Fiumi che sono persone

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La legge, se si va molto oltre la codifica dei Dieci Comandamenti, è un’astrazione—volutamente storpiabile a tutti gli usi. L’astrazione raggiunge, o almeno raggiungeva, l’acme quando si tratta del societario, un ramo legale basato sul concetto dimostrabilmente falso che le aziende siano delle persone, seppure “persone giuridiche”.
È un falso che è stato estremamente utile e produttivo. Con una piccola forzatura dopo l’altra—inizialmente aveva almeno un minimo a che fare con le persone fisiche—ha dato un’esistenza giuridica prima al complesso dei beni della famiglia, estendendo una protezione simile a quella dinastica per i terreni anche alle entità commerciali, così limitando l’ancora più tradizionale consolidamento delle eredità attraverso l’assassinio. Poi —ed è questo il salto che ha creato la modernità—è arrivato il fertilissimo concetto di “responsabilità limitata”, elegantemente separando gli individui dall’obbligo di dover rispondere per l’operato delle loro creature giuridiche e generando quella meraviglia che è il capitalismo amorale dei nostri tempi.
La legge però non dorme mai, almeno concettualmente. L’estensione dell’idea della “persona giuridica” ha ora raggiunto un punto di genialità non più toccato da quando, una dozzina d’anni fa, un avvocato russo ha tentò di reclamare il possesso delle nuvole della Terra in quanto res nullius, proprietà di nessuno, come se fossero state abbandonate. Il mese scorso sia la Nuova Zelanda sia l’India hanno dato personalità giuridica a dei fiumi. In Nuova
Zelanda il fiume Whanganui—il più lungo corso d’acqua navigabile del Paese—è stato dichiarato dal Parlamento una “persona” ai sensi di legge con lo scopo di permettere la nomina di due guardiani con poteri di tipo “in loco parentis” per gestire i suoi affari. La soluzione—non sorprenderà—fa parte di un compromesso tra il Governo e gli indigeni Maori per risolvere un contenzioso sul controllo del Whanganui risalente ai tempi della colonializzazione inglese. Ciascuna delle due parti avrà il diritto di nominare uno dei guardiani.
Pochi giorni dopo, una Corte indiana ha indipendentemente scoperto la stessa formula, creando “persone giuridiche” il sacro Gange e un suo immissario, lo Yamuna, nonché “tutti i tributari, ruscelli, e ogni naturale afflusso d’acqua, continuo o intermittente, di questi fiumi”. La Corte ha anche precisato che i flussi sono da considerarsi “entità viventi, con lo status di una persona legale e con tutti i corrispondenti diritti, doveri e oneri di una persona vivente”. Come nel caso neozelandese, l’azione mira a superare un problema giurisdizionale: qui la scarsa disponibilità dei singoli stati indiani toccati dal Gange a collaborare ai progetti del Governo centrale per ripulire le sue acque. Il fiume, lungo 2.500 km, drena delle zone tra le più popolose dell’intero pianeta ed è spaventosamente inquinato.
Sarà meramente fortuito, ma non si può non notare che in entrambi i casi la soluzione adottata parrebbe avere anche l’effetto di proteggere lo Stato dalla responsabilità legale per le eventuali azioni sconsiderate del Whanganui, del Gange e dello Yamuna: inondazioni, erosioni e quant’altro. “Persone” o meno, come si fa a far causa a un fiume? O meglio, nel caso di riuscirci, come fa a pagare il danno?

James Hansen

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