Molinari: investo in credibilità

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Per il direttore de La Stampa la guerra alle bufale si combatte valorizzando le competenze. Nello speciale per i 150 anni interventi del Papa e di Putin

di Marco A. Capisani, ItaliaOggi

Evitare la fake news del neopresidente Donald Trump che licenzia il suo ministro della giustizia Sally Yates. E ancora prima evitare di abbracciare entusiastiche previsioni dell’elezione di Hillary Clinton alla Casa bianca, giusto per fare due esempi di politica internazionale, argomento caro al direttore de La Stampa Maurizio Molinari.
Non a caso proprio il quotidiano piemontese è stato tra i pochi in Italia a non cadere nel tranello della sostituzione della Yates, nominata da Barack Obama, e tra i pochi ad accorgersi che il ceto medio americano stava passando in forze con The Donald. «La credibilità è l’unica risposta possibile dei giornali al problema delle fake news (o false notizie, ndr)», spiega a ItaliaOggi Molinari. «È una sfida tutta da giocare: più paracaduti ci sono contro gli errori, meglio è. Restano fondamentali le competenze giornalistiche e una catena redazionale di controllo, che negli esempi citati passa attraverso il nostro ufficio di corrispondenza. Entrambe, comunque, vanno costruite e curate. Le competenze, in particolare, si acquisiscono formando i redattori, facendoli uscire dalle redazioni, camminando e usando le scarpe. Una prassi che anche i giornali con organici ridotti possono adottare. Detto questo a tutti capita di fare errori». Il «vivaio» de La Stampa, tra l’altro, coltiva le sue risorse grazie alla squadra d’inchieste alla Spotlight del Boston Globe, che fa turnare nel suo team i cronisti del quotidiano (e anche quelli del ligure Secolo XIX, edito sempre da Itedi). «Preferisco non importare le star delle altre testate», sottolinea Molinari. «Gli investimenti sono a favore dei redattori, scommetto sui giovani come Giordano Stabile, che è diventato corrispondente in Medio Oriente, Marco Bresolin inviato a Bruxelles o Federico Capurso, autore a Roma dello scoop su Paolo Berdini.
Con un aplomb sicuro ma non piemontese (visto che è nato a Roma), l’approccio da analista che ha in mente vasti scenari e gran mattiniero nell’iniziare la giornata di lavoro, Maurizio Molinari si appresta con questo spirito a festeggiare oggi il primo secolo e mezzo di pubblicazioni de La Stampa. Per l’occasione arriva in edicola insieme al quotidiano (per una foliazione complessiva di 128 pagine) anche lo speciale gratuito Il mondo che ci aspetta, con i contributi di 51 firme internazionali che raccontano quali sono, secondo loro, le sfide del prossimo futuro. Hanno scritto da Papa Francesco a Putin, dallo scrittore Amos Oz alla sciatrice Lindsey Vonn. Sempre oggi anche il settimanale culturale Origami esce interamente dedicato al 150° compleanno.
Domanda. Nel futuro de La Stampa, posto che Antitrust e Agcom devono rilasciare i loro via libera, c’è l’integrazione con Repubblica e i quotidiani locali Finegil del gruppo L’Espresso. Che Stampa sarà?
Risposta. Pur aspettando ancora le necessarie autorizzazioni, non penso comunque a grandi cambiamenti. Come è successo con il Secolo XIX, il rapporto sarà biunivoco, reciproco nello scambiarsi informazioni e soprattutto rispettoso delle identità delle testate. In questi casi, il segreto è integrare continuando a esaltare le differenze. Come è già accaduto, se facciamo un’inchiesta sul porto di Genova la estendiamo anche ad altre realtà locali, come quella di Trieste. E da casi simili potrà nascere lo scambio di contenuti. Insomma, continueremo a seguire il nostro modello d’integrazione tra testate, ma con potenzialità maggiori.
D. Il vostro modello, certo, ma ci saranno anche delle novità in arrivo…
