Fondi all’attacco, tempi più lunghi per il riassetto del vertice Tim

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Slitta i primi di agosto, a quanto risulta, il verdetto Agcom sul piano di Vivendi per sterlizzare la quota in Mediaset (occorre ancora qualche giorno per mettere a fuoco i dettagli), mentre il ceo della media company transalpina, Arnaud de Puyfontaine, sembra destinato a un interim operativo più lungo del previsto in Tim, di cui è già presidente. Rischia infatti di essere rinviato a settembre il riassetto del vertice Telecom, dato che i cinque consiglieri dei fondi – Lucia Calvosa, Francesca Cornelli, Ferruccio Borsani, Dario Frigerio e Danilo Vivarelli – avrebbero minacciato di dimettersi in blocco se non saranno seguite, con il massimo rigore, le procedure di corporate governance per il dopo Cattaneo. Procedure che richiedono tempi più lunghi della decina di giorni che erano serviti per ratificare la nomina di Flavio Cattaneo, già scelto dai francesi come ad al posto di Marco Patuano. I consiglieri dei fondi hanno trovato supporto nella lettera che ieri il presidente di Assogestioni, Tommaso Corcos, ha inviato a De Puyfontaine. L’associazione che rappresenta gli investitori istituzionali – categoria che detiene complessivamente i tre quarti del capitale – lamenta una situazione di «rilevante incertezza in merito sia alla guida della società, sia circa l’assetto di governo della stessa, con particolare riferimento all’indeterminatezza del futuro regime delle deleghe esecutive». Assogestioni, quindi, chiede precise garanzie di governance. E cioé, «chiarezza sulla figura del capo azienda al quale vanno attribuite le deleghe esecutive sull’intero perimetro del gruppo»: no, insomma a soluzioni pasticciate, dove non si capisce chi comandi davvero. Secondo, «definizione di una politica di remunerazione degli amministratori esecutivi e del management che verta sulla creazione di valore nel medio-lungo periodo, in base a obiettivi misurabili e con un vesting scaglionato nel tempo che garantisca la sostenibilità dei risultati raggiunti»: in altre parole, mai più un “caso Cattaneo”, pagato 25 milioni per andarsene dopo poco più di un anno. Terzo, «attuazione di un processo di ricerca dell’amministratore esecutivo che consenta, nel migliore interesse della società, il perseguimento di ogni obiettivo declinato dai piani predisposti dal consiglio per l’intero gruppo». Tradotto: responsabilità del board nell’ attuare una scelta e predisporre piani che siano, anzitutto, nell’interesse della società. Lo schema del triumvirato – con De Puyfontaine presidente esecutivo, ad Giuseppe Recchi (oggi vice senza deleghe) e Amos Genish direttore generale (ma nei desiderata di Vincent Bolloré vero “capo-azienda”) – è già virtualmente caduto. Genish, per motivi non meglio precisati, non sarà direttore generale. Per lui è prevista invece la carica di chief operating officer, che non dispone di tutte le leve di un capo-azienda. Non, per esempio, la finanza che, per il debito che Telecom ha da gestire, è cruciale. Il manager israeliano deve oltretutto definire la sua uscita da Vivendi, di cui da inizio gennaio è chief convergence officer, e pare che le discussioni siano ancora in corso. Dunque, il consiglio Telecom che si riunisce oggi alle 14, si limiterà a istruire le pratiche per la successione di Cattaneo, conferire le deleghe a interim al presidente De Puyfontaine e assegnare a un italiano quelle su sicurezza e Sparkle che non possono andare a uno straniero. Poi, considerato che c’è agosto di mezzo, se ne riparlerà probabilmente a settembre. Per i piccoli azionisti dell’Asati, la situazione confusa al vertice è «un’altra prova dell’assenza di una chiara strategia» dei francesi. Che hanno destabilizzato il vertice, senza avere pronta una soluzione “chiavi in mano”. L’uscita anticipata di Cattaneo un effetto (non si sa quanto voluto) comunque l’ha già prodotto. Quello di rendere virtualmente impossibile ogni discussione sulla rete: se per l’incumbent oggi non c’è l’interlocutore, dal lato di Open Fiber ci sarebbero state comunque perplessità da parte dell’Enel (socio paritetico con Cdp)a considerare l’ipotesi di annacquare il progetto tutta fibra con l’innesto di una rete, come quella di Telecom, ancora in parte in rame. Con l’autunno, oltretutto, il Governo si avvicinerà a scadenza. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, ne ha preso atto. «Credo che concentrare gli investimenti su una unica infrastruttura sarebbe una cosa buona e giusta – ha osservato Calenda – Ma dipende dalla volontà delle parti e in questo momento non ho nessuna manifestazione in questo senso. Quindi è un un ragionamento che rimane puramente teorico. In questo momento non mi pare sia in agenda».

Antonella Oliviero, Il Sole24ore

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