Panama Papers, brindisi offshore per Campari

Share

Un bonifico di 2,5 milioni di dollari sul conto di una società panamense intestata un uomo d’affari di Trinidad. Così la multinazionale del bitter ha pagato un «consulente» che era in affari con personaggi sotto inchiesta per riciclaggio e corruzione

CampariNella matassa dei Panama Papers c’è un filo che porta alla Campari. Il nome della multinazionale del bitter emerge da una serie di documenti che raccontano un gioco di sponda milionario tra Italia, Spagna e i Caraibi. E alla fine si scopre che una società panamense, la Pendrey Associates corporations, ha incassato 2,5 milioni di dollari. E quei soldi, confermano le carte, sono stati versati da Campari. Anzi, per la precisione, il pagamento è stato ordinato dalla Espana SL, filiale iberica del gruppo con sede a Milano. Chi c’è dietro la Pendrey Associates? E come si spiega quel bonifico offshore? La risposta alla prima domanda si trova tra i documenti dell’archivio Mossack Fonseca, svelato al mondo un mese fa grazie allo scoop dell’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), a cui collabora “l’Espresso” in esclusiva per l’Italia. Secondo quando risulta dai file panamensi, il titolare della Pendrey Associates si chiama Ken Emrith ed è un cittadino di Trinidad e Tobago, le due piccole isole delle Antille pochi chilometri al largo della costa del Venezuela. Il “Daily Express”, il quotidiano di Trinidad che ha pubblicato un’inchiesta sulla vicenda, segnala che Emrith è un uomo d’affari con un curriculum piuttosto accidentato. Il suo nome ricorre parecchie altre volte nei Panama Papers, anche associato a personaggi coinvolti in inchieste penali per corruzione come i brasiliani Joao Procopio e Jose Luiz Pires, entrambi chiamati in causa nel recente scandalo Petrobras, la compagnia petrolifera con sede a Rio de Janeiro. Ebbene, tra il 2012 e il 2013, Emrith incrocia sulla propria rotta il gruppo Campari, una multinazionale di fama mondiale, quotata in Borsa a Milano, con un giro d’affari di oltre 1,6 miliardi di euro e un portafoglio prodotti forte di oltre 50 marchi. Per ricostruire la storia conviene partire da una data precisa, quel 6 marzo 2013 in cui 2,5 milioni di dollari atterrano su un conto bancario della Pendrey Associates aperto presso la Bank of Saint Lucia, un istituto di credito con base nell’omonimo staterello caraibico che è anche un attivissimo paradiso fiscale. I soldi, come detto, erano partiti dalla filiale spagnola della Campari. «Quel pagamento era il compenso per i servizi prestati da Emrith in relazione all’acquisto di alcune quote di minoranza del gruppo Lascelles de Mercado», questa la spiegazione fornita a “l’Espresso” da un portavoce della multinazionale italiana. In effetti, alcuni mesi prima di quel bonifico offshore, l’azienda del bitter aveva messo a segno un colpo grosso Oltreoceano. Un affare da oltre 400 milioni di dollari, messi sul piatto per rilevare il controllo di una serie di etichette prestigiose di liquori. «Abbiamo conquistato la perla dei Caraibi», annunciò il 3 settembre 2012 il manager austriaco Bob Kunze Concewitz, amministratore delegato di Campari. Nelle settimane successive parte un’offerta pubblica d’acquisto (Opa) alla Borsa di Kingston, in Giamaica, sulla Lascelles de Mercado, proprietaria tra l’altro di alcuni marchi di alta qualità come il rum Appleton. La holding CL financial, azionista di maggioranza con una quota dell’81 per cento, accetta subito l’offerta italiana. Restano però da convincere alcuni soci di minoranza, titolari di pacchetti azionari inferiori al 5 per cento. A questo punto, quindi, sarebbe entrato in scena Emrith, ingaggiato per dare una mano ai compratori nella fase finale dell’operazione. A gennaio del 2013 i giochi sono fatti. Passa di mano l’intero capitale della Lascelles de Mercado, insieme al suo magazzino di rum pregiati. Prezzo finale dell’acquisizione: 414 milioni di dollari, che al cambio dell’epoca corrispondevano a 321 milioni di euro. Tempo due mesi e, nel marzo successivo, sul conto offshore di Emrith, un conto aperto non prima di gennaio, vengono accreditati 2,5 milioni di dollari. «Era il compenso pattuito per la sua attività di consulenza», spiegano alla Campari. Non è chiaro, però, in che modo la società italiana abbia inserito nel proprio bilancio i pagamenti destinati all’uomo d’affari di Trinidad. Nei conti del 2012 compare una voce “oneri accessori attribuibili all’acquisizione” per un valore di 7 milioni complessivi. Altri 2,3 milioni vengono segnalati nel 2013 come “spese per la ristrutturazione delle società giamaicane”. Di sicuro, secondo gli standard internazionali, la somma versata a Emrith appare molto elevata: lo 0,5 per cento del valore dell’intera operazione. A maggior ragione considerando che lo stesso Emrith non è un intermediario finanziario qualificato e tantomeno un banchiere d’affari. E del resto, come consulente per l’acquisizione ai Caraibi e per gli aspetti legati all’Opa in Borsa, la Campari si era già assicurata l’assistenza della svizzera Ubs, una delle più grandi banche del mondo. Infine, va segnalato un altro fatto. Buona parte del denaro accreditato sul conto della Pendrey Associates ha poi preso il volo verso un’altra offshore, la Aversand Solutions. Resta un mistero chi sia il proprietario di quest’ultima società. Emrith invece è ben presto stato costretto a cambiare banca. Ad agosto del 2013, come risulta dalle carte, la Bank of Saint Lucia gli ha chiesto un supplemento d’informativa su un nuovo versamento, questa volta di un milione di dollari, giustificato come compenso per una consulenza relativa alla costruzione di un porto in Namibia. A quanto pare, le spiegazioni fornite da Emrith non sono state ritenute sufficienti a fugare ogni sospetto sulla reale provenienza del denaro. Niente da fare, allora: alla fine la banca ha chiuso il conto offshore del consulente di Campari.

 VITTORIO MALAGUTTI E LEO SISTI, L’Espresso

Share
Share