C’ ERANO UNA VOLTA/ GIANNI AGNELLI

Share

di Cesare Lanza

L’Avvocato mi ha bocciato Non ero abbastanza snob

Mi chiamò, forse per offrirmi la direzione di «Stampa Sera», però si annoiò in fretta Sovrano senza
monarchia, avrebbe potuto dare moltissimo all’Italia ma non l’ha fatto

Ho incontrato una decina di volte Gianni Agnelli. I giornalisti sanno bene che, quando desiderano avvicinarsi a un personaggio importante a tu per tu, almeno per la prima volta, debbono superare il muro degli addetti stampa, delle relazioni esterne, di assistenti, portavoce… All’epoca, metà anni Settanta, Agnelli era tutelato niente meno che da Luca di Montezemolo, il suo beniamino, e da Marco Benedetto: il primo, estroverso e affabile, irresistibile nel darti un’inattesa, apparente confidenza; Marco, un amico vero, dai tempi, lontani e comuni, di Genova. Non ci provai neanche, ad affrontare o eludere il muro.
Incontrare faccia faccia l’Avvocato – tutti lo chiamano così, anche se tutti sapevano che avvocato non era, ma semplicemente laureato in giurisprudenza – era più o meno come provare a incontrare il Papa, a tu per tu. E fui fortunato. Arrivò un giorno in cui mi telefonò Piero Ottone e mi disse che Agnelli aveva curiosità di conoscermi: mi consigliò di chiamare subito la segretaria per fissare un appuntamento. E così feci. Piero, con l’abituale riservatezza, mi accennò che probabilmente l’Avvocato cercava un direttore giovane per Stampa Sera (l’edizione del pomeriggio della Stampa). Sapevo che Ottone aveva rapporti privati frequenti con Agnelli ed era naturale che l’Avvocato si fosse rivolto a lui perché era noto che Piero mi aveva assunto, giovanissimo, e lanciato senza esitazioni. «Ho parlato benino di te», mi disse. «È incuriosito. Non farmi fare brutte figure.” Il colloquio, di mezz’ora o poco più, fu un fiasco, per me. Capii presto di non aver superato l’esame. Ma rimasi affascinato come quasi tutti, eccome. Nella prima parte Agnelli mi tempestò di domande sulla mia direzione al Corriere d’Informazione e mi disse che gli era piaciuto un titolone, audace: «I metalmeccanici hanno ragione». Gli dissi che non era mio, ma del mio predecessore, Gino Palumbo. E lui: «Peccato, davvero un bel pugno nella pancia», con un sorriso affabile. E, poi, domande senza tregua su diffusione, costi e ricavi, bilanci, redazione, firme, ambienti che frequentavo… Il disastro avvenne quando mi chiese, di colpo, se avessi idee su Stampa Sera, e un progetto su cosa farne. Gli dissi ciò che pensavo, e tuttora penso anche se quel giornale, da tempo, non esiste più. Bisognava, dissi, renderlo amato e popolare trai dipendenti della Fiat, con attenzione minuziosa alle loro esigenze, familiari, personali e private, e anche, ovviamente, di lavoro. Grande spazio alla Juventus, certo, ma uguale e anche di più al Torino, che dagli operai era largamente preferito («Ah, sì?», mormorò lui, dubbioso). Spazio ampio anche alle polemiche di ragionevole livello con Roma, per sottolineare la diversità di Torino. E infine la cronaca nera, molta cronaca nera! Con un linguaggio che rendesse popolare ciò che meravigliosamente aveva fatto Giulio De Benedetti, qualche lustro prima, alla guida della Stampa. Capii che l’Avvocato non mi seguiva affatto e stava precipitando nella trappola (ben nota a tutti) della sua vita: la noia. Di colpo infatti mi disse «Caro Lanza, non voglio farle perdere altro tempo… La ringrazio, lei è molto simpatico». E non seppi più niente. Solo Ottone mi riferì una battuta educata di Agnelli, qualcosa come «un giovane interessante, ma