Montanelli era l’insuperabile ma il più grande fu Benedetti

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di Cesare Lanza

Fondò «Oggi», «L’Europeo» e «L’Espresso» e diresse «Il Mondo». Frasi fatte e luoghi comuni lo facevano infuriare: mi aggredì al telefono perché avevo scritto «per parte mia»

Ma Chi sono io per giudicare i giornalisti di oggi» e alcuni di ieri, grandi e meno grandi? Non sono nessuno. Francesco – che è il Papa – ha posto a sé stesso questa domanda, ormai celebre, per altra situazione: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Il Papa si è espresso con sorprendente umiltà, se si considera il suo ruolo. Ma allora chi sono io – senza né autorevolezza né ruolo né umiltà – per parlare di tanti giornalisti, tutti certamente più bravi di me, a prescindere da qualche malizia che mi può essere scappata battendo i tasti del computer? Unica giustificazione proponibile: ho 6o anni di giornalismo sulla groppa e molte esperienze. Tutto qui: ho deciso di occuparmi solo di quei grandi e meno grandi colleghi che ho conosciuto da vicino, di persona. Grandi giornalisti, grandi uomini, piccoli uomini, giornalisti meno famosi… Sperando di stimolare la curiosità di chi legga. Li ho divisi per categorie. Non stupitevi di non trovare i nomi di personaggi, almeno 1oo, importanti e famosi. Non li ho visti da vicino. Non c’è Mìlena Gabanelli, con cui mi sarebbe piaciuto lavorare. Non ci sono Michele Santoro, che pure una volta ho intervistato, e Giovanni Minoli: li aborro, tutti e due. Ho scritto da qualche parte che mi piacerebbe che si ritirassero. Non c’è Francesco Merlo, che scrive come un dio del barocco. Non c’è Filippo Ceccarelli, il numero uno tra i ricercatori del particolari, e non c’è Augusto Minzolini, che dei retroscena politici fu un indiscutibile dominus. Sono i primi nomi che mi vengono in mente, ma tanti altri non ci sono nel mio amarcord. Una cosa è certa: tutti, almeno per un aspetto, assai più bravi di me. E vi faccio una confidenza: quando mi trovo di fronte al talento (in qualsiasi campo), piango. E in questo elenco di talento ce n’è a pizzichi e a montagne.
GIORNALISTI LEGGENDARI
Arrigo Benedetti, all’anagrafe Giulio (Lucca, 1 giugno 1910 – Roma, 26 ottobre 1976). Giornalista, scrittore e partigiano. Ha fondato Oggi, L’Europeo e L’Espresso, ha diretto II Mondo. Un grande direttore, purtroppo l’ho appena intravisto: ero accettato per qualche collaborazione. S’infuriava perle frasi fatte e i luoghi comuni: ricordo una sua sgridata al telefono perché avevo scritto «per parte mia». Magistrale. lndro Montanelli (Fucecchio, 22 aprile 1909 – Milano, 22 luglio 2001). Mi concesse affabilmente l’intervista, per II Mondo, che determinò il suo licenziamento dal Corriere della Sera e la fondazione del Giornale nuovo, oggi semplicemente II Giornale. Incontrandomi, mi definiva così: «Ecco la levatrice del nostro giornale…». Avrei fatto carte false, pur di lavorare con lui. Tra le centinaia delle sue frasi celebri, scelgo questa, di grande attualità: «II bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza e il merito sono riconosciuti». Insuperabile. Alessandro Maria Perrone, detto Sandrino (Roma, 14 settembre 1920 – Roma, 1 settembre 1980). Gran direttore, aperto alle novità. Ma fu soprattutto il mio editore e sono legato al suo ricordo per alcuni tra i più bei mesi della mia vita. Era proprietario, con il cugino Alessandro al 50%, del Messaggero e del Secolo XIX. Il cugino (ostile alla sua linea favorevole al centrosinistra) vendette la sua metà, Sandri nonon voleva cedere e respinse l’assalto di Eugenio Cefis, presidente della Montedison, che voleva insediare Luigi Barzini. Arrivò a dormire nella sede del giornale per timore di essere espugnato, di fatto. E non si muoveva mai da Roma. Come suo vicedirettore al Secolo XIX, vissi mesi indimenticabili, in assoluta indipendenza. Mai un ordine da lui, neanche un’indicazione. Libertario. Edilio Rusconi (Milano, 11 novembre 1916 – Milano, 10 luglio 1996). Chiamato da Angelo Rizzoli senior a dirigere Oggi, dopo averlo portato a vendite stellari («Altro che notizie, la gente vuole sognare»), diventò editore in proprio, fondando Gente. Straordinario per carisma. Nel 1984 rilevò La Notte e mi offrì di dirigerla. Non volevo accettare, consideravo inevitabile la fine dei quotidiani del pomeriggio. S’intestardì. Mi urlò: «Insomma, se lei fosse al mio posto, lo assumerebbe Lanza, sì o no?». Io: «No!». E lui, battendo un pugno sul tavolo e strillando ancora più forte: «E invece io l’assumo!». Impossibile resistergli. Unico. Nicolo Carosio (Palermo, 15 marzo 1907 – Milano, 27 settembre 1984). Nella storia come radiocronista – un incantatore – e poi, con fatica, anche telecronista, perseguitato per qualche innocente gaffe («un whiskaccio»…), oggi risibile. L’ho conosciuto alla fine della sua epopea: sempre carismatico, ma intristito da offese e sgarbi. Popolarissimo.
