PERISCOPIO

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Tacchino sul tetto, mucca nel corridoio e camicia di forza sulla pentola a pressione. Vorrei tanto conoscere l’arredatore di Bersani. Antonio Satta. MF.

Non ho votato il referendum ma, se lo avessi votato, avrei tracciato la croce sul Sì perché la Costituzione italiana mi disgusta. L’abolirei tutta. Vittorio Feltri a Cesare Lanza. Alle cinque della sera.

Certo, ho fatto il baciamano alla Boschi durante il voto sulla legge di Bilancio. Mi è sembrato doveroso, visto che nessuno dei suoi colleghi si avvicinava per salutarla. È stato un gesto di umana solidarietà. Mario Mauro, esponente di Gal ed ex ministro della Difesa a Un giorno da pecora. Radio Rai 1.

Alle spalle del direttore del londinese Daily Mirror c’è un cartello che dice: «Non esiste alcun argomento che non possa essere tradotto in termini comprensibili». Mino Monicelli, Il giornalista. Vallecchi, 1994.

Uno non può fare una legge elettorale in base alla situazione esistente; ma non può non tenerne conto. Altrimenti Renzi rischia di diventare il Fassino d’Italia. Al ballottaggio i secondi e i terzi arrivati si alleano contro il primo. Non è politica, è aritmetica. Carlo De Benedetti (Aldo Cazzullo). Corsera.

L’ozio è il padre dei vizi. Ma pochi sanno che la madre è la noia. Enrico Vaime, Gli amori finiscono, non preoccuparti. Aliberti editore.

L’inatteso, quando questa parola si applica a ciò che faccio, è tale solo per gli osservatori esterni. Perché, per me, non è affatto inatteso, nel senso che ho generalmente riflettuto molto a un problema prima di prendere una decisione, anche se sono rimasta zitta, per cui le persone non sapevano, comprensibilmente, che cosa stava passando nella mia testa e non si attendevano quindi che io potessi prendere la decisione che poi ho preso. Angela Merkel. Arte, canale tv franco-tedesco.

Sono affezionato ai miei ritagli. Ho imparato da Vittorio Gorresio. Ero da pochi mesi praticante alla Stampa. Mi disse: «Pansa, si sente che sei portato per la politica. Però devi farti un archivio. Quando sarai vecchio, avrai scoperto da tempo che copiare dagli altri è infame, ma che rubare in casa propria è molto comodo». Giampaolo Pansa (Stefano Lorenzetto). Panorama.

Quando incontrarono i primi drappelli di soldati accorsi a far cordone all’incrocio di via San Marco, le femmine uscite dagli stabilimenti e con gli zoccoli ai piedi guardarono quei maschi con la tracotanza, tutta allusiva, che le donne assumono quando procedono aggrappate, e il solo camminare, l’ondeggiar delle anche e del seno, le espone a un’impudicizia dietro la quale non possono difendersi altro che arrossendo o sfacciatamente aggredendo. Volarono i primi frizzi: poi, da parte delle anziane, le pesanti parole di battaglia: « Facc de merda … Vigliacch …». Dicevano con grida stridule come frustate, ch’esse lavoravano per loro, i soldati: traditori venduti ai padroni per starsene tutta la giornata a tenere in mano il fucile. Sotto i chepì, nei loro lunghi pastrani azzurri, i militari incassavano in una codarda ottusità: lo sguardo sfuggente con cui i frequentatori dei posti li accolgono – ancora indecisi – gli allettamenti osceni delle prostitute. Luigi Santucci, Orfeo in Paradiso. Mondadori, 1964.

Tutti, negli anni 80, sapevano discernere ciò che si poteva, da ciò che non si poteva fare, il bene dal male, i valori erano leggibili negli sguardi che gli altri posavano su ciascuno di noi. Dall’abbigliamento si poteva distinguere una bambina da un’adolescente, un’adolescente da una ragazza, una ragazza da una giovane donna, una madre da una nonna, un operaio da un commerciante o da un impiegato. I ricchi dicevano delle commesse o delle dattilografe troppo ben vestite: «Si portano addosso tutta la loro fortuna». Annie Ernaux, Gli anni. L’Orma editore, 2008.

Se i popoli continuano a essere gravati dal peso enorme e crescente da una «manomorta» giuridica fatta da infinite regole, questa oggi la forma post moderna di quei variopinti vincoli medievali che, più o meno due secoli fa, furono spazzati via prima dalle rivoluzioni giuridiche e poi dai più efficienti codici borghesi (forse oggi la prospettiva di uscita non è dunque con più regole, ma con meno regole. Le regole essenziali sono infatti un investimento, mentre quelle demenziali sono un suicidio). Giulio Tremonti. Il Foglio.

A Desenzano, sul lago di Garda, ci siamo vissuti 27 anni. Scegliemmo io e mia moglie d’andare ad abitare lì, erano tempi più tranquilli di questi, c’erano le feste dell’Unità e i bambini che andavano a scuola.
Quella casa sghimbescia e ragnesca, l’unica da cui non si vedeva il lago, i miei figli se la ricordano bene.
Io pensavo che tutto dovesse essere eterno quand’è bello, e invece non è così. Come l’ho venduta, ho imposto ai nuovi proprietari una sola condizione: ogni 22 dicembre, loro sloggiano e mi lasciano mettere la luminaria. Cicaline, punti a spillo, lucciole, folgorini, minicandele. Però questo Natale non lo farò più: smetto di pensare alle cose perdute per tutta la vita. C’è una casa nuova da abitare. Roberto Vecchioni, cantautore (Francesco Battistini). Sette.

C’era il balordo che si spacciava per arredatore; l’arredatore che si definiva regista; il travestito operato a Casablanca, che si sforzava invano di occultare le cosce da ciclista. Infi ne c’era il baffuto, olivastro diplomatico libico (forse un killer, una spia di Gheddafi) che puntava la bionda di turno con insistenza torva. Nantas Salvalaggio, Il salotto rosso. Mondadori.

La mamma mi proibì di leggere L’Intrepido perché era vietato; il Vittorio, invece, era consigliato. Non si accorgeva che, di nascosto, sfogliavo L’Espresso per guardare le fotografie delle donne svestite. Io leggevo tutto ciò che mi capitava. Favole soprattutto, e libri di avventura. Marco Sant’Agata, Papà non era comunista. Guanda.

Dopo cena i due sottotenenti sedettero sugli sgabelli fuori dalla tenda, a godere il fresco della sera. Il sole era al tramonto; due sentinelle col moschetto a bracciarm’ diedero inizio al servizio di guardia, passeggiando avanti e indietro lungo lo schieramento dei pezzi. Anche i soldati s’erano messi a sedere fuori dalle loro tende, in circoli sull’erba: alcuni conversavano, e l’argomento d’obbligo era l’attacco aereo del pomeriggio, altri invece ascoltavano stridule canzoni da piccoli grammofoni a manovella. Le loro voci e i suoni giungevano ai due ufficiali. Eugenio Corti, Il cavallo rosso. Edizioni Ares, 1983.

«Papà cos’è un capufficio?». «È un uomo come tutti gli altri, solo che lui non lo sa». Bramieri, Barzellette. DeVecchi editore, 1977.

Diventerò umile solo quando sarò un grand’uomo. Roberto Gervaso. Il Messaggero.

Paolo Siepi, ItaliaOggi

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