Il tasto Like entra in albergo

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In alcuni hotel della catena Marriott i clienti possono esprimere il loro apprezzamento sui vari servizi di ristorazione, alloggio o intrattenimento. Premendo un pulsante, proprio come su Facebook

marriotMarriot, la più grande catena alberghiera al mondo, prende spunto dai social network per introdurre negli hotel i pulsanti «like» . Come nello spazio virtuale gli utenti possono esprimere il proprio gradimento sui contenuti online cliccando sull’icona «mi piace», così i clienti di un albergo hanno adesso il loro corrispettivo nel mondo reale per esprimere il loro apprezzamento sui vari servizi di ristorazione, alloggio o entertaiment.

Marriott ha iniziato a testare i pulsanti «like» in un hotel di 446 camere della città di Charlotte, nel Nord Carolina, dove si sviluppano esperimenti innovativi per verificarne l’impatto sugli ospiti. La struttura si chiama M Beta e rappresenta un laboratorio per nuovi prodotti e servizi da lanciare sul mercato.

In questo caso i pulsanti, che hanno la grandezza di un disco da hockey, sono collocati in diversi punti dell’albergo, permettendo alla direzione di avere un riscontro immediato e in tempo reale sul grado di soddisfazione della clientela. La corsa all’innovazione, sempre più orientata dalla tecnologia, è un modo per far fronte all’ingresso sul mercato del turismo di nuovi attori competitivi come Airbnb. Oltre a Marriott, anche altre grandi catene alberghiere hanno promosso iniziative all’insegna della sperimentazione.

Nei lab hotels del gruppo Hyatt, diffusi in diversi paesi, si sono testate, ad esempio, idee quali l’abolizione della reception, rimpiazzata da chioschi digitali per gestire in automatico l’accettazione, e l’utilizzo di dispositivi mobili per il check-in. Potranno farlo anche i clienti dell’albergo M Beta di Marriott, dove sarà possibile aprire la porta della stanza con la chiave digitale dello smartphone, ordinare la cena in camera e prenotare lezioni al centro fitness via tablet, e guardare serie tv e film in streaming con Netflix.

Carlo Lavalle La Stampa

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