La promessa di Trump ai big dell’auto: “America più ospitale, investite qui”

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Alla Casa Bianca i vertici di Fca, General Motors e Ford: si costruiscano nuove fabbriche. E assicura sgravi fiscali e semplificazione delle regole in cambio di posti di lavoro

Costruire nuove fabbriche per produrre negli Stati Uniti le auto vendute qui, in cambio di agevolazioni fiscali, semplificazione delle regole e in generale la creazione di un ambiente più favorevole alle imprese. È il piano che il presidente Trump ha prospettato ai leader del settore automobilistico, incontrando ieri alla Casa Bianca i ceo della Fiat Chrysler Sergio Marchionne, quello della General Motors Mary Barra e quello della Ford Mark Fields. Al termine del colloquio, Marchionne ha commentato così: «Apprezzo il focus del presidente nel rendere gli Stati Uniti un grande luogo dove fare business. Siamo ansiosi di lavorare con il presidente Trump e i membri del Congresso per rafforzare il settore manifatturiero americano».
L’appuntamento era alle nove del mattino, per fare colazione insieme. Poco prima, via Twitter, il capo della Casa Bianca aveva anticipato il suo obiettivo: «Voglio che nuove fabbriche siano costruite qui, per le auto vendute qui!». Una volta seduti al tavolo Trump è sceso nel dettaglio: «Abbiamo in corso una spinta molto grande per avere qui fabbriche automobilistiche, e altre fabbriche. Non stiamo prendendo di punta il vostro settore. Vogliamo stabilimenti per costruire molti altri oggetti negli Stati Uniti. Sta già succedendo, alla grande». Quindi ha spiegato: «La cosa che ci interessa sono i posti di lavoro di lungo termine. Stiamo riportando il settore manifatturiero negli Usa. Ridurremo le tasse, in maniera sostanziale, e le regole non necessarie. Vogliamo le regole, ma regole vere, che abbiano un significato». Poi ha proseguito: «Renderemo il processo molto più semplice per l’industria automobilistica, e per chiunque altro voglia fare business negli Stati Uniti. Ci vedrete trasformare il Paese da molto inospitale, a estremamente ospitale. Credo che passeremo alla storia come il posto più amichevole verso l’impresa, cosa che ora non siamo. Molti amici da anni vorrebbero fare business da noi, ma vengono bloccati perché non riescono ad avere i permessi ambientali a causa di regole di cui nessuno ha mai sentito parlare. È folle. Io sono in larga parte un ambientalista, ci credo, ma ora è fuori controllo. Renderemo il processo molto breve. Vi daremo il permesso o no, ma lo saprete rapidamente. E parlando in generale, vi daremo i permessi, saremo amichevoli».
Il primo aspetto sottolineato da Trump è la revisione delle regole ambientaliste. Nel caso dell’industria automobilistica, i punti sono due: i permessi per la costruzione di nuovi stabilimenti, e i limiti alle emissioni. Poco prima del cambio di amministrazione, l’Epa aveva informato Fiat Chrysler della potenziale violazione di questi limiti, con alcuni modelli diesel. Ora le regole verranno riviste e, al di là del caso specifico della Fca, il settore automobilistico trarrebbe vantaggio da un loro alleggerimento.
Il secondo aspetto marcato dal presidente è quello fiscale, dove ha promesso riduzioni delle tasse, e la creazione di un clima più favorevole alle imprese. Queste concessioni dovrebbero bilanciare i costi legati alla richiesta di riportare il lavoro negli Usa.
Dopo l’incontro la Ceo di General Motors, Mary Barra, ha commentato: «Ci siamo confrontati sulle politiche per un’industria automobilistica competitiva, che sostenga l’ambiente». Il collega di Ford, Mark Fields, invece ha detto: «È stato un incontro incoraggiante, Trump ci ha detto che vuole portare lavoro e sviluppo».
La Fiat Chrysler ha ribadito che «il desiderio di Trump di costruire una forte base manifatturiera negli Usa è un obiettivo comune, condiviso con Fca». La compagnia ha ricordato che dal 2009 ad oggi ha investito oltre 9,6 miliardi di dollari nelle strutture americane, creando 25.000 posti di lavoro. L’ultimo di questa serie è stato l’impegno annunciato pochi giorni fa di investire un miliardo di dollari in due fabbriche del Michigan e dell’Ohio, dando occupazione a 2.000 persone.

Paolo Mastrolilli, La Stampa

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