L’ importanza del giornalismo culturale

Share

Sfera delle attività intellettuali che presuppongono ingegno e coltivazione,  il concetto di cultura ha nobilitato per anni gli spazi e i contenuti dei quotidiani
-così come le menti di chi se n’è occupato

In che modo la televisione ha abbandonato la cosiddetta “età della scarsità” – pochi canali e pochi prodotti – per approdare ad una fruizione televisiva non lineare? Da quando i grandi studiosi parlano di “segmentazione dell’ informazione” e di “personalizzazione del consumo”?
È in corso una rivoluzione. Una rivoluzione mai vista prima e senza eguali, che ci porta a zigzagare l’ edicola sotto casa pur stando perennemente aggiornati da fermi. Una sommossa fatta di chat, con frasi da massimo 140 caratteri accompagnate da ashtag. Siamo passati, senza discernimento, da un’ informazione per tutti all’ utopia dell’ informazione da parte di tutti.
In questo esiguo -ma importante intermezzo dovrebbe posizionarsi la figura del giornalista culturale. Oggi, più che mai, uno degli obbiettivi del giornalismo è quello di trasformare l’ overload informativo in conoscenza. Dare autorevolezza al giornalismo culturale significa tuttavia ripercorrere origini e principali trasformazioni nel contesto pre e post digitale: l’ ampliamento dei contenuti, le forme di contaminazione -con logiche di intrattenimento e marketing oriented possono essere identificate come le prime nell’ ambito.
La crescente separazione tra offerta generalista e offerta tematica e, da non escludere, dei telespettatori che interagiscono sempre più con diversi strumenti di comunicazione comporta un ridimensionamento del giornalista culturale; il quale può approfittare dell’ audiovisivo per diffondere l’ informazione e porsi da “filtro” nella formazione e crescita del pubblico. Tutti i mezzi di comunicazione sono vettori di cultura, ma la televisione lo è stata più di tutti. A ridosso della radicata linea di pensiero che la reputa un medium banalizzante e semplificatore, questa è un enorme mezzo dalle potenzialità formative e informative. Pensiamo a “Rai Cultura”, palinsesto culturale per eccellenza italiano. Uno degli scopi della Rai è rispondere ai bisogni e agli interessi della collettività; caratterizzata negli usi e nei mezzi da una crescente ubiquità.
Le Teche Rai, enorme patrimonio culturale cui attingere risorse, sono anzitutto utili al fine di creare nuovi lavori mirati. L’ archivio, rappresentando la storia della TV e della radio nel corso del Novecento ad oggi, risulta strategico anche in ambito giornalistico. Le Teche Rai sono peraltro supporto di diversi programmi a sfondo culturale presenti nel palinsesto Rai. Senza scendere nello specifico di ognuno, la collaborazione tra queste e “Rai Cultura” è ormai un progetto collaudato da diversi anni. Tuttavia il palinsesto di Rai Cultura non vanta una comunicazione del tutto idonea all’ era che stiamo vivendo; un allontanamento del pubblico giovanile, oltre che adulto, potrebbe annoverarsi quale prima conseguenza tangibile.

Il giornalismo culturale nel contesto dei cambiamenti del mondo dell’ informazione

