L’Argentina ha tre anni

Share

L’Italia è legata da vecchi rapporti sentimentali con l’Argentina. Era soprattutto per quel paese che “partivano i bastimenti” ed è difficile dimenticare il simpatico Juan Perón —l’archetipo del “lìder” sudamericano, di lontane e incerte origini venete—che da giovane ha studiato a Torino per poi fare l’istruttore di sci nelle Alpi sopra Courmayeur. La maggior parte degli immigranti a raggiungere il Paese venne dall’Italia e l’antico dialetto della capitale, Buenos Aires—il “lunfardo”––derivava dall’italiano, non dallo spagnolo. Quando, nel 1982, l’Argentina e il Regno Unito sono entrati in guerra per le Isole Falklands/Malvinas, l’Italia perlopiù non se l’è sentita di fare troppo il tifo per il “perfido Albione”, nemmeno di fronte al disdicevole regime militare allora regnante nel paese sudamericano.
La controversia riguardo al controllo delle Malvinas è una costante della vita politica argentina, variabile con la necessità di distrarre l’opinione pubblica quando le cose domestiche non vanno per il verso giusto e, nei tempi moderni, anche in funzione al sospetto che potrebbe esserci un’enorme quantità di petrolio sotto il mare circostante le isole. Comunque sia, nel conflitto i britannici hanno fatto a pezzi i gaucho, distruggendo la Fuerza Aérea Argentina e neutralizzando la marina militare, perlopiù rimasta in porto per il giustificato timore dei sottomarini inglesi.
Da allora, l’establishment militare argentino ha “languito”, per non dire caduto totalmente a pezzi. L’International Institute of Strategic Studies dice: “La capacità dell’Argentina di proiettare il potere è estremamente limitata”. Anche la marina britannica nel frattempo è largamente scomparsa dai mari e oggi consiste essenzialmente in una flotta di superficie di 19 fregate, sufficienti appena per pattugliare le acque vicine al Regno Unito. È, per ora, senza le portaerei che erano la chiave della vittoria dell‘82.
L’Argentina però ha improvvisamente fatto partire una trattativa con Israele per acquistare fino a 14 caccia Kfir (“cucciolo di leone”) per un prezzo stimabile attorno ai $600 milioni. Il Kfir è un caccia disegnato negli anni ‘70, ma ancora molto valido, specialmente se al velivolo sono abbinate le versioni avanzate del missile antinave francese Exocet, l’arma che ha dato agli argentini gli unici veri successi nel conflitto con gli inglesi. L’acquisto—ancora lontano dall’essere completato—ha fatto inarcare qualche sopracciglio nei corridoi del potere a Londra. Cosa devono fare gli argentini con quei caccia? Attaccare il Cile, abbattere il Brasile? I pessimisti professionali di Whitehall si domandano se per caso l’Argentina, attualmente in mezzo a una seria crisi economica, cominci a sentire la necessità di “riprovarci”.
Fosse così, Buenos Aires ha solo tre anni per fare la sua mossa. Il Regno Unito, dopo avere lasciato andare “in vacca”, come dicono gli analisti, la propria marina militare, tempo fa ha cambiato idea, mettendo in cantiere due nuove—e gigantesche—portaerei, HMS Queen Elizabeth e HMS Prince of Wales. La prima dovrebbe essere pronta a prendere il mare in assetto di guerra tra, per l’appunto, tre anni.
Se mediti di attaccare delle isole che distano oltre millecinquecento km dalle tue coste, senza basi intermedie, il possesso da parte del potenziale nemico di una o più moderne portaerei deve essere considerato una forte controindicazione.

James Hansen

Share
Share