grezzo, deve crescere». Dedussi, come del resto era noto, che il presidente della Fiat preferiva altri argomenti, la politica internazionale, la finanza e l’economia più di tutto. Forse (è solo un’ipotesi) le cronache locali lo urtavano, erano per lui volgari quanto i racconti degli amori, che gli facevano la sorella e le conoscenti: «Come si fa, ad innamorarsi?», era il suo commento. «È roba da cameriere!». Quanto fosse difficile entrare in sintonia con lo snobismo di Gianni Agnelli me lo aveva confidato Antonio Ghirelli, tanti anni prima. Quando Totò dirigeva Tuttosport, fu consultato dall’Avvocato, che gli offri di diventare capo della redazione sportiva della Stampa. Ghirelli, disponibile, parlò con il capo del personale e si senti offrire la metà del compenso che percepiva al timone del quotidiano sportivo. Tornò da Agnelli per comunicargli il suo rammarico e il rifiuto. «Capisco il problema economico», commentò sobriamente l’Avvocato. «Ma lei qui verrebbe alla Stampai» E Ghirelli: «Ma io lascerei una direzione. Se mi ha chiamato, vuol dire che apprezza Tuttosport…». E l’Avvocato, sempre affabile: «No, no… io leggo solo L’Équipe ! ” Che gli fossi simpatico, o comunque non molesto, posso scriverlo sinceramente. Dopo quella prima volta, senza problemi ottenni un appuntamento ogni volta che lo desideravo. Telefonando alla segretaria, cosi ero sicuro di poter parlargli a quattr’occhi. E il rito era sempre uguale. L’intervistatore era lui. Non mi dava mai il tempo né la possibilità di dirgli perché avessi chiesto di incontrarlo. Una volta era fissato sulle Brigate Rosse, era successo qualcosa di orribile a Genova: mi fece un’infinità di domande sul terrorismo, i personaggi, tutto ciò che sapevo (poco), le indagini, le mie opinioni sulla fermezza, ovvero la generale determinazione a escludere ogni possibile trattativa con le bierre. Concordavo con Leonardo Sciascia: «Lo Stato è debole», gli dissi, «Uno Stato forte non avrebbe timore di trattare». Annuì: «Proprio perché è debole, dobbiamo tutelarlo». Ma di solito non esprimeva le sue riflessioni. E gli incontri si chiudevano immancabilmente in quel curioso modo: «Non voglio farle perdere altro tempo…». Sicché dopo un po’ presi a dirgli, dandogli la mano: «Per me, sarei rimasto fino a notte inoltrata…» o futilità simili. Lui sorrideva, io dovevo congedarmi. Solo una volta mi rispose: «Io, purtroppo, qualche impegno ce l’ho, per mandare avanti la baracca…». Ricordo perfettamente quella parola, baracca, perché all’epoca la Fiat non era certo un baraccone, anzi in Italia non si muoveva foglia, o quasi, che Torino non volesse. Cercavo Agnelli nella speranza, vana, di essere autorizzato a scrivere un’intervista. Oppure spinto dalla speranza che potesse darmi sostegno, per gestire II Lavoro, di cui mi ero assunto la responsabilità editoriale. Macché! Con eleganza, sorvolava. E passava a mitragliarmi di domande. Lavoravo in tv? Voleva sapere qualsiasi cosa potessi dirgli sui conduttori e, soprattutto, le belle conduttrici. Della competizione Rai/Mediaset non gliene poteva fregare di meno. Delle ingerenze di Berlusconi, idem, così come dell’asservimento della Rai ai vari governi. Avevo l’impressione che adorasse il gossip, come se degli argomenti più alti, e di eventuali, delicati retroscena non avessi da dire niente che già non sapesse. Anche Eugenio Scalfari ebbe una volta qualcosa da chiedergli: non gli garbavano le ingerenze di Eugenio Cefis nei giornali e voleva chiedere ad Agnelli perché non intervenisse, anzi perché avesse ceduto la sua quota di proprietà