DIRETTORI DI POTERE
Eugenio Scalfari (Civitavecchia, 6 aprile 1924). Il più grande, permaloso (come me, nel mio piccolo) e detestabile. Quando si preparava a lanciare La Repubblica, lo intervistai: mi disse che avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di imporre la sua creatura, anche a costo di «colpi bassi». La frase non piacque a uno dei suoi soci di allora (Giorgio Mondadori). Così mi smentì tre volte, sul Corriere della Sera e sull’Espresso, e per tre volte rintuzzai e confermai. Da allora non ci siamo più parlati. Inge Feltrinelli mi disse che Scalfari aveva consultato l’elenco degli invitati per un ricevimento in suo onore e mi aveva depennato (l’unico). Lo considero straordinario come imprenditore, sia pure con il sostegno, fondamentale, di Carlo Caracciolo e Carlo De Benedetti. Non è un semplice, e formidabile, giornalista: è stato tra i protagonisti del Palazzo che ha raccontato ex cathedra. In politica non ne azzecca mai una: Brexit, Beppe Grillo, Donald Trump, Matteo Renzi kappaò nel referendum sono i tonfi più recenti. Nei rapporti è sagace e volpino: frequentava Luigi Bisignani, che gli spifferava notizie e retroscena, e oggi ha addirittura abbindolato papa Francesco, ultimo incredibile aggancio. Insopportabili le sue prediche domenicali, che una volta facevano vendere decine di migliaia di copie in più, ora fanno sorridere. Se si ritirasse, forse entrerebbe nella leggenda. Super egocentrico. Paolo Mieli (Milano, 25 febbraio 1949). Intelligenza superiore, meccanismi mentali pindarici. Cesare Romiti una volta mi disse: «Nessuno può mai immaginare ciò che passi per la testa di Mieli, quando dice qualcosa». E Gianni Agnelli sentenziò: «Ha messo la minigonna al Corriere della Sera». Inevitabilmente volubile nelle scelte politiche. Ha un’esigenza, umanissima, di affettività: l’ho visto piangere. Gli debbo riconoscenza perché mi aiutò, in un periodo buio del mio lavoro, a collaborare ad alcuni giornali. Seduttivo con le donne, ma irraggiungibile, inconquistabile. Sottilmente vendicativo, anche per questo aspetto un fuoriclasse.
Sarebbe stato il direttore ideale della Repubblica, dopo l’uscita di Ezio Mauro. Indecifrabile. Mario Pendinelli (Lecce, 11 agosto 1941). Eravamo molto amici quando, a metà degli anni Settanta, io dirigevo il Corriere d’Informazione e lui II Mondo. Poi ci siamo persi di vista. Al vertice del Messaggero per sei anni, 1987-1993. Il più acuto nel capire la politica e i suoi abissi, umile nel raccogliere notizie e retroscena. Incompiuto, anche sfortunato, colto e onesto. Passionale. Paolo Panerai (Milano, 12 febbraio 1946). Ha fondato Class, giornalista ed editore, con un successo inferiore solo a quello di Edilio Rusconi, che ha puntato sul giornalismo popolare e a quello di Scalfari, che ha interessi analoghi. Però Paolo non ha sposato la figlia di un mito del giornalismo (Giulio De Benedetti, direttore della Stampa), non ha avuto un socio-amico come Carlo Caracciolo. Rispetto a Scalfari, capisce assai più sia di economia, sia di politica. Ha fatto da sé. Eravamo amici negli anni Settanta, poi le nostre strade si sono separate. Ci volevano palle di acciaio per trasformare II Mondo, settimanale cult di politica e cultura, in un periodico specializzato nell’economia. Determinato.
