PERISCOPIO

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Berlusconi è in crisi e non vuole certo Salvini, tutti e due non vogliono i Cinque stelle che, a loro volta, non vogliono né Berlusconi, né Salvini, né la Meloni, né Sinistra italiana.
Alfonso Berardinelli. Il Foglio.

«I ladri sono ladri!». «Lei non può criminalizzare un’intera categoria». Altan. l’Espresso.

Giovane si schianta contro un lampione. Spenti entrambi. Marcello Marchesi.

Un nuovo galateo? Cominciamo col cancellare le cattive maniere di oggi. Basta con le cene in piedi. Piatto pensile in una mano, il bicchiere nell’altra, le posate che oscillano, perché inevitabilmente i bicchieri si rovesciano o si rompono o lasciano l’impronta sul pianoforte o sui tavolini laccati.
Camilla Cederna, Degustibus. Mondadori, 1986.

Mi guardano schifato, qui in Sicilia, dove mi sono trasferito ad Agrigento, perché ordino il cappuccino anche a cena dopo la pasta. Ma che volete farci, io sono inglese.
John Peter Sloan, docente di inglese (Laura Anello). La Stampa.

Con il suo Show, Maurizio Costanzo ha costruito una serie infinita di rapporti di potere, divenuti un baluardo insormontabile per chi volesse attentare alla sua poltrona. Assai meno efficace la presenza nella carta stampata. Gli fu affidato L’Occhio, il primo e unico tentativo di varare un tabloid popolare, all’ inglese. Un flop.
Cesare Lanza. La Verità.

Il fallimento di Matteo Renzi (per come è andato a sbattere in Rai affidandosi all’educato Antonio Campo Dall’Orto) è una controprova definitiva. È proprio un presidente di provincia.
Pietrangelo Buttafuoco. Il Foglio.

L’abbraccio mortale a Hilary, comunque, l’ha dato Obama. È stato lui quello che le ha fatto perdere le elezioni. Bastava girare un po’ l’America e capivi che la gente non ne poteva più dei Clinton, dei Bush, degli Obama, delle
famiglie di potere. Capivi che non era più il momento di questi passaggi tra una famiglia e l’altra. Capivi che Obama e tutta quella filiera era finita.
Flavio Briatore (Gian Antonio Stella). Sette.

De Mistura, giunto a Delhi col sorriso, per trattare il caso del rilascio dei due marò, fu accolto con ostilità. Gli indiani infatti si chiedevano perché mai l’Italia gli avesse spedito un tizio che all’Onu era considerato vicino al Pakistan, ossia al loro nemico storico. Lo scrutarono in cagnesco mettendolo in imbarazzo. Staffan divenne untuoso. Giorni prima c’era stata a Roma una marcia di solidarietà per i due marò in cui sfilarono 5 mila persone. «Gli italiani sono forse arrabbiati con noi?», gli chiesero i turbanti che lo attorniavano. Chiunque al suo posto avrebbe risposto: «Certo. Sono incavolati neri!». Almeno per mostrare i muscoli. Lui, invece, pensando di farsi perdonare il Pakistan, rispose amabilmente: «Ma quando mai? Cosa sono 5 mila persone su una popolazione di 60 milioni?». I Sikh capirono che era un calabrache e pensarono che se gli italiani se ne infischiavano dei marò, erano liberi di infilzarli all’uso bengalese.
Giancarlo Perna, scrittore politico. La Verità.

Credo che la colpa sia dei moderni social media, che hanno convinto anche chi non li usa che ogni lasciata è persa, perché il mondo delle conoscenze potenziali è talmente (fintamente) ampio e variopinto che nessuno ha più voglia di concentrarsi su una sola persona e scoprirla, inaugurando la magia che era un tempo l’incontro di anime. E non apro il discorso sugli accoppiati ma non troppo, visto che in tre anni di vita da single posso dirle che le avances che ricevo ogni giorno provengono per il 95% dei casi da persone più o meno accoppiate, sposate, con figli piccoli e «dov’è il problema».
Franci Gulma. Il venerdì.

Il porno è consumato molto anche nel mondo arabo, dove l’alta percentuale di click su questi siti mette a nudo i desideri remoti di quanti, pur aderendo in superficie a ideologie anti consumistiche e moralistiche, sono catturati
dalla sfacciata libertà del porno. I paesi che consumano più materiale pornografico nel mondo islamico sono il Pakistan, l’Egitto, l’Iran, l’Arabia Saudita e la Turchia.
Andrea Di Consoli. Corsera.

Quando Franco Basaglia e quel gruppetto di pionieri cambiarono quelle «carceri» sanitarie che erano i manicomi, era in vigore la legge 1904 che diceva: «Dopo 20 giorni dalla ammissione a un ospedale psichiatrico o il paziente
viene dimesso o «ammesso in via definitiva»: con perdita dei diritti civili e nomina di un tutore, viene posto in custodia all’ ospedale psichiatrico da cui non può allontanarsi. È reato «non custodirlo» in quanto, per definizione, «pericoloso a sé e agli altri»».
Gian Antonio Stella. Sette.

All’epoca, Xu Xing abitava in un compound abbastanza borghese. Perché mia madre era medico. Lì vivevano dottori e intellettuali. Ci viveva anche un falegname che chiamavamo «il capo Wang», era il più umile e casa sua era la più vicina al gabinetto. All’improvviso diventò il più potente di tutti. Ogni mattina guidava un piccolo corteo interno di medici e intellettuali portando un ritratto di Mao, quelli erano costretti a seguirlo gridando slogan maoisti e inchinandosi di fronte all’immagine. In quel posto non successero cose troppo terribili: le Guardie Rosse facevano delle perquisizioni, ogni tanto chiudevano qualcuno dentro un sanlunche (veicolo a tre ruote) e lo menavano.
Gabriele Battaglia. Il venerdì.

In Nord corea c’è un unico canale televisivo. È monotematico e il tema è il Leader che visita fabbriche o reparti militari. Le uniche immagini dell’Occidente mostrano file di indigenti davanti alla Caritas, homeless o alcolizzati
stesi a terra.
Luca Faccio. Il venerdì.

La mia generazione era infatuata da Cesare Pavese. Mi ero fatto regalare degli occhiali con il vetro al posto delle lenti (che non mi servivano) per assomigliare allo scrittore e fare colpo sulle nostre compagne, figuriamoci! Paolo Conte mi disse: «Mio padre ha letto Il mestiere di vivere e dice che Pavese non ci sapeva fare con le donne». Da quel giorno buttai via gli occhiali.
Bruno Gambarotta. La Stampa.

Nelle retrovie si rendevano confusamente conto di ogni nuovo scontro con i russi delle truppe in testa perché, a ondate improvvise, giungevano fino a loro le grida italiane («Savoia! Savoia!») e nemiche («Urrà! Urrà!», in
turco: «Uccidi! Uccidi!»).
Eugenio Corti, Il cavallo rosso. Edizioni Ares.

Sono contrario al matrimonio. In una professione come la mia, non hai fissa dimora e non puoi mettere su famiglia. I figli? Per carità! Adesso avrei un sessantenne che mi chiama papà: mi sentirei ancora più vecchio.
Umberto Orsini, attore (Emilia Costantini). Corsera.

Ho troppe donne per ricordarmi, a letto, il loro nome.
Roberto Gervaso. Il Messaggero.

di Paolo Siepi, Italia Oggi

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