Bce e politiche fiscali: le riforme che mancano

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Non ha usato mezzi termini Mario Draghi per rispedire al mittente le critiche di coloro che, non avendo mai approvato – ma neppure capito – le ragioni fondamentali della politica monetaria ultra-accomodante adottata dalla Bce assieme alle altre banche centrali, chiedono ora di cambiare rotta perché ci sono confortanti segni di ripresa in Europa e perché la Fed ha, da tempo, annunciato la ripresa dei tassi. Da qualche mese, anche per le pressioni esercitate da politici vicini alle elezioni, le voci dissidenti all’interno del Consiglio direttivo si sono fatte sempre più forti, fino a giungere a recenti dichiarazioni decisamente polemiche di uno dei suoi membri più autorevoli, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank.
Il messaggio che viene da Draghi è chiaro e forte: negli ultimi dieci anni l’Europa è passata attraverso una sequenza di timide riprese soffocate nella culla, di speranze subito deluse. Vogliamo aggiungere un altro capitolo a questa triste storia? Le analisi della Bce e di altre banche centrali dimostrano che la ripresa attuale è dovuta in gran parte alla politica monetaria e che le condizioni ultra-favorevoli accordate alle banche hanno consentito una notevole riduzione del costo del credito e una ripresa dei prestiti. A giugno 2014 le imprese dei Paesi periferici, Italia compresa, pagavano un tasso di interesse superiore di 140 punti base a quelle dei Paesi centrali. Oggi il differenziale si è ridotto a soli 20 punti base e consente di affermare con orgoglio alla Bce che senza le misure eccezionali intraprese da allora gran parte dell’Eurozona sarebbe rimasta intrappolata in un credit crunch senza precedenti.
La terapia d’urto adottata a Francoforte comprende anche tassi di interesse negativi per i depositi delle banche presso la banca centrale che tanto sono sgraditi alle banche tedesche.
Ma a parte il fatto che da che mondo è mondo le carote sono sempre state bilanciate da qualche bastone, il problema delle banche tedesche è la loro ridicola redditività di base (rendimento dell’attivo pari a zero nel 2015) dovuta anche a un eccesso di costi operativi, cioè a inefficienze pure e semplici. Meglio farebbero quindi a guardare la trave nel loro occhio piuttosto che la pagliuzza in quello di Draghi.
Anche per quanto riguarda l’inflazione, non ci sono motivi per cambiare. L’Europa ha bisogno di ridurre il suo eccesso di debiti e può farlo attraverso la crescita del reddito nominale (che include l’aumento dei prezzi) oppure attraverso processi di contrazione dei bilanci degli operatori economici. La prima forma di deleveraging è “buona”, l’altra è l’anticamera della deflazione e della recessione. Dunque, un’inflazione vicina al 2 per cento secondo l’obiettivo che la Bce si è data fin dal 1999 è essenziale per uscire dalla crisi. È vero che gli ultimi dati sembrano confermare che l’obiettivo è stato infine raggiunto, ma per il 90 per cento il rimbalzo dallo scorso autunno è spiegato da fattori occasionali legati ai prezzi dell’energia e dei prodotti alimentari. Anche su questo fronte è quindi troppo presto per cantare vittoria e i primi a saperlo dovrebbero proprio abitare nel Paese di von Clausewitz.
Draghi ha rivendicato alla Bce un merito che solo chi non è in buona fede non può non vedere: la politica monetaria è stata la più efficace fra le armi messe in campo di fronte ad una crisi di dimensioni epocali. Le riforme strutturali, a livello europeo e nazionale, non sono state altrettanto pronte ed efficaci. Mancano all’appello misure, tipiche delle politiche fiscali, capaci di aumentare la domanda di imprese e famiglie e questo vale soprattutto «per le riforme dei mercati e dell’ambiente d’impresa che tipicamente hanno l’impatto più forte sulla spesa corrente».
Le incertezze che avvolgono la politica europea nell’imminenza di elezioni importanti rendono molto improbabile che questi vuoti vengano colmati a breve. Ragion di più per non interrompere anzitempo (ricordiamo che c’è una dichiarazione precisa della Bce a proseguire il Quantitative easing per tutto il 2017) una politica monetaria che, secondo una definizione felice di El-Erian, è «the only game in town» o, se si preferisce, l’unica vera terapia in atto.

Marco Onago, Il Sole24Ore

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