DIRETTORI INNOVATORI
Piero Ottone, all’anagrafe Pier Leone Mignanego (Genova, 3 agosto 1924). Il mio secondo e ultimo maestro, dopo Antonio Ghirelli. Prestigioso come inviato, come corrispondente.(da Londra e da Mosca) e soprattutto come direttore. Insolitamente privo di ambizioni carrieristiche, ma orgoglioso (english nel midollo) e indipendente. Lasciò il Corriere, scontento per la nomina di Giovanni Spadolini, per poi tornarvi come direttore dopo un’esaltante esperienza al Secolo XIX: rivoltò il vecchio quotidiano genovese, trasformandolo in un giornale moderno e vivace, attento alla cronaca e all’attualità, i fatti ben separati dalle opinioni. Mi assunse come capo dello sport, su indicazione di Gino Palumbo, e poi mi nominò – ero il più giovane – caporedattore, forse anche per domare la fronda di una redazione anziana e mollacciona. A Milano, una più ardita profonda innovazione: nessun pregiudizio verso la sinistra, gli articoli di Pier Paolo Pasolini in prima pagina, il licenziamento di Indro Montanelli. Nel cuore, vive una sola, vera passione: la barca a vela. Si è ritirato a Camogli e il suo rammarico è di non poter andare più per mare. Anglosassone. Vittorio Feltri (Bergamo, 25 gennaio 1943). Ho rimorsi, invidia e anche gratitudine per lui. Rimorso: era redattore del Corriere d’Informazione quando vi piombai come direttore e non ne riconobbi il talento. Invidia: è stato probabilmente il più grande nel fiutare gli umori popolari (Lega, ribellione anti Casta, Tangentopoli, Affittopoli) e a costruirci sopra tirature eccezionali. Gli invidio anche la fenomenale capacità di ottenere dagli editori compensi (meritati) di livello strabiliante. Gratitudine: mi ha difeso in occasioni importanti, per esempio in una disputa con un presidente della Rai, Antonio Baldassarre. E poi è depresso, inquieto e infelice come me. Mi ha usato qualche sgarbo, condito con promesse non mantenute (questa è la stampa, bellezza…), infine è sparito. Piccolezze. Non mi sono proprio piaciuti il modo in cui è tornato a dirigere Libero e il renzismo (che non vuole riconoscere). Tuttavia gli voglio bene. Solitario. Alberto Ronchey (Roma, 27 settembre 1926 – Roma, 5 marzo 2010). Solo qualche conversazione illuminante. Ebbe il coraggio di andare a sostituire Giulio De Benedetti (un mito, purtroppo non l’ho mai conosciuto!) alla direzione della Stampa. Era ansioso, inquieto e nervoso più o meno come, molti anni dopo, fu Arrigo Sacchi nel calcio. Avrei potuto inserire Ronchey tra i direttori attenti al potere (fu anche anche ministro per i Beni culturali e ambientali). Rischiando l’esaurimento nervoso, rifece La Stampa, e non era facile, costruendo un giornale moderno, europeo. Non è stato un vero direttore. Editorialista, sì: al Corriere e poi alla Repubblica. Inventò nel 1979 il termine fattore K, per spiegare l’impossibilità di un’alternanza – per la diffidenza verso il comunismo – nella politica italiana. Intellettuale. Gaetano Afeltra (Amalfi, 11 marzo I915 – Milano, li marzo 2005). Il più visionario, il più simpatico, il più estroso confezionatore di giornali, consigliere e suggeritore di tanti giornalisti, anche nella vita privata. Famosa la sua definizione del giornalista ideale: «Orfano, figlio di puttana, scapolo». Ovvero: senza altri sentimenti e pensieri che non siano legati al giornalismo. Non ero niente di tutto questo, ma trovai in Gaetanino un sensibile ascoltatore e confessore: gli ho confidato fino all’ultimo tutti i miei innamoramenti. Un rimorso che non mi da pace: non riuscii ad andare d’accordo con lui quando mi prese come caporedattore al Giorno, dove era arrivato ormai stanco, senza lo smalto degli anni d’oro. Titolista formidabile, nel suo grandioso Corriere d’Informazione. Geniale.