Nel mondo occidentale l’ informazione culturale cominciò a diffondersi nel settecento ma le origini risalgono all’ inizio del seicento.
Focalizzando l’ attenzione sul contesto italiano, la più antica gazzetta italiana documentabile oggi è un foglio, pubblicato a Genova nel 1639. Tuttavia a seguito del fascismo e dello scempio che comportò la guerra, il ritorno alla libertà in avvenne in modi e tempi diversi. Questo è un punto non trascurabile, dal momento “i primi quotidiani dell’ Italia liberata dai fascisti e dai tedeschi uscirono a Caltanissetta il 1° Agosto 1943 e a Palermo il 6 Agosto”. Lo stesso 6 agosto il primo numero di “Sicilia liberata” fu bruciato in meno di un’ ora. La ressa delle edicole fu enorme. “Anche Radio Palermo”, sempre lo stesso giorno, riprese a funzionare sotto il controllo del “Pwb” acronimo di “Psychological Warfare Branch” -organismo speciale anglo-americano per il controllo ed organizzazione del settore della stampa e della radio. Un graduale ritorno alla libertà non fu prima di ottobre, mese in cui a sud del fronte partiti e giornali tornarono ad avere una loro indipendenza. Mentre a nord della linea di combattimento l’ occupazione nazista è totale e a Salò, con la Repubblica sociale italiana, nasce il secondo fascismo di Mussolini ma cresce ovunque il movimento di resistenza attorno ai Comitati di liberazione nazionale.
L’ informazione culturale procedeva come un sasso nello stagno, allargandosi progressivamente grazie a diversi fattori: sociali, economici e ovviamente culturali. Nel giro di pochi anni i lettori cominciarono ad aumentare; l’ economia e la struttura sociale conobbero diversi e disparati progressi.
E’ evidente come le origini del giornalismo tradizionale sono fondamentali per comprendere la nascita del giornalismo culturale. Basti pensare al ruolo professionale del giornalista: solo chi apparteneva al mondo politico e letterario poteva scrivere su periodici e giornali. L’ incontro tra letteratura e giornalismo ha influenzato la nascita di generi legati all’ esperienza letteraria e, in particolare, dei primi periodici a stampa.
Nel delineare un quadro sulla nascita del giornalismo culturale, il fenomeno più significativo è la nascita dei cosiddetti “magazzini” -dedicati ad una sola ad una sola disciplina e i periodi letterari. Quanto alla Terza pagina, tappa fondamentale nella storia dell’ informazione culturale nostrana, costruire il dibattito sulla vita e la contestata morte della Terza è stata un’ oggettiva contrapposizione tra giornalisti e letterati. Tanto che fu definita una mediazione tra giornalisti e scrittori.
I giornalisti sono stati da sempre i fustigatori dell’ evanescenza, della letterarietà eccessiva delle Terze, mentre i letterati sono stati nella larga parte dei casi nostalgici del tempo che fu, con un costante lamento per la grandezza passata e l’ astio verso il corrente chiacchiericcio giornalistico e le esigenze mercantili.
Il fenomeno più interessante è l’ impronta che ha lasciato la Terza nella storia culturale italiana. Non esiste più la terza del ventennio, con l’ elzeviro e il suo particolare carattere tipografico, ma persino quella Terza ha elementi in comune con le pagine culturali attuali. Se dunque è vero che, nel Seicento e in diversi paesi europei, vi erano giornali letterari che davano conto dei libri in uscita, è solo nel secolo successivo che gazzette, riviste e giornali diventano contenitori di scritti letterali, recensioni e interventi che, ad oggi, potremmo definire di “polemica culturale”. La vera novità apportata nel Settecento e Ottocento consiste nella forza che acquisiscono i giornali locali e le riviste, considerate il veicolo più rapido ed efficace per la diffusione delle idee. Il giornalismo nasce come mestiere e approda col tempo alla dimensione scientifica propria di una professione, influendo sulla rete di significati simbolici e culturali di una società, creandone di nuovi e, a volte, eliminando quelli già esistenti.
