C’erano una volta/ Alberto Moravia

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L’impiegato della letteratura «Talento è lavorare sempre»

Lo scrittore schiavo della routine: sveglia alle 6.30, alla scrivania 4 ore, pranzo alle 13 Del matrimonio con
Carmen Llera, 46 anni meno di lui, disse: «Ne parleranno gli altri»

di Cesare Lanza

Alberto Moravia morì il 26 settembre 1990, al mattino, nella sua bella casa romana, un attico in lungotevere della Vittoria. Lo fulminò un ictus, nella stanza da bagno: se ne andò così in perfetta coerenza con il suo stile di vita metodico. Aveva 82 anni, era solo in casa, lo rinvenne la fidatissima governante.
Moravia passava molte ore in bagno: era attentissimo alla igiene personale, in particolare alla cura di sé, del corpo. Profumato, ordinato, elegante con misura, ineccepibile sempre nell’aspetto. In qualsiasi occasione…
Un amico ricorda come, stupefatto, durante una traversata del deserto in Africa, al mattino tutti si alzavano incappottati, e Moravia era già inappuntabile, giacca e camicia ben stirata, perfino i pantaloni con la riga. Il metodo era la regola costante, non modificabile, della sua vita. Inviolabile. Nel lavoro, era ammirato, invidiatissimo dalle decine di migliaia di persone (me compreso) che sfangano la vita, scrivendo. Ogni mattina, una ricca colazione (fin da ragazzo la mamma gli serviva uova, un’ostrica e altre delizie): miele, tè o caffè, spremuta di arancia, yogurt, marmellata, miele. Poi, fino a mezzogiorno, Moravia scriveva: dovunque si trovasse, che ci fosse l’ispirazione o no (non gli interessava minimamente), qualsiasi cosa succedesse. Questa insolita, severa applicazione gli ha permesso di scrivere decine di libri, centinaia di racconti – anche, con regolarità, sul Corriere della Sera e vari reportage dai Paesi che visitava – era un viaggiatore instancabile e curioso: Germania, Francia, India, più volte Africa. E, ancora, decine e decine di recensioni cinematografiche, sull’Espresso. Citava Pablo Picasso, che a sua volta aveva citato Charles Baudelaire: «Il lavoro fa sempre bene, il talento è lavorare ogni giorno».
Ho incontrato Moravia negli ultimi 10 anni della sua vita, in serate salottiere. Era ormai del tutto sordo, comunque al centro dell’attenzione e delle coccole, soprattutto da parte delle donne, signore e ragazze di qualsiasi età e di variegate ambizioni. Avrei voluto chiedergli mille cose, purtroppo bisognava urlare perché lui udisse e spesso rispondeva senza aver capito. (Antonio De Benedetti gli chiese: «Ma perché ascolti la musica, Beethoven e gli altri, se non ci senti bene?», e lui: «Vedo i colori»). Tuttavia questo grande scrittore – popolarissimo e seguito in vita, assai meno dopo la morte – fa parte della mia vita, sia perché ho letto quasi tutto, sia perché conosco bene uomini e donne che lo frequentarono assiduamente e mi hanno raccontato minuzie in apparenza ed episodi significativi. Marina Ripa di Meana a proposito della sua invincibile metodicità mi ha detto: «Era gelosissimo di Carmen Llera, soffriva molto. Gli prese anche una fissazione: diceva che non ce la faceva più, nelle riunioni degli amici ci annunciò e varie volte ripeté che aveva deciso di suicidarsi. E così Goffredo Parise gli chiese: “Ucciderti, va bene… ma come?”. E Moravia: “Penso di lasciarmi andare nel traffico, a piedi, senza pensare a niente: prima o poi una macchina mi investirà”. E Parise: “Ma quando ti vengono questi pensieri, il desiderio di ucciderti? Al mattino?”. E Moravia, quasi indignato: “Ah, no! Al mattino io lavoro”». Dunque, ecco la giornata-tipo dello scrittore italiano più popolare e abitudinario nella seconda metà del secolo scorso.
