CESARE LANZA RACCONTA IN UN LIBRO GLI AFFETTI PRIVATI DI ENRICO MATTEI

Share

di Daniele Capezzone

il-cuore-di-matteiDi Cesare Lanza si sa molto: la sua prestigiosa carriera di direttore negli anni in cui la carta stampata aveva un peso vero (Il Secolo XIX, Il Corriere d’informazione, Il Lavoro, La Notte); poi una nuova dimensione come autore televisivo creativo e insieme popolare; e, senza soluzione di continuità, una costante attività di commento, analisi e opinione.
E’ forse meno nota ad alcuni la sua passione di ricostruzione storica. In particolare, merita attenzione il lavoro che Lanza ha recentemente dedicato al Mattei privato. Sul fondatore dell’Eni esiste una copiosa produzione: ma nessuno, prima di Lanza, si era curvato sul “fattore umano”, oltre la dimensione pubblica.
Mattei nasce in un poverissimo paese di 3mila abitanti nelle Marche: la mamma è una figura forte; il papà è il carabiniere divenuto noto per l’arresto del temuto brigante Musolino; un altro personaggio centrale è la nonna, educatrice affettuosa verso il piccolo Enrico. Ma il tema di fondo è quello della povertà: Lanza ricostruisce i ricordi di Mattei sull’imbarazzo del papà, a cui anche la piccola Camerino appariva troppo costosa per potervi trasferire la famiglia. Così, la vicenda scolastica del giovane Enrico è terremotata dalle difficoltà della famiglia, e si apre prestissimo la strada del lavoro.
Lanza – qui sta il cuore del libro – indaga con scrupolo, senza gossip e con rispetto, sui primi affetti di Mattei: verso la compagna di scuola Maria, che però si farà suora di clausura (e molti decenni dopo, un Mattei divenuto ricco non a caso farà restaurare quel convento delle clarisse); poi verso Lina, la figlia del suo primo datore di lavoro; poi via via, una volta trasferitosi a Milano dal 1929, la grande trasformazione. Un adolescente con una vita affettiva difficile da esprimere diviene un giovane elegante, di bell’aspetto, sicuro di sé, fortemente attratto dalle donne.
Il grande dissenso con sua madre si materializza quando Mattei decide di sposare la ballerina austriaca Greta Paulas (Vienna, ai genitori, appare assai lontana – non solo geograficamente – dalla piccola Matelica…). Eppure quel matrimonio durerà 26 anni, fino alla fine. Mattei resterà un grande seduttore, e Lanza, con dovizia di testimonianze, spiega come per tutta la sua vita si sia ben guardato dal resistere al fascino delle tentazioni extraconiugali. Eppure, il rapporto con la moglie resterà saldo: perfino cementato dal dolore della perdita di un bimbo prematuro, nato dopo 5 mesi e morto dopo appena 5 giorni. La moglie Greta diverrà nota dopo la morte del marito, in un’intervista resa a Sergio Zavoli: non solo per la sua sincera commozione, ma anche per la dettagliata ricostruzione dei timori del marito per le minacce che andava subendo.
Il capitolo del libro dedicato alle avventure extraconiugali è – a suo modo – un piccolo trattato di costume sugli anni ’50 italiani. Le voci sulle attrici (dalla Ekberg alla Andress), le vanterie maschili di Mattei con l’economista Francesco Forte, allora suo collaboratore. E poi le storie, vere o presunte, che hanno destato più curiosità: con l’attrice Sylva Koscina; con l’ambasciatrice americana Claire Boothe Luce (che pure esprimeva una linea politica lontanissima da Mattei); e forse anche con Soraya, l’imperatrice di Persia, moglie di Reza Pahlavi (ma Lanza, saggiamente, è scettico: una simile relazione sarebbe stata pericolosa per gli affari di Mattei).
Fino, e questa è una pagina che preoccupò a lungo Mattei, all’essere sfiorato (ma mai direttamente coinvolto nelle relative inchieste giudiziarie) dalle storie sulla signora Mary Fiore, tenutaria a Roma di bordelli d’alto bordo. Lanza ha mano felice nel descrivere il doppio binario tra il moralismo degli anni Cinquanta e l’attitudine al dossieraggio selvaggio (praticato e insieme subito) dai potenti di allora.
L’appendice del libro è invece tutta dedicata a una documentata inchiesta sulla morte di Mattei. Lanza, che attacca le inchieste ufficiali, smonta la tesi dell’incidente aereo: e, forte di una perizia, sposa la teoria dell’esplosione in volo del bireattore di Mattei. Ancora avvalendosi della testimonianza di Francesco Forte, Lanza ricostruisce anche le confidenze del pilota Bertuzzi (morto a sua volta nello schianto), che nelle settimane precedenti aveva denunziato ripetuti tentativi di sabotaggio. Per Lanza e Forte, la pista più credibile è quella che porta ai servizi segreti francesi: dunque, all’ipotesi di un Mattei specificamente colpito per il suo sostegno agli indipendentisti algerini e alla rivoluzione di Ben Bella.
Lanza è un sincero e appassionato ammiratore di Mattei. Non solo della sua parabola umana: il successo di un outsider totale, nato povero e divenuto forse l’uomo più potente e temuto d’Italia. Ma anche della sua visione politica (e geopolitica). La tesi di Lanza è potente: che Mattei, decenni prima di Craxi e poi di Berlusconi, sia stato il protagonista che più abbia avuto l’opportunità di cambiare il paese. L’intuizione del petrolio come chiave per far uscire l’Italia dalla povertà e dalla marginalità; la scelta audace del rapporto con i paesi arabi; lo scontro con le “sette sorelle”; la sfida di un’Italia che non voleva più essere (secondo il celebre aneddoto di Mattei) il “gattino” a cui i “grossi cani” spezzavano la spina dorsale. Di qui, per Lanza, la definizione di Mattei come “patriota ed eroe”.
Nel mio piccolissimo, ho un’opinione assai diversa, e più “montanelliana”: Montanelli, come si sa, fu un duro critico di Mattei. Personalmente, credo che “sine ira et studio”, con serenità storica, sia doveroso riflettere su tre nodi critici. Primo: la scelta geopolitica di Mattei spesso alternativa e ostile rispetto all’Occidente. I guai dell’Italia, anche decenni dopo, restano a mio avviso legati proprio a questa “politica estera parallela” dell’Eni, supinamente accettata e subita da troppi nostri governi. Secondo: un eccesso di intervento pubblico in economia, la logica delle partecipazioni statali, che troppo spesso ha drogato e scoraggiato il libero mercato. Terzo: la corruzione della vita pubblica, prodotto inevitabile del secondo fattore. Mattei non si faceva scrupolo nell’ammettere di usare i partiti come “taxi”: non certo un corrotto, ma un grande corruttore della vita pubblica.
Ma le mie opinioni contano poco. Conta, qualunque sia il giudizio storico su Mattei, il lavoro appassionato e accurato di Cesare Lanza. E queste luci accese sul suo privato aiutano anche noi liberali-liberisti-atlantisti a conoscere meglio Mattei, e a riconoscerne – al di là di consensi o dissensi – la statura grande e visionaria.

Share
Share