L’Europa irrilevante e la crescita globale

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wolfgang-schaubleLo sconforto che si prova a leggere i commenti di Jerome Dijsselbloem a margine della recente riunione dell’Eurogruppo da lui presieduto è davvero grande. Ancor più se si confronta l’intervento con quello che Christine Lagarde, direttore generale dell’Fmi, ha tenuto qualche giorno prima alla riunione annuale dell’Fmi e della Banca Mondiale e alle sue critiche alla Germania in un dibattito con il ministro delle Finanza tedesco Wolfgang Schäuble. Non si tratta di esegesi di discorsi e dibattiti ma di impostazioni politiche strategiche per il futuro del mondo dove l’Europa conta sempre meno.
Fmi e Lagarde. Con un’analisi lucida e di grande prospettiva Lagarde ha affermato che la priorità è quella di evitare una mediocre crescita con bassa occupazione e bassi salari. Cioè quella che per altri è l’anticamera della stagnazione secolare. A tal fine per Lagarde due sono le valutazioni e le scelte cruciali. La prima è non illudersi e prendere atto che le economie avanzate sono bloccate in lenta crescita, bassi investimenti, bassa inflazione mentre le economie emergenti vanno meglio pur con le difficoltà dei Paesi esportatori di materie prime. Una crescita globale del 3,1% quest’anno e del 3,4% nel 2017 è troppo bassa e sta creando conseguenze politico-sociali dirompenti con diseguaglianze in aumento in molti Paesi, movimenti migratori dai costi umani elevatissimi, commercio internazionale con nuovi ostacoli, scetticismo sui processi di integrazione e cooperazione.
In questo primo quarto del secolo XXI, secondo Lagarde, ci troviamo di fronte ad una grande transizione: quella dalla rivoluzione industriale alla rivoluzione digitale. Tutte le grandi transizioni generano sofferenze e diseguaglianze ed è per questo che da un lato bisogna accelerare le stesse e dall’altro governarle anche con processi di inclusione basati sull’istruzione e su reti di sicurezza sociale.
A tali fini vanno usati tutti gli strumenti di politica economica (monetari, fiscali, strutturali) e le loro sinergie in ogni Paese e tra Paesi. Le strategie sono le seguenti.
Fare investimenti pubblici sfruttando il vantaggio storico di tassi di interessi prossimi allo zero. Espandere e costruire internet ad alta velocità, trasporti energeticamente efficienti, infrastrutture ecocompatibili, investire nella ricerca e sviluppo privata con benefici fiscali, ma anche ricordando come le tecnologie che hanno reso possibili gran parte delle innovazioni digitali hanno fruito di finanziamenti pubblici.
Rinvigorire il commercio internazionale che negli ultimi 25 anni ha potenziato gli effetti delle nuove tecnologie trasferendoli in incrementi di produttività, contribuendo a ridurre la povertà e creando milioni di posti di lavoro. Bisogna anche mitigare gli effetti negativi della globalizzazione con più inclusività che non è solo politica economica, ma anche nuovi contratti sociali, aumentando le eguali opportunità non solo tra ceti, ma anche tra Paesi ed evitare le concentrazioni monopolistiche e i dumping fiscali e sociali. È evidente che ci si trova di fronte a un pensiero forte che non esita a esporsi in termini netti.
Eurogruppo e Dijsselbloem. Dijsselbloem commentando l’Eurogruppo segnala che tutti i ministri erano a «bassi livelli energetici» per jet lag di ritorno dall’Fmi di Washington. Non una parola invece sul discorso della Lagarde. Ampio peana all’Eurozona che sta crescendo più rapidamente della media dei Paesi sviluppati e persino degli Usa, deducendo da ciò che le prospettive stanno cambiando.
Perché l’Eurozona è più resiliente, perché il suo tasso di crescita è aumentato dello 0,1%, perché le politiche e le riforme stanno funzionando bene, perché tutti i Paesi hanno ripreso a crescere. Anche la Grecia, su cui l’Eurogruppo si è concentrato per autorizzare l’esborso di una tranche di aiuti. L’attenzione di Dijsselbloem si è spostata poi sull’invecchiamento della popolazione che, dati gli alti debiti pubblici, mette a rischio la sostenibilità dei sistemi sanitari e pensionistici.
Tutto ciò è sorprendente. Quanto alla crescita, stando ai dati dell’Fmi, quella della Uem dal 2008 al 2021 (previsioni) è ampiamente sotto quella media dei Paesi sviluppati e a quella degli Usa, per cui qualche trimestre di inversione non cambia la tendenza di lungo periodo. Per quanto riguarda l’invecchiamento della popolazione, perché non tentare di spiegare, al di là della sostenibilità delle finanze pubbliche, quali fenomeni sociali, compresi quelli migratori, stiano percorrendo la vicenda europea di questo primo quarto di secolo. Perché non chiedersi se la Uem con una politica fiscale attiva, e non solo repressiva, potrebbe crescere di più e meglio e perché non dire chiaramente che i Paesi come la Germania, con grandi surplus fiscali e commerciali, devono fare più investimenti.
Germania, Fmi, Europa. Ancora una volta alla timidezza europea ha supplito la lucidità della Lagarde che ha ribadito a chiare lettere come i Paesi con avanzi di bilancio pubblico debbono fare di più per stimolare l’economia. Con riferimento alla Germania, in un dibattito con Wolfgang Schäuble ha preso atto con soddisfazione che il governo tedesco si accinge a ridurre le tasse nel 2017 e 2018, ma ha sottolineato che deve fare di più, investendo in infrastrutture e che questo è il momento per farlo in Germania dati i suoi surplus e i tassi di interesse che facilitano un contributo tedesco determinante allo sforzo per la ripresa in Europa.
Schäuble non si è dichiarato d’accordo, ma ha insistito sul cambio di rotta tedesco via riduzione delle tasse affermando, come al solito, che la Germania paga molto al sostegno solidale degli altri Paesi europei. Asserzione che rimane tutta da spiegare ma che, come i dogmi, vale per sé, almeno nei rapporti tra Uem e Germania.
Lagarde e Schäuble invece hanno concordato sulla globalizzazione, sulla transizione in atto e sui rischi del populismo in Europa e altrove. Tenendo conto di questa concordanza speriamo che sotto le pressioni della Lagarde e dell’Fmi, il programma tedesco per il G20 del 2017, nel cui ambito sembra delinearsi un piano di investimenti in Africa, apra anche una finestra di opportunità per l’Europa. Se così andrà non sarà merito delle istituzioni europee.

Il Sole 24 Ore

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