In principio questa nuova professione fu una nuova espressione della modernità e affermazione nel mondo della società borghese. Come è stato ribadito, la sete di conoscenza ed informazione si fece sentire a ridosso del 1600, specie nell’ Europa del nord. Eppure bisognerà aspettare il secolo successivo (1702) per la nascita del primo quotidiano della storia: il “Daily Courant”, a Londra. Col tempo l’ Europa divenne un pullulare di conoscenza, tanto che il periodico francese “Journal des sçavans” si fece portare di un’ informazione colta rivolta alle èlites. E’ lampante come le vicissitudini del giornalismo (in senso ampio) e quelle del giornalismo culturale, a proposito di èlites, “cultura alta” e “cultura bassa” s’ incrocino in un percorso destinato a conciliarsi ed influenzarsi reciprocamente. A tal proposito è fondamentale citare il quotidiano inglese “Spectator” -1711 “fondato dalle menti più brillanti dell’ epoca per affermare i meriti e le virtù della morale borghese agli albori della rivoluzione mercantile e industriale”. Riportando questo scenario in Italia, all’ epoca della Restaurazione, la rivista “Il Conciliatore” (Settembre 1818) emergerà nella nobiltà milanese anti-austriaca per manifestare principi prettamente borghesi quali la libertà e l’ autonomia. Lo stesso, denominato anche “Foglio Azzurro” per il colore della carta cui veniva stampato, fu di importanza fondamentale. Silvio Pellico, Giovanni Berchet, Gian Domenico Romagnosi furono solo un quarto delle firme autorevoli che vide questo giornale; legati tra loro dal desiderio di difendere ideali romantici e condividere le loro posizioni politiche, economiche e culturali.
Una delle più convincenti descrizioni apportate circa la diffusione delle idee è stata elaborata dal filosofo e sociologo Jurgen Habermas in “Storia e critica dell’ opinione pubblica”. Habermas descrive la progressiva rottura dei ristretti argini della ‘Repubblica delle Lettere’, figlia delle corti aristocratiche, delle università, delle chiese e la formazione di una sfera pubblica letteraria che diviene fondamentale per lo sviluppo di quella politica. (..) Proprio perché le discussioni acquistano sempre più una dimensione pubblica, di interesse collettivo, anche di contrapposizione tra una classe sociale in ascesa, la borghesia, e l’ assolutismo con i suoi vincoli. Artefice di questa trasformazione è appunto la borghesia, con i suoi gruppi di privati riuniti in luoghi aperti al pubblico o parzialmente aperti come i salotti, il cui fine consisteva nello scambio di idee ed informazioni in modo critico e razionale. Fondamentale è il contesto in cui si svolsero questi comizi. Il tipo di regime in cui la stampa era inserita. Se la natura dell’ informazione culturale sembra essere sempre la stessa, la differenza risiede in termini di penetrazione ed influenza sulla società civile.
Il peso e la natura della borghesia intellettuale ha lasciato il segno sino al tardo Ottocento. Sarà solo verso la metà e fine dell’ Ottocento che assisteremo a delle trasformazioni epocali nell’ ambito tecnico. Prime tra queste, le locomotive e i primi telegrafi.
Anche la stampa, successivamente, sarà rivoluzionata dai progressi tecnologici: la macchina per la fabbricazione della carta nel 1798, la stereotipia e il torchio in metallo ed infine la macchina da stampa Koenig [1814] che, utilizzando il vapore, permetteva di stampare migliaia di fogli al giorno. Per via di questi cambiamenti industriali adoperati da tedeschi ed anglosassoni, l’ offerta dei giornali sembra essere inarrestabile; tanto che i giornali vennero definiti “locomotive sociali”.
Nonostante il fattore di cambiamento sembra apparire solo nella tecnica, in realtà sono la storia e la cultura del paese a determinare il percorso in Italia.
“Qui il giornalismo diviene prodotto di una democrazia di massa, figlia dell’ immigrazione, e quindi è quasi obbligato ad usare un linguaggio piano, accessibile; c’è insomma un approccio decisamente più egualitario. Un giornalismo che troverà tra l’ altro un sistema di tassazione molto meno severo che in Europa”.
Sembra evidente come il crescente orientamento commerciale dei prodotti editoriali abbia modificato profondamente l’ esperienza della stampa, con conseguenze inevitabili anche sulle pagine culturali. Nei giornali italiani, nella maggior parte dei casi almeno, lo stile era alto, la lingua letteraria e gli autori erano spesso letterati o avvocati.  Sta proprio in questo dettaglio la differenza tra il giornale italiano ed altri modelli nazionali ed internazionali. Il primo, eccessivamente interessato ai gusti del lettore e poco sensibile ad un giornalismo di consumo, non si era ancora lasciato soggiogare dall’ intrattenimento di massa.  Nonostante possa apparire come un difetto, una sorta di ritardo rispetto agli altri giornali, la realtà degli anni trenta fu per l’ Italia un periodo di modernizzazione: dall’ aumentare delle fotografie alle corrispondenze all’ estero, sino ad arrivare alla fioritura dei periodici femminili alle riviste per ragazzi.
