C’ERANO UNA VOLTA / EDILIO RUSCONI

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di Cesare Lanza

Mi obbligò a fare «La Notte» ma io scordai la sua lezione

Piccolo e magro, era un editore dispotico che dominava i redattori dal basso all’alto
Diceva: «Il giornalismo è lo sfruttamento dei sentimenti. Gli italiani vogliono sognare

Edilio Rusconi mi convocò a Milano alla fine dell’estate del 1988. Mi ero rifugiato a Cortona, il paese toscano, di fama internazionale grazie alla sua straordinaria bellezza, per smaltire il dolore e l’amarezza di un’esperienza editoriale finita male. Qualche giorno prima mi aveva telefonato Alberto, il figlio. «Le interesserebbe dirigere La Notte?», mi chiese con un garbo che mi conquistò subito. «Ricordiamo bene che lei si batteva spavaldamente contro La Notte, quando dirigeva il Corriere d’Informazione ». Ringraziai, fissammo un appuntamento ed ebbi il tempo di mormorare: «Sono passati quasi 15 anni, però…». La mia convinzione era che il mercato dei quotidiani del pomeriggio fosse ormai ristretto ai minimi termini, la decadenza era evidente in tutto il mondo. Provai a rifiutarmi, dicendo che anche grandi investimenti sarebbero stati rischiosi e probabilmente inutili. Ma ero colpito dalla stima e dall’insistenza dei due Rusconi, padre e figlio. Dissi che avrei preferito il ruolo di direttore editoriale per cercare strade più ampie, rispetto alla confezione del giornale: la stampa, gli orari di distribuzione, le nuove tecnologie, la pubblicità. Mi azzardai a osservare: «Non parlo di me, ma neanche Nino Nutrizio, l’ex leggendario direttore, riuscirebbe a tracciare un futuro per un giornale da vendere nel pomeriggio. Neanche Montanelli!», aggiunsi, sapendo quanto Edilio stimasse il vecchio Indro. Non ci fu niente da fare. Racconto tutto questo perché, dopo vari
incontri, l’ultimo colloquio fu veramente singolare, per me indimenticabile. Ci trovammo faccia a faccia, Edilio e io. Lui era piccolo, magro, sottile, pieno di energia. Conosciuto da tutti, anzi famoso perché si comportava come un dittatore: autorevole però, prima che autoritario, un dispotico che domina i redattori dal basso all’alto», diceva ad esempio Oreste Del Buono. «Sciorinando bigliettini su bigliettini, incignati d idee e di progetti, ma soprattutto elenchi di errori e rimproveri». «Allora ha deciso, finalmente? Accetta 0 no?», mi chiese subito Rusconi. Provai a ricominciare le solite litanie. E lui si era alzato in piedi, dall’altra parte del tavolo, con un’espressione severa. «Sì 0 no?», gridò. «Lei conosce le mie perplessità…», mormorai flebilmente. Scattò: «Insomma, se lei fosse al mio posto, lo assumerebbe Lanza, sì 0 no?» «No!», risposi con la stessa decisione. Si infuriò e sbatté il pugno sul tavolo, a rischio di farsi male: «E invece io la assumo», gridò. «E lei firmerà!» Mi sbalordì. Mi trovavo di fronte a un celebre protagonista dell’editoria.
Era possibile rifiutare? Forse sì. Ma a quel punto non lo feci. Ero impressionato dall’energia e dall’ottimismo di Edilio. Accettai. Padre e figlio mi concessero di qualificarmi come direttore editoriale e mi chiesero di nominare un direttore di mia fiducia: scelsi Carlo Palumbo, bravo giornalista, che avevo avuto al Corinf e ora dirigeva una pubblicazione Rusconi. All’epoca del Corinf di Palumbo ne avevo avuto due: Carlo Palumbo, detto Carlumbo; e Mario Palumbo, detto Marpiumbo. Il copyright dell’arguzia era di Franco Damerini, estroso capocronista dell’/nformazione, imperturbabile. («Come va la