La Bce fissa le regole: lo Stato socio a tempo, Mps trovi un marito

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Il Salvabanche mostra che il Tesoro ha spazi di manovra ristretti. Decide tutto l’Europa

Facciamocene una ragione. Le nostre banche non sono più nostre. O, almeno, restano nostre finchè gli affari vanno bene e presentano bilanci in salute ma quando qualcosa comincia ad andare storto e rischiano di saltare, allora il comando passa a Bruxelles e Francoforte.
Ovvero alla Commissione Ue e alla Bce, cui spetta la Vigilanza unica europea sulle big del credito.
Il concetto emerge ancor più chiaramente leggendo il decreto con le «disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio» che contiene anche le misure relative all’intervento dello Stato in Mps e che è stato presentato ieri alla Camera dal governo per la conversione in legge. Qualsiasi intervento deve rimanere confinato strettamente all’interno della griglia delle direttive europee (quella sulla gestione delle crisi cosiddetta Brrd, le norme previste dal meccanismo unico di risoluzione e dalla disciplina europea in materia di aiuti di Stato). All’articolo 16 si mette inoltre nero su bianco che «entro sessanta giorni» dalla ricezione della richiesta di intervento statale da parte di una banca in difficoltà, «l’Autorità competente comunica» al ministero e alla banca stessa «il fabbisogno di capitale. In sostanza, la Bce decide sia la struttura sia l’importo dell’assegno che lo Stato deve staccare «precauzionalmente». La stessa autorità potrà inoltre richiedere alla banca «chiarimenti e integrazioni ed effettuare accertamenti». Lo spazio di manovra, dunque, dell’istituto in questione e dello stesso Stato è praticamente azzerato. Non solo. Il supporto pubblico del Tesoro potrà avvenire al massimo entro il 31 dicembre del 2017 e l’intervento dello Stato è comunque a tempo e non dovrà superare i 18 mesi. Nel frattempo dovrà essere trovato un partner finanziario o industriale, un «cavaliere bianco» che porti in dote capitali freschi. Nel caso del Monte, un soggetto disposto a fondersi con l’istituto o a rilevarlo con un’aggregazione. Anche per questo è importante, sottolineano fonti finanziarie, che a Siena si faccia al più presto una pulizia totale dei crediti deteriorati che ha in portafoglio (pari a circa 45 miliardi lordi). Nel frattempo, il nuovo piano di ristrutturazione dell’istituto di Rocca Salimbeni dovrà essere presentato entro due mesi alla Commissione Ue. Tecnicamente, il Monte deve mostrarlo al governo, con cui si aprirà un primo confronto. Poi partirà quello fra esecutivo e Bruxelles che dovrà valutare la compatibilità del nuovo piano con le norme in tema di aiuti pubblici.
Dalla relazione tecnica al decreto emergono, inoltre, alcuni numeri interessanti: secondo i dati comunicati a Bankitalia, si evince ad esempio che le obbligazioni (senior unsecured, ossia privi di garanzie reali) emesse da banche italiane in scadenza nel 2017 ammontano a 101 miliardi. Se oltre a tali obbligazioni, si considerano anche i covered bond (garantiti da parti specifiche del patrimonio della banca) le obbligazioni subordinate in scadenza il prossimo anno, l’ammontare complessivo sarebbe pari a 112 miliardi. Il Tesoro fa notare che «l’ammontare delle nuove emissioni cui si applicherà la garanzia statale potrebbe anche essere superiore agli importi indicati, tenuto conto che le banche potrebbero trovarsi nella condizione di dover far fronte a deflussi di altre forme di raccolta» come i depositi e i pronti conto termine. Il costo della garanzia pubblica ammonterebbe a 771 milioni considerando il rischio di default da parte delle banche che nel decreto viene indicato con l’acronimo «PD». Ma ogni riferimento è puramente casuale.

Camilla Conti, il Giornale

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