Giornali, ora è tempo di osare

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L’editoria mondiale a confronto a Torino
Closing fusione Repubblica-Stampa tra una settimana
Notizie in esclusiva e paywall sul web per essere redditizi

Lo scenario dell’editoria internazionale è vasto e variegato ma ci sono almeno due punti fermi: i ricavi da carta stampata calano e quelli del digitale, perlopiù tramite i social network alla Facebook, rendono 25 cent di dollaro per utente contro i 25 dollari che ogni internauta assicura in media ai big della rete.
Quindi i giornali «non devono avere timori a ripensarsi», a sperimentare, magari valutando la fruizione dei loro contenuti anche attraverso nuovi parametri come «il tempo di lettura» e soprattutto iniziando a definirsi come «comunità di servizi intellettuali» con informazioni su attualità, eventi, conferenze e anche gli orari dei treni per raggiungere queste manifestazioni. Ha aperto con questo invito Maurizio Molinari, direttore della Stampa, la giornata «The future of newspapers», organizzata ieri a Torino nell’ambito delle celebrazioni per i primi 150 anni del quotidiano piemontese. Kermesse a cui hanno partecipato direttori ed editori di testate come Financial Times, New York Times, Huffington Post, South China Morning Post e ancora Washington Post, Bloomberg, Economist, Le Monde e Bild.
Per affrontare il futuro, i nodi cruciali sono sempre come rendere profittevole il digitale, se e come lanciare modelli di lettura web a pagamento, il pericolo fake news e la concorrenza dei social ma ogni giornale ha la sua ricetta e cerca la sua strada verso la sostenibilità: così per esempio Lionel Barber, direttore del Financial Times, punta su notizie in esclusiva, che siano differenti da quelle di altri giornali, frutto di giornalismo investigativo anche per raccontare piccole storie che smuovano l’opinione pubblica, e infine crede nell’informazione del weekend quando il pubblico ha più tempo a disposizione.
Bobby Ghosh, direttore dell’indiano Hindustan Times, riassume la sua strategia con le tre parole crimine, cambiamenti sociali e lavoro mentre Lydia Polgreen dell’Huffington Post investe sulla fiducia che i brand giornalistici devono coltivarsi tra i lettori. E in conclusione John Micklethwait al timone di Bloomberg News ha riassunto: «ricordiamoci che alla fine di ogni strategia il risultato dev’essere farsi comprare», in edicola come sul web.
Stessi problemi ma focalizzati da un punto di vista differente è quello degli editori e dei loro a.d., a partire dall’editore della stessa Stampa (e Secolo XIX) John Elkann che ha annunciato «entro settimana prossima il closing» della fusione con Repubblica del gruppo L’Espresso, operazione per cui è atteso a breve il via libera della Consob. È grazie a operazioni simili di consolidamento che «siamo riusciti a raggiungere e mantenere una certa redditività», la Stampa «è stata redditizia nel 2016 e faremo utili anche nel 2017». Senza dimenticare l’investimento che ha portato il gruppo guidato da Elkann a rilevare il controllo dell’Economist con cui «si può essere d’accordo o meno ma quello rimane il punto di vista del settimanale. E infatti cresce sia il numero degli abbonati sia il prezzo di copertina».
In parallelo, concentrazione sulle esigenze lettore, che poi attira anche inserzioni pubblicitarie, e tecnologia da vendere anche ad altri giornali sono i due punti di forza secondo Jeff Bezos, patron di Amazon e soprattutto editore del Washington Post. «Non avrei voluto fare editoria», ha raccontato Bezos. «Siamo tornati alla redditività scommettendo su un team indipendente di giornalisti. Con le loro storie originali aumentiamo gli abbonamenti. Io sono ottimista per il futuro. Più rafforziamo il nostro paywall più crescono gli abbonamenti». Sulla stessa linea il presidente della Fieg (Federazione italiana editoria giornali) Maurizio Costa, che a margine dell’evento ha sottolineato come «qualcuno aveva detto che nel 2017 si sarebbe stampata l’ultima copia del New York Times. Non è accaduto, ma che ci sia un cambiamento nel mix tra carta e digitale è sotto gli occhi di tutti: occorre puntare sulla qualità dei contenuti per renderli originali e credibili. Siamo sempre più guidati da un algoritmo tecnologico; occorre che gli editori rispondano con un algoritmo della credibilità».
In particolare Carlo De Benedetti, che presiederà il nuovo gruppo Gedi (Espresso+Itedi di Stampa e Secolo XIX), ha chiamato il settore al rilancio proponendo la convocazione a Torino di nuovi «stati generali dell’editoria, aperti a tutte le categorie della stampa, a livello italiano ed europeo, e inclusi i big della rete» come Google e Facebook. «Il settore non chiede né assistenza né sussidi ma vuole continuare a essere redditizio». Se invece il settore subirà un tracollo, «sparirà una funzione fondamentale della democrazia», ha concluso De Benedetti.
Per un futuro sostenibile, tornando a livello giornalistico, certo è che «le redazioni dovranno affrontare cambiamenti come per esempio diventare più specializzate», ha proseguito Barber del Financial Times, «perché il lettore non è più uno sconosciuto che va in edicola», ossia occorre conoscerlo, capire cosa vuole leggere e ottenerne dei riscontri su quello che ha letto. «I big data possono servire a questo proposito così come i video montati apposta per smartphone possono rendere più attrattive le notizie», ha aggiunto Polgreen che avverte però come «i format tradizionali piacciono ancora» e non vanno dismessi, carta compresa, «ma si possono sperimentare nuovi format di cui è un esempio la realtà virtuale». Del resto, «in quanti nelle redazioni prestano attenzione al format e al design dei loro giornali?», ha sottolineato Barber. A proposito di sfide, piattaforme come Facebook e Google «si devono assumere la responsabilità di quello pubblicano», ha continuato il direttore del Financial Times. Ai giornalisti spetta frenare «la pericolosità dei contenuti postati online, magari solo con l’obiettivo di acquisire più follower», ha aggiunto Ghosh dell’Hindustan Times. Unica avvertenza: «tenere sempre da conto che i social servono a tante persone per informarsi, è il loro unico modo per farlo», ha chiosato Polgreen dell‘Huffington Post. E le fake news che circolano online? «Intanto smettiamo di chiamarle news, notizie», è intervenuto Ascanio Seleme, direttore del quotidiano brasiliano O Globo. Poi, ha risolto velocemente la questione Polgreen, «l’unico argine è proporre solo notizie autentiche. I lettori sono furbi ».
Marco A. Capisani, Italia Oggi

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