cronaca?», gli chiedevo. E lui: «Marcia…» Aggiungendo: «Come dice il cameriere in trattoria, quando aspetti la paillard ai ferri…»). Secondo le mie pessimistiche previsioni, le provavamo tutte, ci divertivamo anche, ma non riuscivamo a far decollare le vendite della Notte. Le abitudini dei possibili lettori erano cambiate, soprattutto esplodeva l’interesse per le televisioni private: gli orari di vendita in edicola erano più che mai ristretti. Alberto Rusconi più di una volta mi disse: «Lei può fare ciò che vuole… La mia opinione è che lei dovrebbe assumere direttamente la direzione… quando crede, lo faccia!». Così, dopo qualche tempo, mi trovai nella curiosa situazione, mai avuta né prima, né dopo, di fronte alla redazione, di annunciare le dimissioni di Palumbo e la nomina di me stesso come successore. Mentre Edilio  -raramente – mi chiedeva come andassero le cose. Di fronte alle mie analisi disse una volta, e mi intenerii di fronte alla sua malinconia, lui abitualmente molto determinato e imperioso: «Un direttore dovrebbe lasciare un po’ di speranza all’editore… ». – raramente – mi chiedeva come andassero le cose. Di fronte alle mie analisi disse una volta, e mi intenerii di fronte alla sua malinconia, lui abitualmente molto determinato e imperioso: «Un direttore dovrebbe lasciare un po’ di speranza all’editore… ». Col senno di poi, il bello è che il modello di riferimento, in casa, lo avevo: era lui. Infatti sarebbe bastato ispirarmi ai prodigi che aveva realizzato Edilio, quando fu chiamato dal vecchio Angelo Rizzoli a dirigere Oggi, il settimanale. Rizzoli cercava un giovane in gamba, non compromesso col fascismo: Montanelli gli indicò Rusconi. E il giovane Edilio, a 29 anni, subito dopo il referendum con il quale gli italiani avevano dato la preferenza alla Repubblica rispetto alla monarchia, ebbe un’idea strepitosa. Mezza Italia e forse più era monarchica, comunque affezionata e curiosa del destino e della vita pubblica e privata dei reali, obbligati all’esilio. Così Oggi diventò il settimanale che raccontava gli amori, i fatti e misfatti di casa Savoia. L’intuizione ottenne un successo storico: da 100 a 200 a 300.000 copie in più, in breve tempo. Si dice che Edilio, che sapeva fare bene i suoi affari, avesse posto a Rizzoli (che gli affari sapeva farli benissimo anche lui, ma non poteva prevedere quell’incredibile successo) una clausola con la quale si arricchì: un tot per ogni copia venduta in più, rispetto alle previsioni. Edilio diresse Oggi fino al 1956, quando decise di andare da Rizzoli e gli annunciò la sua intenzione di dimettersi, per mettersi in proprio, e gli chiese la liquidazione (un po’ meno di 50 milioni di lire, allora una cifra molto cospicua). Subito Rizzoli fu molto sarcastico sulle possibilità di successo per l’avventura editoriale del suo ex dipendente. Invece Edilio fondò Gente e lo lanciò e nutrì con gli stessi ingredienti che, con Oggi, gli avevano portato gloria e denaro. «Il giornalismo», diceva, «è come la letteratura, lo sfruttamento dei sentimenti. Gli italiani vogliono sognare». Il primo numero di Gente uscì il 2 ottobre 1957 con una copertina dedicata a Maria Gabriella e si capì subito che ancora una volta Rusconi aveva fatto centro. Al punto che Rizzoli, rivedendo la propria acida previsione, in una riunione esplose: «Questo qui non ce lo toglieremo più dai coglioni, per tutta la vita». E così è stato. Col senno di poi, alla mia età, si fanno bilanci. E così oggi penso, quasi trentanni dopo la mia esperienza alla