Con l’ avanzare del tempo, il modello italiano sembra resistere a quell’ approccio illuministico che infondo lo caratterizza. L’ obbiettivo sembra essere, ancora una volta, la perfezione spirituale, la cultura. Un’ élite che si prefissa di illuminare la massa. Educandolo alla cultura; non abbassandola a quella di massa.
Conseguenza di queste riflessioni sarà la creazione della “Terza pagina”, all’ alba del ventesimo secolo, motore del cambiamento per la sua originalità e ricchezza culturale.
“La Terza pagina comparve per la prima volta su un quotidiano di Roma, «Il Giornale d’Italia», diretto da Alberto Bergamini. All’inizio di dicembre 1901 si svolse nella capitale un grande evento mondano. La compagnia di Eleonora Duse metteva in scena la tragedia Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio. In occasione della prima nazionale, il 9 dicembre, «Il Giornale d’Italia» decise di attribuire il massimo rilievo alla notizia incaricando ben quattro giornalisti di occuparsene.”
Per la prima volta alla cultura fu dedicato uno spazio fisso e di particolare importanza nella struttura del giornale. Indubbiamente un elemento di novità per i quotidiani del tempo.
Dopo un inizio relativamente incerto, la Terza riuscì a stabilizzarsi. Grazie anche alle firme autorevoli che cominciarono a collaborare con alcuni scrittori del “Giornale d’ Italia”:  Cecchi, Gnoli, Capuana, Croce, Pirandello, economisti come Pareto e Pantaloni e anche politici in veste di letterati come Sonnino e Salandra. Il linguaggio e lo stile erano ben diversi da quelli di oggi, ma non mancarono le critiche neanche a quei tempi.  C’ era chi si lamentava della distanza dalla lingua comune e chi di una lingua troppo svelta, ad esempio.
Altro oggetto di discussioni, specie per la sua limitatezza e natura, fu il simbolo stesso della Terza: “L’ Elzeviro”. Articolo di spalla sinistra riconoscibile dal particolare carattere tipografico (Elzevier, di origine olandese) . E’ un articolo di argomento vario, letterario, artistico, storico ma può essere un raccontino, un sogno, un divertimento. Di solito viene affidato a penne raffinate (..). Elemento chiave dell’ Elzeviro è in effetti un labile rapporto con l’ attualità. Le ragioni di questa temporalità sono diverse. L’ epoca d’ oro dell’ Elzeviro fu probabilmente il fascismo, e quell’ astrazione, quella lontananza dalla realtà sono state lette in modi contrapposti: come qualunquismo e irresponsabile distacco ma anche come orgogliosa rivendicazione di una libertà della politica, di nicchia spezzatamente estranea che nello stile riconosceva la propria autonomia.” Ma anche l’ Elzeviro, portatore in particolare della prosa d’ arte, cominciò a decadere a partire dagli anni sessanta, anticipando, per certi versi, quello della Terza pagina. Nel secondo dopoguerra le cose cominciarono a cambiare. I quotidiani titolavano “Addio Terza” già negli anni cinquanta ma l’ impronta che questa ha lasciato nella storia del giornalismo italiano si può definire indimenticabile. Tanto è vero che le attuali pagine culturali, facilmente paragonabili per certi versi alla Terza, sono tuttora oggetto di dibattito ed attenzione da parte degli studiosi.
Al di là delle interpretazioni, vanno giudicati gli esiti di Elzeviri e Terze. Sul fatto che abbiano svolto una funzione di diffusione culturale, vantando alcune delle migliori firme del Novecento italiano, non c’è da obbiettare. Ma, in chiave sociologica, verrebbe da chiedersi se la Terza sia stata simbolo di un’ arretratezza culturale del tutto nostrana.
“In mondi culturalmente più sviluppati gli scrittori non hanno avuto bisogno di appoggiarsi ai quotidiani e produrre elzeviri perché di scrittura si riusciva a vivere, grazie ai libri venduti e soprattutto grazie alle riviste letterarie, dalla dignitosa diffusione. In altre parole, in un paese in cui la gente legge libri e riviste culturali, non c’è bisogno di elzeviri e letteratura nei giornali.
(..) l’ interrogativo interessante è: quanti lettori di elzeviri erano anche lettori di libri e riviste?”
Detto questo, non si può negare che ci siano alcuni passaggi che meritano una riflessione particolare in merito all’ informazione culturale. Tra queste, le modificazioni nella collocazione della stessa.