Al mattino, sveglia alle 6.30 e lunga preparazione di sé in bagno. Poi, vestito di tutto punto, colazione in giacca e cravatta. Poi 3/4 ore alla macchina da scrivere. Poi, a pranzo fuori: Moravia non mangiava mai in casa, anche perché le tre donne della sua vita non avevano simpatia per la cucina. Elsa Morante non sapeva preparare neppure un uovo al tegame, anche Dacia Maraini e Carmen Llera avevano altri prevalenti interessi. Prima o dopo pranzo, una passeggiata con l’amatissimo cane Arancio (che gli aveva regalato Vincenzo Cerami), uno spinone.
In trattoria, a tavola, era misurato, poco goloso, ma di buon appetito. Il problema vero era la puntualità: doveva iniziare a cibarsi alle 13 in punto… Vino rosso, senza esitazioni. Gli piaceva sbocconcellare il pane – per il quale aveva un sacro rispetto, con una paura quasi nevrastenica che potesse mancargli – tra una pietanza e l’altra. Gli piaceva stare in compagnia degli amici intellettuali, scrittori e pittori: Pier Paolo Pasolini prima di tutti, ma in una prima fase della sua vita aveva conosciuto e frequentato Federico Fellini e Giulietta Masina, Luchino Visconti, Alberto Lattuada, Roberto Rossellini, Leo Longanesi, Mario Pannunzio, Vittorio De Sica; poi Enzo Siciliano, Goffredo Parise, Nello Ajello, negli ultimi tempi Alain Elkann, Dario Bellezza, la poetessa Fiammetta Jori, una sua cocchina, da sempre Cerami e Ninetto Davoli.
Dopo pranzo, un’ora di malinconico abbiocco a casa, poi cinema quasi sempre al primo spettacolo, per le recensioni dei film. Poi qualche giornale o libro da leggere, appuntamenti a casa o fuori, poi di nuovo in trattoria, poi qualche invito nei salotti (Emilio Cecchi, Giuseppe Ungaretti, Enrico Falqui dapprima, poi le regine della vita mondana di Roma e Milano), senza timore di far tardi. Sempre assolutamente fermo negli orari e nelle abitudini. E molto lucido nella consapevole classifica delle sue passioni: letteratura prima di tutto, poi pittura, cinema al terzo posto.
Mi ha sempre attratto, ben più che incuriosito, il suo rapporto con il sesso. Senza aver pretese da critica letteraria, i suoi romanzi che mi sono piaciuti di più sono quelli brevi, Agostino (che scrisse in un mese, durante una vacanza a Capri) e La disubbidienza: mi riconosco in turbamenti, sesso, fantasie. Due capolavori. Il sesso è costante nella sua narrativa, ma in altri romanzi lo stile di Moravia – lo dico da appassionato lettore – mi appare analitico, freddo, cinico, a volte senz’anima. E questo forse dipende dalla sua volontà di applicarsi alla scrittura con rigore impiegatizio, anche senza la molla dell’estro, senza passione. Anche quando il presupposto è il dramma, come ne La Ciociara, nel rapporto tra una madre e la figlia stuprata; o nella meravigliosa ambiguità de II disprezzo e anche de II conformista. Si avverte una forma di cattiveria verso erotismi e rapporti sessuali, narrati come motivo di sofferenza. O addirittura studiati a tavolino, provocatoriamente: il suo peggior libro, quello meno coinvolgente, è Io e lui, ovvero lo stravagante dialogo tra il protagonista e il suo membro. Per un desiderio – commerciale – di arrivare comunque a stupire? E come viveva il sesso, Moravia, nella sua vita privata? «Giocoso, ingenuo e spontaneo. Come un bambino. Allungava le mani, mai niente di imbarazzante», mi hanno detto Fiammetta Jori, una