Notte, che con umiltà avrei dovuto seguire la lezione di Rusconi: raccontare ogni giorno le storie delle famiglie di fatto reali, regnanti ma laiche, repubblicane. Gli Agnelli innanzitutto, ma anche i Berlusconi (allora Silvio si stava già affermando), gli stessi Rizzoli, i Moratti, i Falck, i Gardini… «I lettori vote in modo intransigente ai suoi principi e valori etici. Era un fiero anticomunista, ma da fervente cattolico diceva: «Non guardo a destra 0 a sinistra, ma sempre avanti, con l’aiuto di Dio». Con Edilio, ma anche con Alberto – con il quale consolidammo un rapporto schietto e confidenziale – non parlammo mai di una vicenda in cui io ebbi un ruolo contrapposto ai loro interessi. In misura oscura e molto limitata: addirittura non sono sicuro che Rusconi senior ne sia mai stato al corrente, così come Alberto, ancor oggi.
Rusconi, nel 1973, acquistò da Ferdinando Perrone la metà della proprietà del Messaggero e del Secolo XIX. L’altra metà era di proprietà di Sandro Perrone, cugino di Ferdinando. Ne nacque una lunga e tormentosa battaglia editoriale, politica, sindacale. Complicata ed esasperata dalla convinzione di molti che Rusconi rappresentasse gli interessi di Eugenio Cefis, manager potentissimo e molto odiato. Edilio tentò invano di insediare il direttore che aveva scelto per il Messaggero, Luigi Barzini senior. Il blitz fu bloccato addirittura sul portone di ingresso in via del Tritone dai giornalisti, con Sandrino – cosi era chiamato da tutti – in testa, come direttore e coeditore.  Al Secolo XIX Piero Ottone non c’era più, era passato a dirigere il Corriere. In posizione defilata c’ero io. Sandrino non si faceva sentire e tanto meno vedere: vissi il periodo più libero e spregiudicato della mia carriera giornalistica. Con la redazione seguivamo da lontano i tumultuosi eventi di Roma. Rusconi si occupò anche di cinema: quattro film affidati a registi famosi, come Roberto Rossellini e Luchino Visconti.
Ma anche di libri, con il fiuto che gli era straordinario nel sangue. Pubblicò ad esempio – questa è la perla – Il signore degli anelli di John Ronald Reuel Tolkien, un oscuro insegnante di Oxford, che tutti avevano rifiutato. Ma anche Giuseppe Berto, Guido Ceronetti, Mario Pomilio, Patrick Modiano (poi premio Nobel per la letteratura nel 2014), Augusto Del Noce, Nicola Abbagnano...Studiava Life e Time, adorava le grandi fotografie, inventò le lunghissime didascalie in cui, a cominciare dall’età dei personaggi di cui parlava, diceva tutto ciò che potesse interessare ai lettori. Raccomandava ai giornalisti: scrivete e chiedetevi se avete scritto in modo da far capire tutto a vostra moglie e vostra madre. Naturalmente si cimentò anche in tv, ma non si oppose al dilagante Berlusconi: gli vendette Italia Uno con un guadagno di oltre 30 miliardi. Disse: «La televisione è il futuro, ma al futuro bisogna arrivare vivi!». Edilio, nato a Milano l’ 11 novembre 1916, si spense – sempre a Milano – il 10 luglio 1996. Tre anni dopo Alberto cedette la casa editrice di francesi di Hachette. «Quando penso a mio padre», ha detto, «mi rendo conto che ha avuto successo perché sapeva esattamente cosa voleva la gente e cosa lui poteva darle». Ed Edilio di sé stesso: «La notte mi pizzicavo per tenermi sveglio, il lavoro prima di tutto. E poi dovevo leggere i libri di cui mi parlavano i miei amici: Riccardo Bacchelli e Salvatore Quasimodo, Curzio Malaparte e Giancarlo Vigorelli».

di Cesare Lanza, La Verità

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