Intesa, le «frecciate» di Messina a UniCredit e Mediobanca. Nel 2017 3,4 miliardi di dividendi

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Intesa Sanpaolo è una banca che i soldi ai soci li restituisce, e non li chiede». Ogni riferimento a UniCredit era puramente voluto nelle parole di Carlo Messina, pronunciate stamattina aprendo l’assemblea dei soci a Torino. Assemblea di routine, dove c’è da approvare il bilancio 2016 con i suoi 3 miliardi di dividendi distribuiti (su 3,1 miliardi di dividendi), così il manager si è soffermato sul senso di quei numeri e sul percorso che li ha generati: «Nel 2011, prima che scoppiasse la crisi del debito sovrano, ci siamo mossi per primi sul mercato e abbiamo chiesto 5 miliardi ai nostri soci. Ora, con i 3,4 miliardi che distribuiremo alla fine dell’esercizio 2017 rispetteremo l’impegno di 10 miliardi di cedole in quattro anni, il doppio del nostro aumento», ha ricordato Messina. Sottolineando poi che chi avesse investito un euro nel settembre 2013, oggi – tra crescita del titolo in Borsa (alle 12 segna -0,5% a quota 2,72 euro) e cedole – ne avrebbe due.
E poi? Il 2017, appunto, è l’ultimo dei quattro anni del piano d’impresa varato nel 2014. Il gruppo sta lavorando al prossimo, atteso verosimilmente per inizio 2018, ma alcune linee sono già definite: «L’unico modello sostenibile per una banca oggi è quello che prevede l’innesto del wealth management su una rete retail», ha detto Messina. Non a caso, «le fabbriche prodotto sono ciò su cui Intesa continuerà a investire». E proprio parlando di business, e del contributo delle diverse aree della banca al risultato lordo di gruppo, Messina ha enfatizzato il 28% che fa capo al Corporate & investment banking, e dunque a Banca Imi, «che fa più utili di tutti i competitor in Italia. Compresa Mediobanca, per intenderci». Un’altra frecciata, a cui si aggiunge quella rivolta alle Autorità «per il modo incredibile in cui è stata gestita la crisi delle quattro good banks», costata a Intesa e al resto del sistema delle banche sane circa 4,5 miliardi di euro: «Ora speriamo che sia finita questa situazione, francamente inaccettabile, in base alla quale chi va bene si trova a pagare per chi va male».
Al Grattacielo di Torino è presente il 58,7% del capitale, con i fondi esteri al 35% e dunque in maggioranza. Tra i soci forti, in lieve calo la quota di Compagnia San Paolo oggi pari al 9,19%, seguita da Fondazione Cariplo (4,83%), Generali (3,4%) e Fondazone CariPaRo (3,24%). Per quanto riguarda le votazioni, il bilancio 2016 è passato pressoché all’unanimità, mentre dai fondi un piccolo segnale è arrivato quando c’è stato da votare su politiche di remunerazione e sistema di incentivi e i contrari hanno raggiunto il 3,7 e l’1,9%.

Il Sole 24 Ore

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