R. Abbiamo iniziato a presidiare il nostro territorio (Piemonte+Liguria+Valle d’Aosta, ndr), con lo spunto del 150° anniversario, avviando un calendario di 13 eventi, uno per provincia. L’iniziativa Il futuro del Nord Ovest andrà avanti fino a primavera inoltrata coinvolgendo esperti, lettori e anche campioni dello sport per raccontare le novità del territorio e capire come quello stesso territorio vede, percepisce le sue prospettive.
D. Quindi una maggior attenzione alla cronaca locale, anche se la tua direzione ha un’impronta molto global?
R. L’essere contemporaneamente locale e globale è, da sempre, la natura de La Stampa. In questo senso rafforzeremo la cronaca di Torino integrandola con il settimanale Torinosette, dove tutti faranno tutto destreggiandosi tra quotidiano, magazine e web. Poi, in un ambito più ampio e trasversale, investiamo anche sui temi culturali con il nuovo corso di Tuttolibri: avrà più pagine e includerà nuovi temi come l’arte.
D. A proposito di novità, quale è stata la reazione dei lettori al passaggio della rubrica Buongiorno da Massimo Gramellini a Mattia Feltri?
R. Feltri è una firma ben nota ai nostri lettori. La staffetta è avvenuta nel segno del nostro vivaio e come tale è stata apprezzata. Ma è ancora presto per una valutazione complessiva. Aspettiamo l’arrivo di Gramellini al Corriere della Sera (il 13 febbraio, ndr).
D. La Stampa ha sperimentato alcune partnership come quella con Sky Tg24 per le elezioni Usa. Replicherete?
R. Replicheremo in futuro. Ma è essenziale ricordare che una buona partnership va circoscritta negli argomenti e delimitata nel tempo. I lettori sono identitari, legati alla loro testata. Una partnership di lunga durata livella le identità e le differenze.
D. A Repubblica Calabresi ha fatto suo il cavallo di battaglia dell’integrazione carta+web. A Torino siete sulla stessa strada?
R. All’inizio del 2017 abbiamo oltrepassato la soglia dei 2,2 milioni di utenti unici al giorno e un milione di fan su Facebook. L’integrazione è frutto dell’impegno dei giornalisti, che devono assicurare un flusso di notizie al web, firmando sempre articoli di qualità. Il web non dev’essere inteso come di serie B rispetto alla carta, anche perché non c’è alternativa a internet per i giornali. Ovviamente a meno che i giornali non vogliano tornare indietro.
D. Abbiamo parlato di bufale, qualità dell’informazione, integrazione carta+web. C’è un tema, direttore, che secondo te non è stato ancora ben sviscerato?
R. Quello delle diseguaglianze, che ha portato peraltro i giornali a non intercettare il malcontento dei ceti medi. Da qui l’inaspettata, per molti, vittoria di Trump. Ma facciamo anche un caso italiano: i risultati del referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi. Risultati che noi abbiamo letto fin dall’inizio come la reazione dei cittadini alle sempre maggiori diseguaglianze presenti nella Penisola.
D. Concretamente e con oggettività come si descrive un fenomeno del genere?
R. In prima battuta lo si affronta, perché non mi sembra che le diseguaglianze siano al centro del dibattito nazionale. E questo è colpa dei partiti tradizionali che non hanno ricette risolutive in mente. In seconda battuta, bisogna capire se ci sono e quali sono le nuove diseguaglianze, economiche, sociali o culturali che siano. In ultima analisi, vanno raccontate le possibili soluzioni, per esempio come inquadrano il problema all’estero, come hanno impostato alcuni paesi il reddito di cittadinanza. Penso per esempio alla Finlandia.
D. Nel tuo futuro professionale ci potrà essere un ritorno negli Usa, visto il lungo passato da corrispondente?
R. Il mio lavoro ora è dirigere La Stampa. Una cosa alla volta.

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