C’erano una volta/ Indro Montanelli

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di Cesare Lanza

Ero stato io a farlo licenziare
e lui mi chiamò «levatrice» della sua iniziativa editoriale

Fu una mia intervista a farlo cacciare dal «Corriere» e a fargli fondare «A Giornale»
Non smentì mai quanto dichiarato. Perché solo gli omuncoli viscidi e furbetti lo fanno

 Cosa si può dire ancora di Indro Montanelli? Sono stati scritti, proprio non saprei quanti, decine di libri sulla sua lunga vita e prestigiosa carriera. E decine di migliaia di articoli, su di lui. Saggi, convegni, dibattiti, presentazioni di libri, rievocazioni. Ancora ieri, proprio su questo giornale, una rivelazione firmata da Morello Pecchioli: Indro, quando andava a Cortina d Ampezzo, si fermava a Veleggio, in compagnia dell’amico Cesare Marchi, per gustare gli agnolini nell’Antica locanda Mincio di Borghetto. Una notizia in verità stupefacente, considerando quanto sia nota la sobrietà di Montanelli, magro come un grissino, a tavola (più o meno, una minestrina, un pugno di fagioli con un cucchiaino di olio, qualche oliva, uno spicchio di pomodoro, minime verdure). E poi, tutto ciò che ha scritto lui, Indro. Non credo che esista un vero elenco completo. Reportage e cronache da ogni parte del mondo, interviste, commenti, note… Centinaia e centinaia. Editoriali. Libri di storia e d’altro genere. Commedie. Romanzi. Un’attività instancabile, fino a pochi giorni prima della sua morte, a 92 anni. Cosa si potrebbe aggiungere? Quanto alla sua grandezza, basterà dire che fu riconosciuto, pressoché unanimemente, il più bravo sia dai suoi grandi coetanei e rivali – Enzo Biagi, Giorgio Bocca… – sia a destra, anche se lui trovava volgari i missini, e si batteva per una destra ideale, utopistica; sia dalla Democrazia cristiana (indimenticabile la battuta «turiamoci il naso ma votiamo”), come barriera verso il comunismo; sia dai comunisti, Maurizio Ferrara lo definì bonariamente «un ovvio di genio» e Indro stesso scrisse: «Li rispetto, mi disapprovano anche duramente, ma mai sul piano personale». Oggi è celebrato rispettosamente da tutti, anche Marco Travaglio, inesorabile verso tutto il mondo è quell’altro, lo ricorda con devozione. Ho dedicato questa serie domenicale a grandi personaggi di una volta, ma senza la presunzione di poter tratteggiarne una pur breve biografia: mi sono limitato a raccontare una testimonianza diretta, conoscenze mie, incontri personali. E obbligatoriamente farò così anche per Montanelli. È una storia abbastanza risaputa, ma racconterò nei particolari la mia intervista a Indro per II Mondo, che gli costò il licenziamento in tronco dal suo Corriere e lo indusse ad accelerare i tempi per la fondazione del Giornale». Era l’ottobre del 1973, la bellezza di 44 anni fa. Ero molto giovane e guidavo di fatto II Secolo XIX, il direttore Piero Ottone era stato ingaggiato per la direzione del Corriere della sera. Si sapeva – solo un mormorio, nell’ambiente giornalistico – che Montanelli era molto scontento. Al di là dell’incarico nel quotidiano genovese, collaboravo al Mondo. Chiesi un appuntamento a Indro e andai a intervistarlo. Mi accolse nel suo bellissimo attico in piazza Navona. Penso, oggi, che fosse al limite della sopportazione/irritazione, e che aspettasse solo una buona occasione per sfogarsi. La conversazione fu esplosiva. Come spesso succede, almeno secondo le mie opinioni, le buone interviste derivano soprattutto dal merito dell’intervistato: certo l’intervistatore deve fare le domande giuste e trascriverle correttamente, deve trovarsi con l’interlocutore giusto, al momento giusto. Ma se non c’è qualità, estro e