Google, quelle app che non vanno giù all’antitrust Ue

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Il nome è già un programma. Google viene da “Googol”, un termine utilizzato dai matematici per identificare il numero formato da 1 seguito da 100 zeri. Ossia un modo da smanettoni per dire l’infinito. E quando, nel 1998, Larry Page e Sergey Brin fondarono il loro motore di ricerca, in qualche modo il concetto di egemonia già gli apparteneva.
Tanto che nel giro di pochi anni l’azienda di Mountain View ha cominciato una politica di acquisizioni che non si è mai arrestata: fino al 2014 sono oltre cento le aziende inglobate da Big G. E così Google oggi non è più solo il motore di ricerca per eccellenza, che regolando l’indicizzazione dei contenuti e quindi stabilendo cosa mostrare quando si cerca qualcosa sul Web ha il potere di decidere cosa esiste e cosa no. Oggi Google è anche posta elettronica (Gmail) e social network (YouTube e Google +). Ma soprattutto è Android, il software per dispositivi mobili. Il che, tradotto, vuol dire circa l’80% di smartphone e tablet attivi nel mondo.
Quando si dice Android si parla di un mondo intero, che comprende cellulari e tablet (da Samsung a Lg, passando per tutti quelli che non siano Apple o Microsoft) ma anche smart tv e smartwatch. Android, in differenti versioni, è installato su cellulari dalle prestazioni più diverse, da quelli modesti a quelli di alta gamma. È per questo che l’azienda di Mountain View, in risposta all’antitrust europea che la accusa di abuso di posizione dominante, ha sottolineato come Android sia «un bene per la concorrenza» e «un modello di innovazione aperta». È infatti un software “open source”, che qualsiasi produttore di dispositivi può modificare a piacimento. Il che lo rende anche più vulnerabile agli attacchi informatici a differenza di iOS di Apple, che è un software chiuso (Google ha comunque sottolineato che nel 2015 la probabilità di installare applicazioni potenzialmente dannose su smartphone e tablet con sistema operativo Android è diminuita del 40%).
IL SOFTWARE
Ciò non vuol dire però che Android sia gratuito. Perché Google fornisce il proprio software con un pacchetto di app già preinstallate. Fra queste ci sono il browser Chrome, Gmail, Google Maps, YouTube, il servizio cloud Drive, oltre ad alcune (come Hangout) che in molti non sanno neppure a cosa servano. App che racchiudono tutti i principali servizi di Mountain View. Ed è proprio questo il nodo che non va giù all’antitrust: questi servizi, offerti “di default” agli utenti, possono danneggiare gli sviluppatori di app simili. Chi infatti, specie fra i meno esperti, si curerebbe di scaricare un browser diverso da Chrome o un altro servizio mappe? Senza contare che queste app non possono nemmeno essere disinstallate, ma al massimo disattivate. Il che, alla lunga, può anche contribuire alla saturazione della memoria del dispositivo, che è il vero spauracchio di tutti gli utenti Android.
Una questione simile a quella di Google si pose nel 2013 con Microsoft: l’azienda di Redmond, per aver “imposto” il browser Internet Explorer su Windows 7 fu condannata dall’antitrust a pagare una multa da 561 milioni di dollari. Fa riflettere che nessuno dei grandi produttori di hardware abbia avuto da ridire sull’invasività del robottino verde. C’è da considerare infatti che Google li ha soccorsi in quello che era il loro principale problema: avere a disposizione un sistema operativo che si potesse facilmente adattare a varie tipologie di dispositivo. L’esistenza di Android permette ad aziende come Samsung (la quale sta comunque tentando di sviluppare un proprio sistema operativo, Tizen) di avere a disposizione quasi a costo zero un software di buona qualità. Senza, questi produttori semplicemente non potrebbero più essere competitivi sul mercato.
GLI ALTRI FRONTI
Lo scontro con l’Ue su Android è solo l’ultimo di una lunga lista, per Google. A livello sia locale che globale ci sono ancora in sospeso questioni come l’evasione fiscale o il diritto all’oblio. In quest’ultimo caso, secondo il New York Times, su 418 mila richieste di cancellazione di contenuti ricevute, Google ne avrebbe accolte solo la metà. Per non parlare poi del caso Google News. Eppure per ora nulla è cambiato.

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