Quantitative easing al capolinea, ma avrà vita anche dopo la sua cessazione. Ecco il metodo escogitato da Mario Draghi per sfornare stimoli nei prossimi anni.

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Quantitative easing al capolinea, ma avrà vita anche dopo la sua cessazione. Ecco il metodo escogitato da Mario Draghi per sfornare stimoli nei prossimi anni.

Cambio euro-dollaro fin quasi a 1,20, mentre i rendimenti sovrani nell’Eurozona ripiegano, in apparente contraddizione rispetto all’attesa dell’avvio del “tapering”, il ritiro graduale degli stimoli monetari da parte della BCE. Un annuncio in tal senso è previsto tra settembre e ottobre, ma non si esclude che al simposio delle banche centrali a Jackson Hole, negli USA, il governatore Mario Draghi possa iniziare ad avvertire ufficialmente gli investitori sulla fine progressiva del “quantitative easing” dal gennaio dell’anno prossimo.

Il QE consta ad oggi di acquisti mensili per 60 miliardi tra covered bond, titoli Abs, corporate bond e titoli di stato dell’Eurozona, ad eccezione di quelli della Grecia. Il programma è fissato fino al dicembre prossimo, ma gli analisti ritengono che non verrà interrotto bruscamente, cosa che provocherebbe una volatilità molto forte sui mercati, oltre che una possibile nuova frammentazione nell’area, mentre è molto probabile che esso verrà tagliato di mese in mese fino ad azzerarsi intorno alla metà del 2018.

La svolta di dicembre 2016

Eppure, i rendimenti di Bund, Bonos, BTp, Oat, etc., non sembrano risentire nelle ultime settimane dell’attesa di un ciclo restrittivo. I decennali italiani sono scesi di una trentina di punti rispetto all’apice toccato alla metà di luglio, così come quelli tedeschi di oltre una decina. Cosa succede? Come abbiamo analizzato ieri in un nostro articolo, il cambio euro-dollaro si rafforza più per la debolezza del biglietto verde che non per il rinvigorimento della moneta unica, ma c’è di più e ha a che fare con dettagli tecnici apparentemente secondari, che tali non sono.

Nel dicembre 2016, al board dell’Immacolata la BCE annunciava una misura abbastanza aggressiva di politica monetaria, nonostante sia passata in sordina: il reinvestimento dei titoli in scadenza acquistati con il QE. Poiché gli assets fino ad allora rastrellati sul mercato secondario avevano durata residua non inferiore ai due anni ed essendo stato attuato il QE a partire dal marzo 2015, ciò implicava per Francoforte il reimpiego dei fondi ottenuti dall’arrivo a scadenza dei titoli, a partire dal marzo scorso.

QE dopo la sua fine

Non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’operazione, ma sappiamo che la BCE si terrà “flessibile” sulle modalità di reinvestimento. Non è possibile sapere, ad esempio, se l’istituto utilizzerà i fondi incassati dagli assets in scadenza per acquistarne altri della medesima categoria o se potrà optare per dirottarli su altre categorie. Ad esempio, se scadesse un corporate bond da 100 milioni in un dato mese, i funzionari di Draghi dovranno utilizzare tale cifra per acquistare altri titoli obbligazionari privati o potranno investirla sui bond sovrani o altri assets inseriti nel QE? E se scade un titolo decennale, dovrà acquistarne un altro di pari durata?

Tutte domande ancora senza risposta, anche se il dato saliente sarebbe un altro: stando ai calcoli di Nordea Bank, nel 2018 arriveranno in scadenza assets per 180 miliardi, mentre nel 2019 per ben 212 miliardi. Che cosa significa? Indipendentemente dalla fine che farebbe il QE, i suoi effetti continueranno ad essere raccolti anche successivamente la sua cessazione, se è vero che nei prossimi due anni si avrebbero reinvestimenti per complessivi 392 miliardi, pari a circa 7 mesi e mezzo di stimoli in corso di attuazione.

Giuseppe Timpone, Investireoggi.it

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