliosamente custodiva in cantina. Lo inebriavano le sue conoscenze in questa materia, si pavoneggiava nel conversarne. Ricordo una volta in una trattoria dove mi aveva invitato: non riuscivo a distoglierlo dall’analisi del cibo e del vino, volevo stuzzicarlo sul calcio. Finalmente gli dissi la mia ammirazione per un fantastico gol segnato da Nicola Berti, in una partita dell’Inter in Coppa Campioni. Berti era partito dalla sua area, corsa fìnte e dribbling per tutto il campo, fino al gol. Un’impresa che a me pareva eccezionale. «Macché!» mi bloccò. Brera con quel suo tipico ghigno derisorio «semplicemente non sapeva dove andare, cosa fare di ‘sto pallone tra i piedi e ha avuto fortuna a tirare. Se non avesse segnato, nessuno ne parlerebbe.»

In anni successivi fondai e dirigevo un settimanale, alla fine degli anni Settanta, che si chiamava Contro: controcorrente su tutto, provocazioni, contestazioni. Anche questa volta, su suggerimento di Dardanello, pensammo di affidare a Brera una rubrica di risposte alle lettere dei lettori. Ma durò poco, pochissime settimane, lui si impermaliva perché riceveva, tra le altre, lettere aggressive, presuntuose, di lettori che lo sfidavano su qualsiasi argomento. Si tirò indietro. In realtà era un fenomeno naturale, proprio il suo mito aveva provocato legioni di sostenitori e altrettante di oppositori, impegnati in continue e incessanti schermaglie. Nondimeno ci sono stati i tentativi di imitazione tra i giornalisti: così come per Montanelli, anche per Brera (per nessun altro direi) ci sono stati, e ancora ci sono, decine di colleghi convinti di poter esserne eredi ed emuli. Ma, che io sappia, nessuno vi è riuscito.

Brera – nato a San Zenone Po l’8 settembre 1919 – fu un precoce e coraggioso paracadutista con la Folgore, si rifugiò in Svizzera per sfuggire alla Gestapo, si unì ai partigiani in Val d’Ossola. Nel giornalismo entrò dalla porta principale: prima inviato della Gazzetta dello Sport al Tour de France del 1949, vinto da Fausto Coppi, con articoli di intensa suggestione; e subito dopo della rosea diventò direttore, appena trentenne. In seguito ha scritto per il Guerin Sportivo, Il Giorno, Il Giornale, La Repubblica. Inarrivabile e unico in giornalismo. Ma anche, incredibilmente, celebrato da alcuni critici, forse ipnotizzati dalla sua fama, come letterato. In realtà Gioan fu un mediocre scrittore, un noioso romanziere. Col merito, non piccolo, dell’autoironia: fu il primo a sorridere, e a scherzarci su, quando fu definito l’erede di Carlo Emilio Gadda. Non senza qualche fendente inflitto a Umberto Eco – che aveva scritto che Brera era il gaddismo spiegato al popolo – e allo stesso Gadda, «autore di cacatielle».

Gioanbrerafuearlo è morto il 19 dicembre 1992 a Codogno, in un incidente stradale. Si era lucidamente definito un artigiano che non aveva avuto il tempo di studiare da artista. Proprio così: non mi stanco di leggere i suoi articoli, i libri di calcio e anche di cucina; mi chiedo spesso cosa avrebbe scritto Brera delle cose di football di questi ultimi 25 anni. Ma non mi riavvicinerei mai al suo pretenzioso e sopravvalutato romanzo, Il corpo della ragassa.

 

Share
Share