Il gentiluomo e la prigione di lusso

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Amor Towles, Un gentiluomo a Mosca, Neri Pozza 2017, pp. 560, 18,50 euro.
Confinato all’Hotel Métropole di Mosca, che con le sue «splendide camere, è un albergo di primissima categoria», come lo decanta Berlioz nel Maestro e Margherita di Bulgakov, il conte Aleksandr Il’ic Rostov («decorato con l’Ordine di Sant’Andrea, membro del Jockey Club, Maestro di caccia») trascorrerà la vita senza mai uscire dall’hotel: la prigione di lusso alla quale è stato condannato nel 1922 da un tribunale rivoluzionario. È un incipit calviniano. Rostov, colpevole d’«essersi irrevocabilmente arreso alle corruzioni della propria classe sociale», è un altro dei «nostri antenati», come il Cavaliere Inesistente o il Barone Rampante. Quanto all’Hotel Métropole, dove «gli stranieri» (sempre secondo Il Maestro e Margherita) sono «tenuti a risiedere», è una sorta di città invisibile in stile art déco. Uscirne è impossibile, ma anche inutile. Perché dentro c’è tutto quel che serve a un Robinson Crusoe naufrago nei sargassi della storia universale: storie, personaggi, intrighi amorosi, passaporti falsi, gioielli rubati. Da certe cayenne non si torna volentieri a casa. A chi lascia la prigione delle trame romanzesche, vien subito voglia di tornare in catene.
Alberto Mario Banti, Eros e virtù. Aristocratiche e borghesi da Watteau a Manet, Laterza 2017, pp. 154, 19,00 euro, eBook 19,00 euro.
Nel Settecento, due secoli prima del femminismo e della sex revolution, pochi anni prima della Grande rivoluzione, le donne erano libere. Furono Rousseau e i suoi seguaci giacobini (manettari e ghigliottanari in politica, moralisti e sessuofobi nella vita d’ogni giorno) a imporre modelli di comportamento bacchettoni alle donne dell’Ottocento confinandole in famiglia quali angeli del focolare, abbottonate fino al collo, mogli e madri devote, mai un capriccio, mai un piacere. Banti ricostruisce tutto l’affaire attraverso la storia dell’arte dal Settecento a fine Ottocento, quando le donne tornarono a mostrarsi senza rossori nelle tele dei nuovi maestri.
John Strasberg, Per scelta, per caso. Oltre l’Actors Studio, Dino Audino Editore 2016, pp. 192, 20,00 euro.
Lavoro da una parte, vita dall’altra: una massima che vale soltanto per chi non è impegnato in attività creative, o almeno belle e interessanti. Per John Strasberg, poi, distinguere tra vita e lavoro è semplicemente impossibile. Figlio di Lee Strasberg, che nel 1951 assunse la direzione dell’Actors Studio di New York, la grande scuola di recitazione che ha istruito i massimi attori americani degli ultimi cinquant’anni, John Strasberg ha trascorso la vita lavorando all’Actors Studio, insegnando «il Metodo e il Processo organico creativo», recitando in compagnia di Marilyn Monroe, di Montgomery Clift, di Bob De Niro e Al Pacino. Non so bene cosa sia «il Metodo», anche se naturalmente ne ho sentito parlare molte volte; quanto poi al «Processo organico creativo», buio assoluto. Ma Per scelta, per caso è un libro eccezionale, che immagino utile agli attori che vogliono conoscere meglio il proprio mestiere, e che di sicuro è perfetto per i cinefili come me, che nelle sue pagine conoscono (in veste professionale, sul set, durante le prove, «a scuola») le star di Hollywood e Broadway insieme agli strumenti tecnici che ne hanno fatto delle icone.

di Diego Gabutti, Italia Oggi

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