profondità, nelle risposte dell’intervistato, una buona intervista non può esserci (a meno che non sia inventata, cosa che mi ripugna). Montanelli mi regalò affermazioni importanti, consapevole o no che stesse firmando l’addio al Corriere. Ammise che era profondamente scontento e che non condivideva nulla dell’indirizzo che Ottone aveva dato al giornale. Disse che il Corriere aveva tradito il suo pubblico fondamentale, la buona e produttiva borghesia lombarda, con innovazioni e aperture arbitrarie – in primo luogo al Partito comunista non tollerabili. Disse che era la proprietaria Giulia Maria Crespi (lui, che l’aveva contestata anche in passato, la definì “la zarina, Giuda Maria“) a ispirare e suggerire a Ottone il da farsi. Disse che si era rifugiato in un angolo e non aveva rapporti costruttivi con chi dirigeva e confezionava il giornale. Ma la dichiarazione decisiva fu nel clamoroso annuncio: meditava di fondare un anti Corriere, per restituire ai lettori lombardi il «loro» giornale. Come poteva restare al Corriere, Montanelli, se intanto progettava di mettere sul mercato un quotidiano antagonista? Questa fu la domanda che Ottone pose a Giulia Maria e la zarina gli disse di procedere al licenziamento immediato. 0 forse fu il contrario. Desidero aggiungere una mia sensazione, priva di riscontri. Quando Indro mi accompagnò alla porta e ci salutammo, mi chiese se e quando l’intervista sarebbe apparsa sul Secolo XIX. Gli risposi: «No, sul Mondo». Mi parve di scorgere un’espressione di sorpresa, sul suo volto. Un attimo. Poi mi strinse la mano e mi disse, congedandomi: «Bene, bene così…». Ed ecco la mia sensazione: l’ideazione e la preparazione del Giornale erano ancora approssimative. Forse Indro desiderava solo lanciare un forte, aspro messaggio, un segnale, sul Secolo XIX, un quotidiano importante ma a diffusione regionale, con la finezza che si trattava del giornale in precedenza diretto dal suo «nemico» Ottone. Non sul Mondo, con una diffusione nazionale, limitata ma prestigiosa e consolidata; un pubblico tradizionalmente sofisticato, snob, prevalentemente politico, impegnato. Indro fu licenziato e la comunicazione gli fu data in casa di un nostro comune amico, Gaetano Greco Naccarato, dov’era ospite. Qualcuno ha scritto che piansero tutti e due, Piero e Montanelli. Greco mi disse che solo Ottone si commosse e che addirittura Indro lo consolò, dicendogli che capiva l’inevitabilità, che sapeva che la decisione non era sua, ma della proprietà. È da mettere in rilievo che, come oggi è diffusamente consuetudine, a Indro sarebbe bastato smentirmi. In vita mia non ho mai portato con me un registratore, ho sempre preso appunti essenziali: non avrei dunque avuto nessuna possibilità di confermare la nostra intervista. La mia parola valeva zero, di fronte – eventualmente – alla sua. E prendere tempo, evitare il licenziamento incombente, muoversi nell’ombra, sarebbe stato molto utile, per Montanelli. Ma solo gli omuncoli viscidi e furbetti smentiscono le interviste. Indro, uomo vero, non ci pensò minimamente. La prima volta che ci rivedemmo, fu a Milano in una sala di una libreria in piazza Cavour (oggi non c’è più). Lì nei primi tempi teneva le sue riunioni per preparare II Giornale. Era attorniato dai giornalisti del Corriere, che poi lo avrebbero seguito nella temeraria avventura: per metà erano, come lui, insofferenti e scontenti della direzione ottomana, per metà, a prescindere, lo consideravano un idolo. Indro allargò le braccia festosamente e mi accolse dicendo: «Ecco la nostra levatrice!». Mi colpì la sua allegria perché molto spesso era depresso, e non lo nascondeva. All’epoca, nel ’73, aveva 64 