del Corriere ad Andrea Rizzoli. L’Avvocato ascoltò, fece molte domande, poi d’improvviso (anziché dire al fondatore di Repubblica, come usava con me, che «non voleva fargli perdere altro tempo») si avvicinò in silenzio alla finestra del suo studio. Scalfari capì che Agnelli si era stufato, la noia aveva prevalso: si congedò, tornò a Roma e scrisse un editoriale dal memorabile titolo, L’Avvocato di panna montata. Non si offese: essendo, e ancor più considerandosi, superiore a tutti, ogni cosa gli scivolava addosso. Un grandioso incassatore. Una volta ero proprio disperato: la Publikompass, la società di pubblicità della Fiat, gestiva anche II Lavoro. Non ci aveva dato un minimo garantito, ma confortanti anticipazioni. Ed ecco che all’improvviso ne chiedeva la restituzione. Ben consapevole dello stile dell’Avvocato nei nostri incontri, preferii scrivergli una lettera accorata, chiedendogli aiuto. Non mi rispose, ma entro pochi giorni fui contattato da zelanti interlocutori e il problema fu risolto. Un segno di attenzione indiscutibile. Però mai entrai nel giro stretto di quelli a cui benevolmente accordava confidenza. Come a Giovanni Malagò, che svegliava all’alba per chiedergli come fossero andati certi pokerini, con Carlo Caracciolo, Pietro Calabrese, Jas Gavronski, e altri pettegolezzi sulla vita romana. 0 come con Alfredo Todisco e (pochi) giornalisti di cui gradiva la compagnia: li svegliava alla mattina e due ore dopo li prelevava con l’elicottero, per un tuffo in Costa Azzurra. Credo sia superfluo ricordare tanti cenni biografici di Gianni Agnelli (Torino, 12 marzo 1921 – Torino, 24 gennaio 2003). Diciamo solo: terzo presidente della Fiat, presidente dal ’74 al ’76 anche di Confindustria, Legion d’Oro in Francia, senatore a vita in Italia, mai propenso a entrare in politica nonostante la vicinanza a Ugo La Malfa e al Partito repubblicano. Non esitò, per finanziare la Fiat, a cederne un pezzo a Gheddafi. Protagonista del jet set internazionale, amico dell’Aga Kan e di Porfirio Rubirosa, di Ranieri di Monaco e dei Kennedy, di Kissinger, di Henry Ford e di Giscard d’Estaing, di Errol Flynn e di altri attori di Hollywood. Seduttore compulsivo, le donne non resistevano al suo fascino. Linda Christian, Rita Hayworth, Lauren Bacali? E le più belle donne degli ultimi due decenni? Chissà: congetture, indiscrezioni, da lui nessuna ammissione. Salvo, negli ultimi anni, che su Anita Ekberg, che probabilmente fu un grande amore – anche se lui non ammetteva di poter innamorarsi fin dai tempi della Dolce vita. È stato un sovrano, senza monarchia e senza sangue blu. Ha ipnotizzato gli italiani con charme non resistibile e battute fragili, dimenticabili. Ma infine è corretto dire crudamente ciò che penso. Ha avuto dagli italiani, con tolleranza e stima, molto più di quanto meritasse. Avrebbe potuto dare all’Italia moltissimo, ma non lo ha fatto. Seduttore senza freni (dicono che ordinasse ai cortigiani di fargli trovare a cena le donne che desiderava) e annoiato sempre, avendo avuto tutto e soddisfatto qualsiasi curiosità. Non è riuscito a mantenere per la Fiat la solidità strutturata, costruita dal leggendario predecessore, Vittorio Valletta. Resterà nella storia più per le superflue lievità di moda (tipo le cravatte sul pullover) che per le imprese concrete. Più delle esaltazioni superficiali e frettolose dei tanti agiografi, valgono e sono persuasivi i libri di Gigi Moncalvo, considerati scandalistici ma minuziosamente documentati, e per ciò condannati all’emarginazione.

di Cesare Lanza, LaVerità

Share
Share