DIRETTORI INTRANSIGENTI
Maurizio Belpietro (Castenedolo, 10 maggio 1958). Ha doti rarissime nel giornalismo di oggi: è sempre coerente con le sue idee politiche, diciamo di destra nobile e severa (quella che non esiste più); e rispetta le notizie, non le nasconde. La Verità dovrebbe essere il suo capolavoro. Corretto, rigoroso, lucido, implacabile: sia nella carta stampata, sia negli interventi televisivi. E coraggioso. Un limite? È un leader – chissà, in futuro, potrebbe esserlo anche in politica – più che un direttore. Individualista. Marco Travaglio (Torino, 13 ottobre 1964). Molti lo considerano, a torto, un insopportabile estremista di sinistra. In realtà è un anarcoide di mente libera, forse nell’intimo orientato a destra più che a sinistra, irriducibile accusatore dei crimini e delle volgarità della Casta. Fustigatore dei pessimi costumi di una certa classe dirigente, sostenitore – critico – del movimento di Beppe Grillo. Ha scritto libri di invettive e denunzia documentatissima, ogni giorno tuona dalle colonne del Fatto Quotidiano», che dirige da quasi due anni. Antirenziano per la pelle, ha vinto nel referendum una campagna contraria all’ex premier, in cui è stato protagonista. Unlimite? Qualche insulto di troppo. Tribuno.
DIRETTORI GIORNALISTI
Giulio Anselmi (Valbrevenna, 27 febbraio 1945). Un sogno irrealizzato: la direzione del Corriere della Sera. L’avrebbe meritata, più di molti altri, ma alla fine non è mai stato accettato dall’establishment. Rispettato, ma anche temuto, per la sua indipendenza. Molto autocritico: una volta, era sfiduciato, gli predissi che avrebbe collezionato direzioni e presidenze, proprio per il merito della sua autonoma centralità. E così è stato. Ricordo il divertimento in una festa di carnevale, a Genova: ci presentammo tutti e due vestiti come il cardinale Giuseppe Siri, suo padrino e mio amico. Indipendente. Ezio Mauro (Dronero, 24 ottobre 1948). Ho scandalizzato molti amici dicendo che è stato più bravo diScalfari. Un ventennio al timone come il Fondatore e durare è più difficile che inventare. Non ha mosso mai un’unghia per me, neanche nei miei momenti di sfiga nonostante tanti elogi. Mi ha lusingato dicendomi che il mio Corriere d’Informazione era un modello. In una città sirena come Roma, non ha ceduto alle feste, ai ricevimenti e alle mondanità: concentrato notte e giorno esclusivamente sul giornale. Nella vita sentimentale, enigmi e inquietudini romanzesche. Due limiti: schierato a sinistra, a prescindere. E ha accolto ed esaltato un certo Roberto Saviano. Super lavoratore. Pietro Calabrese (Roma, 8 maggio 1944 – Roma, 12 settembre 2010). Eclettico nella carta stampata – direttore di giornali, eccellente al Messaggero, ma anche nello sport, in politica, nelle news e nel varietà – e in televisione. Mondano, simpatico, salottiero: ha dichiarato di partecipare, a Roma, a decine di serate e di ricevimenti. Eravamo amici stretti, poi litigammo furiosamente (volle togliermi una rubrica fissa su Panorama, sostenendo che le avrebbe azzerate tutte, ma non fu così) e poi naturalmente facemmo pace, confidenti sino alla sua fine prematura. Incantevole affabulatore, sapeva prendere la vita gioiosamente, come un gioco. Travolgente. Franco Di Bella (Milano, 19 gennaio 1927 – Milano, 20 dicembre 1997). Fu assunto da Mario Missiroli al Corriere per uno scoop: era stato l’unico a scovare la fotografia di Bruno Pontecorvo, il fisico nucleare (allievo di Enrico Fermi) che nel 1950, in piena guerra fredda, scappò in Unione Sovietica. Capocronista eccezionale, portò in prima pagina la bistecca e una lettera d’amore. Arrivò a tirature impensabili. Dopo quattro anni di direzione fu estromesso in poche ore perché il suo nome era apparso nella lista P2 di Licio Gelli. Grande e incauto. Arrigo Levi (Modena, 17 luglio 1926). Perseguitato dalle leggi razziali, consigliere al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi e di Giorgio Napolitano, collaboratore del Times, direttore della Stampa, commendatore e cavaliere. Lo incontrai per chiedergli una recensione a un mio libro. Mi disse: «Come si fa a trovare il tempo per scrivere libri?». Poi lui ne ha scritti a decine. In Rai dal 1966 al 1968, è stato impareggiabile come conduttore del telegiornale unico. Istituzionale. Lamberto Sechi (Parma, 16 maggio 1922 – Venezia, 20 giugno 2011). Frase cult: «Un giornale non può avere amici». Ha svezzato almeno una dozzina di ottimi giornalisti. Ha inseguito, con Panorama, fin dalla copertina, il sogno impossibile di tener separati i fatti dalle opinioni, ma è celebrato soprattutto come esimio confezionatore del newsmagazine. Conversare con lui significava imparare tecnica e attingere idee. Metodico.

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La Verità, Cesare Lanza

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