anni. L’anno dopo II Giornale nuovo nacque con l’ambizione editoriale – il progetto – di sfondare in Lombardia: in realtà, secondo le ciniche e realistiche previsioni di Ottone, al Corriere non portò via granché. Ma si impose subito trionfalmente come un quotidiano a diffusione nazionale, di opinione: con quella linea di destra, nobile e spesso incompresa, che stava a cuore da sempre a Montanelli. Per molti anni odiato, ancor più che detestato, da una certa sinistra e soprattutto da legioni di sinistri immaginari, violenti e incolti. Negli anni di piombo, era addirittura pericoloso farsi vedere con II Giornale in tasca. I pregiudizi odiosi portarono all’attentato delle Brigate rosse, nel 1977: fu gambizzato. Non è vero che il Corriere non lo nominò in prima pagina. Non fu nominato nel titolone di apertura, come l’intero mondo giornalistico ritenne e ritiene sbagliato, me compreso. Ma in prima pagina fu pubblicata un’intervista di Biagi a Indro, in ospedale. Non fu comunque Ottone, che quel giorno si trovava a Venezia per un convegno, a decidere la titolazione. Secondo voci, che riporto per pura cronaca, fu Michele Tito. È nota l’ironica, consueta impostazione di lavoro di Ottone, quando era in vacanza 0 fuori sede per lavoro. «I vicedirettori servono a questo», diceva.
Nel caso specifico, concordo con coloro che pensano che una maggior attenzione sarebbe stata opportuna. Il risultato è stato che molti ancor oggi attribuiscono al Corriere una mancanza elementare di stile, nei riguardi del grande giornalista, storicamente il più famoso e prestigioso. Ho incontrato molte altre volte Montanelli e mi sarebbe piaciuto lavorare con lui, ma non ho avuto, purtroppo, questa soddisfazione. Credo di essergli stato simpatico, magari solo come «levatrice» del Giornale. Dei suoi rapporti con Silvio Berlusconi ricordo due soli episodi, ne parlerò un’altra volta. Della rottura con il Cavaliere e della nuova fondazione nel’94 – di un quotidiano, La Voce, titolo scelto in omaggio del suo amato Giuseppe Prezzolini, so quello che tutti abbiamo letto e orecchiato, niente di più. La Voce fallì dopo solo un anno e Indro fu riaccolto alla grande al Corriere, ne era stato una colonna dal 1938 al 1973: Paolo Mieli era disposto a lasciargli addirittura la direzione. Fino all’ultimo, con i suoi articoli, Indro fu protagonista: si spense il 22 luglio 2001 a Milano (era nato a Fucecchio – Firenze – il 22 aprile 1909). Dettò il suo necrologio: «Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza / Indro Montanelli / giornalista / prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli della fedeltà e dell’effetto con cui lo hanno seguito». Nonostante, in virtù della sua rottura con Berlusconi, sia stato adottato tatticamente dalla sinistra, Montanelli ha sempre tenuto alla sua
indipendenza dai partiti e dai politici. Il massimo che si possa dire è che simpatizzasse, senza legami, con Ugo La Malfa e i repubblicani. Ha rifiutato la nomina a senatore a vita. Si è sempre definito «anarcoliberale». Inizialmente sostenitore dei fascisti, poi si ribellò e addirittura fu condannato a morte dai nazisti. Si salvò con una fuga rocambolesca. Aveva rifiutato la direzione del Corriere nel 1967, ma la desiderava, secondo varie testimonianze 15 anni dopo, quando fu cacciato Giovanni Spadolini e arrivò Ottone. Mi sono chiesto cosa scriverebbe oggi Montanelli dell’alleanza che nuovamente si delinea tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. D’impulso, pensavo: peste e corna. Ma ora credo che avrebbe concesso il bis: «Turiamoci il naso, ma votiamoli».

di Cesare Lanza, La Verità

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