Se volessimo partire dal 1901 con il “Giornale d’ Italia” di Bergamini, considerata una rivoluzione, sarebbe azzardato non citare il quotidiano “Il Giorno” del 1956. Quest’ ultimo va analizzato, non solo per le novità grafiche e le foto a colori, quanto per l’ eliminazione della cultura dalla Terza. Da quel momento, bisognerà accontentarsi di un supplemento settimanale, “Giorno Libri”, di pagine scarne (massimo otto) ma al contempo ricco di firme autorevoli quali Gadda e scrittori raffinati come Bianciardi e Soldati.
Con il passare degli anni lo spazio dedito alla cultura diminuisce, pur mantenendo sempre alto il livello. La Terza sembra man mano sparire dai quotidiani ma sarà solo il suo schema prefissato ad essere eliminato definitivamente.
“Corriere della sera” e “Repubblica” possono considerarsi un valido modello sul seguito della Terza. Sono due ottimi esempi di quotidiani orientati al mercato ma solidamente iscritti nella tradizione alta del giornalismo culturale.
Nonostante entrambi siano i giornali più diffusi in Italia, la loro differenza risiede nella forma e in particolar modo nei contenuti.
Il primo, nato come giornale di élite e popolare, fondato a Milano nel 1876 ad opera diEugenio Torelli Viollier, vanta un’ informazione colta, destinato ad essere un giornale utile se non addirittura necessario a chiunque voglia muoversi tenendo presente l’intera scena italiana. “Le pagine del Corriere della Sera” restano tutt’ oggi uno dei luoghi culturali più appetibili del paese, spazio orgoglioso e prezioso che ha raramente abdicato a una sua classicità nel tempo. E’ indubbio, tuttavia, “che a partire dal secondo dopoguerra anche la Terza del Corriere si sia fatta più malleabile, e, dagli anni sessanta, in qualche modo anche più frivola, con foto di attrici in sartoria, foto di divi del cinema, inchieste sulle teste coronate, pezzi di varietà”.
Ma facciamo un passo indietro. Siamo nel 1992. Paolo Mieli, prima a “La Stampa” poi al “Corriere della sera” attua una delle opere di restyling più importanti nella storia del giornalismo. Il cosiddetto “mielismo”, ora utilizzato come sinonimo di equidistanza e svecchiamento, consiste nell’ aver svecchiato la grafica del giornale, puntando alla polemica politica e spostando la Terza al centro del giornale. Mieli si propone dunque come direttore attento al dibattito politico-istituzionale, arricchendo articoli ed interviste con un’ informazione più semplice e comprensibile per tutti. Senza, però, perdere di vista le strategie di marketing e l’andamento delle vendite. Nel tempo “Il Corriere” vanterà firme di grande prestigio quali Emanuele Severino, Paolo Isotta e Pietro Citati. Dopo dieci anni di direzione da parte di Mieli il giornale può vantare più lettori della “Repubblica”. Anche “la Repubblica”, d’ altro canto, può vantare di aver iscritto la storia del giornalismo italiano. Nato come quotidiano il 14 gennaio 1976 da Eugenio Scalfari, ha da sempre dedicato largo spazio alla cultura sui grandi temi d’ attualità. “A questo proposito va ricordo che La Repubblica ha varato la sezione R2, un inserto interno al quotidiano che contiene cultura, spettacoli, sport, tecnologia, storie e pubblicità in larga parte legata alla sfera del tempo libero”. Se volessimo riflettere invece sulla sostanza giornalistica del giornale, sembra interessante riflettere sui cambiamenti apportati da questo. Dal 1995, in particolare, “il lettore trova un prima pagina immersa nel colore, una diversa ripartizione dei contenuti, titoli meno emotivi, testi più asciutti e molte notizie date in breve. Gli articoli di riflessione su fatti di cronaca non mancano e sono sempre in prima pagina, spesso ascritti da una firma intellettuale. Avvalorando l’ interesse per la cultura da parte del quotidiano, basta riflettere sulla scelta editoriale dei libri allegati, per il desiderio di rappresentare al meglio il variegato e ricchissimo mondo dell’ editoria italiana. L’ impostazione dei due maggiori quotidiani nazionali aiuta ad evidenziarne non solo gli aspetti dicotomici ma anche quelli somiglianti. Il primo elemento in comune sembra essere lo spazio dedito all’ informazione culturale; il secondo, il fatto di conservare un approccio che non ha rotto con la tradizione, che è figlio della lunga storia della Terza pagina. E poi, ancora, di mantenere una griglia in cui sono percepibili le differenze, in cui l’ omogeneità tra le varie forme di cultura e spettacolo non è un dato acquisito.
Concludendo ancora oggi in Italia, salvo poche eccezioni, tutti i giornali conservano un atteggiamento di riverenza nei confronti della cultura.  A cambiare piuttosto sembrano essere i modelli dediti a questa, il modo in cui si presentano al lettore.

di Beatrice Mariotti

 

 

 

Share
Share