sua devota amica, e conoscenti occasionali. Straordinaria una testimonianza di Marina Ripa di Meana: «Quando Mario Schifano fu arrestato per droga, tutti gli amici di questo grande amico si riunirono per cercare forme di protesta e di denuncia. Fui incaricata di ottenere l’adesione e i consigli di Moravia. Lo chiamai, subito ebbi il suo consenso e ci vedemmo a casa mia. Seduti su un divano gli spiegai con foga la necessità di una manifestazione. Ero una ragazzetta animosa. Lui assentiva, a un certo punto mi prese la mano e la guidò sui suoi pantaloni: “Lo senti quant’è duro?” mi disse con un certo orgoglio. Scoppiai a ridere e tutto finì lì”». A Moravia e a un’incantevole vita romana che non c’è più – caratterizzata da grandi scrittori, poeti, pittori e registi – Marina ha dedicato il suo ultimo libro.
Quanto alle tre donne della vita, Morante, Maraini e Llera, oserei dire che anche in quei tre straordinari rapporti Moravia ebbe una dedizione metodica, con rispetto di regole. A dispetto della sua strana avarizia! Molti fanno
battute su questo tema,- ed è indiscutibile che Moravia desse importanza al denaro (aveva gran soddisfazione per i guadagni dei romanzi ceduti al cinema) e raramente metteva mano al portafoglio, mai con entusiasmo. Però amò Elsa, Dacia e Carmen con uguale passione e fu con loro molto generoso, regalando a tutte almeno una casa e provvedendo a ogni spesa, non importa se capricci o necessità. Della Morante ha detto: «Quando la conobbi viveva sola e moriva letteralmente di fame… La sposai perché non ne potevo più di andare e venire da casa sua, nel gelido inverno». Quando la storia finì, molti anni dopo, tutti concordano: Elsa voleva emozioni straordinarie, passionali, era in solitudine e soggezione di fronte al successo del marito (che però poi superò, nei riconoscimenti letterari). Alberto voleva una vita tranquilla, era egoista. Ma la lasciò soltanto nel 1962, quando si innamorò della Maraini. Fu invece Dacia a lasciare lui, nel 1978, ufficialmente perché Alberto «non riusciva a fare coppia…». Moravia tuttavia le restò legato come un marito e la rimpianse a lungo. Quattro anni dopo conobbe e si innamorò di Carmen Llera e la sposò nel 1986: lui 78 anni, lei 32. «Del mio rapporto con lei», ha detto malinconicamente, «parleranno gli
altri, se ne avranno voglia». Aveva vissuto una giovinezza difficile, pessimo studente, gli trovarono una grave polmonite. Esattamente una infiammazione dell’articolazione dell’anca di natura infettiva, generata da una tubercolosi ossea. E già prima era un ragazzo un po’ triste. Mario Soldati – giocavano insieme sulla sabbia, senza parlare – lo descriveva con quattro aggettivi: magro, pallido, serio, diffidente. E precoce: appena un po’ più grande, leggeva già Fédor Dostoevskij. I fratelli Carlo e Nello Rosselli, suoi cugini, gli regalarono I fratelli Karamazov, in un’edizione francese. Moravia conosceva, parlava bene inglese e francese. Per la malattia restò a lungo ricoverato nel sanatorio Codivilla di Cortina d’Ampezzo. Immobile, con sofferenze che lasciarono il segno.
È noto il retroscena del suo primo libro Gli Indifferenti, da cui ricavò immediatamente fama. Era il 1929. A lungo rifiutato, da qualcuno sbeffeggiato come «una nebbia di parole», il romanzo alla fine fu pubblicato. Ma a pagamento. L’editore pretese 5.000 lire, una cifra imponente. Alberto chiese i soldi in prestito al padre, il successo fu enorme.

di Cesare Lanza, la Verità

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