Intelligenza artificiale, Apple svela i suoi segreti (per la prima volta)

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Gli studi sull’intelligenza artificiale, e i conseguenti servizi forniti da macchine capaci di imparare (e man mano di “sentire”), saranno il centro dell’impegno dei marchi tecnologici per il 2017. Il terreno è stato preparato negli anni scorsi – con oltre una sessantina di acquisizioni maggiori dal 2011 a oggi – fino ad arrivare alle dichiarazioni di Google che per l’anno nuovo si descrive come un’azienda “Ai first”. Proprio Mountain View a fine settembre è stata tra le fondatrici della Partnership on Artificial Intelligence, un’unione di intenti e di studi (e di lobbying) che ha visto la partecipazione di Ibm (con il suo Watson), Amazon (Alexa), Microsoft (Cortana) e Facebook (Jarvis). Zuckerberg stesso si è messo in gioco, con tutta la famiglia, con una dimostrazione pre-natalizia dell’assistente virtuale di Palo Alto che a dire il vero è sembrata più uno spot che una realtà matura.
Chi mancava all’appello, oltre al consorzio OpenAi di Elon Musk nato un anno fa e che sembra voler giocare da solo (o quasi, in realtà), era Apple, da sempre gelosa della propria ricerca e dei propri progetti. Ma l’intelligenza artificiale è un affare ben più grande, per così dire, delle funzionalità di Siri. Così dopo pochi mesi da quando Cupertino “si è fatta soffiare” da Samsung la startup Viv, nata dai creatori proprio dell’assistente della Mela, Apple ha deciso sul tema di cambiare politica, di aprirsi. Lo raccontava bene Bloomberg a inizio mese. E non si trattava solo di una dichiarazione di intenti: il 22 dicembre è arrivata la pubblicazione del primo studio sull’intelligenza artificiale frutto di un team di ricercatori della Mela (nella foto sotto il capo-progetto Ashish Shrivastava). Lo studio, come scrive Forbes, descrive una tecnica su come migliorare “l’addestramento” della capacità di un algoritmo di riconoscere le immagini Ashish-Shriva stavausando quelle generate dal computer – più digeribili per un’intelligenza sintetica – piuttosto che immagini del mondo reale, che necessitano un intervento umano.
La mossa di Cupertino è legata anche alla necessità di rendersi più appetibile (e digeribile) ai migliori cervelli che lavorano sull’AI, per poi fare recruiting. Il riserbo e la segretezza di Apple sulle ricerche si sono rivelate un ostacolo, un vero e proprio boomerang, dal momento che per la carriera di uno scienziato la qualità e la quantità delle pubblicazioni conta. Al punto che la comunità di studiosi sull’intelligenza artificiale aveva criticato apertamente la politica di Cupertino. Che ora con questa svolta si appresta a tornare alla carica sul proprio ecosistema basato sul machine learning. Ecosistema dalla portata ampia – come per tutti i brand -, andando a toccare aspetti più “semplici” come gli algoritmi sfruttati dalla fotocamera dell’iPhone fino ai servizi sempre più “smart” proposti dall’azienda.

Federico Cella, ilCorriere.it

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