Il sogno americano del ragionier Ernesto che si comprò l’Inter

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L’autobiografia di Pellegrini, dalle cascine di Milano alla presidenza del club di cui era tifoso

ernesto_pellegrini-600Non sai esattamente dov’eri. Era domenica, certo. Il 28 maggio di un altro secolo. Il mondo sta per cambiare faccia, ma tu questo non puoi ancora immaginarlo.
Il Muro cadrà a novembre e da dove sei quello scricchiolare di pietre e ideologie sembra solo un rumore di fondo al rallentatore. La voce di Sandro Ciotti sembra meno rauca del solito. Sono nove anni che tu e quelli come te, state aspettando. Si gioca a San Siro contro il Napoli di Maradona e Careca e la Serie A è la Gerusalemme del calcio. È come dire Nba nel basket, ma con preghiere e bestemmie da ogni strada sperduta del globo. Non vedi. Sogni. Senti. I minuti sono molto più lenti degli anni, non passano mai. Il Napoli vinceva uno a zero, poi un tiraccio deviato di Nicolino Berti e una punizione di Lothar Mattheus rincantucciano la paura. Si percepisce il Trap che urla, impaziente, e poi un boato. È finita, lo scudetto è neroazzurro. Più tardi vedrai tutto in un bar di paese, sorrisi interisti, davanti a 90° Minuto. C’è lo zio Bergomi che ancora non deve mostrarsi imparziale, Zenga piange ed è il portiere più forte del mondo, Serena ha un sopracciglio spaccato, Bremhe uno squarcio sulla gamba. Ci sono tutti, panchina corta, facile da ricordare, Ferri e Baresi che gioca quando serve, Bianchi e Fanna ad alternarsi sulla fascia, Berti che galoppa, Matteoli il regista che non avremmo più avuto, Diaz che gioca da falso nueve senza saperlo, Mandorlini libero duro e improvvisato e un 10 che corre, grida, comanda, inventa e spezza come il più incredibile incrocio tra un mediano e un fantasista. Si chiama Lothar come l’assistente forzuto di Mandrake, ma che al maestro ha rubato la magia. E poi c’è lui, con negli occhi lo stupore dei bambini e il sorriso da persona perbene. La sua potrebbe essere una storia da sogno americano e invece è tutta milanese, senza clamori, senza passati da rincorrere, ma chi con intelligenza passo dopo passo costruisce un’avventura imprenditoriale, dando da mangiare nelle sue mense a chiunque si sieda a tavola, senza guardare da dove viene. È l’importanza di chiamarsi Ernesto, Ernesto Pellegrini e in quel 1989 è da cinque anni il presidente dell’Inter, quella a trazione tedesca, quella dei record, 58 punti sui 68 disponibili, con la A a 18 squadre e le vittorie che valevano due. Quando quel giorno Galeazzi lo incrocia davanti allo spogliatoio lui, Ernesto, sembra un tifoso che si è imbucato. Un buon presidente spende e investe, ma vince se sa creare una comunità e come prima cosa ringrazia i due magazzinieri per arrivare su fino a Trapattoni e alla presidenza. Sembra scontato, sembra retorica, ma è esattamente tutto quello che non c’è più.
Ernesto Pellegrini solo adesso si è concesso il lusso di una biografia, a 75 anni, con un’azienda sulle spalle che ha più di mezzo secolo di fatica. Una vita, un’impresa (Mondadori), dove racconta lo spirito lombardo, non come razza padana, non come frontiera, ma come sentimento e visione del mondo. È una storia che sa di bicicletta e di epopea da dopoguerra, con un ragazzo che trova lavoro come ragioniere alla Bianchi e pensa che nella vita l’impossibile esiste e bisogna avere il coraggio di afferrarlo, come mettersi in gioco scommettendo il futuro su una catena di ristoranti aziendali. «La mia prima passione fu il ciclismo. Alla Bianchi strinsi la mano al mio idolo Fausto Coppi e poi diventai amico del suo capo meccanico Pinella De Grandi, detto Pinza d’oro». C’è una foto che racconta quella generazione cresciuta tra le macerie. Ernesto è in campagna, davanti a una cascina, su una bicicletta che in quel momento incarna la modernità. «Sono io ragazzo. Non ho mai smesso di pedalare».
Pellegrini entra nella dirigenza nerazzurra con una lettera a Ivanoe Fraizzoli. Non sogna ancora di fare il presidente, si offre come un giovane imprenditore che vuole dare una mano. Prisco lo prende in simpatia e quando il vecchio Ivanoe è stanco è proprio l’avvocato che fa da mediatore. È il 1984 e durerà per oltre dieci anni. Pellegrini azzarda ma sa tenere i piedi per terra. Quando muove i primi passi come imprenditore non rinuncia al lavoro da 150mila lire al mese della Bianchi. Si lascia una porta aperta e fatica il doppio. È lo stesso carattere della sua Inter tedesca, quella che scommette su Rummenigge, che nonostante sia al tramonto fa innamorare gli interisti. «Quando ho accettato di fare il presidente del Bayern come modello ho scelto Pellegrini». Quella che cade e si rialza, senza perdere la dignità. Quella che nel 1994 strappa a Berlusconi il più inaspettato degli auguri. «Era un momento molto difficile e lui mi scrisse un messaggio di incoraggiamento che si concludeva con un clamoroso Forza Inter».
Quella di Pellegini è una Milano senza cinismo, aperta, accogliente. È come il suo ristorante a un euro, Ruben, in via Gonin, dove il pranzo è dignità. «L’ho chiamato Ruben come un uomo dolcissimo a cui ero molto affezionato. Era un contadino. La cascina Bonfadini venne inghiottita dal cemento. Con l’esproprio a noi ci diedero una casa popolare. Ruben finì a vivere in una stalla, con tre chiodi come attaccapanni, ammazzandosi di fatica lavorando come giornaliero nei campi dall’alba al tramonto. Ruben aveva due amici, il bottiglione di vino e i libri. Leggeva libri di storia e a noi ragazzi ci interrogava, quando non sapevamo rispondere ci rimbrottava con un te se gnurant. Avrei voluto aiutarlo ma ero orfano di padre e le 55mila lire che allora mi dava la Bianchi mi servivano per aiutare mia madre Maria. Poi una mattina d’inverno compro il giornale e leggo: barbone morto assiderato. Era il mio Ruben».

Vittorio Macioce, il Giornale

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