La corsa a ostacoli sulla strada della ripresa

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soldi felicitàAncorché molto importante per diversi aspetti (è in corso d’anno il primo atto con il quale il Governo inizia a mettere sul tavolo europeo le sue scelte di politica economica pluriennale), il Documento di Economia e Finanza (Def) è solo la prima tappa di un processo che si annuncia, mai come nel 2016, incerto e complicato.
Appendersi ai suoi numeri e ai suoi zero-virgola in più o in meno rispetto alle ultime previsioni per trarne, nel bene o nel male, un giudizio esaustivo sarebbe sbagliato. Se il Governo Renzi osserva soddisfatto che la ricchezza cresce (Pil da +0,8% del 2015 a +1,2% del 2016), che il deficit scende (dal 2,6% in rapporto al Pil al 2,3% e all’1,8% del 2017) e che il debito cala (per la prima volta da otto anni a questa parte, dal 132,7% al 132,4%), non si può non convenire sul fatto che il controllo dei conti pubblici si è accompagnato alla crescita. Diversamente dal passato recente, quando l’austerity ad oltranza ha gelato un Paese già appesantito da vent’anni di sviluppo rasoterra e non ha impedito la lievitazione del debito. È insomma cambiata la direzione di marcia, la rottura c’è stata, la spinta alle riforme si è sentita.
D’altra parte, bisogna anche dire che il Governo prevedeva per il 2016 un Pil a +1,6% e che la forza dei fatti – l’assoluta maggioranza dei quali, come la crisi delle grandi economie emergenti, maturati fuori dal nostro perimetro nazionale e indipendenti dalle nostra scelte – ha costretto l’esecutivo Renzi a mettere nero su bianco un obiettivo meno ambizioso: +1,2%, a sua volta suscettibile, per molti analisti, di ulteriori limature al ribasso.
Certo, ci si muove nel quadro di un arretramento generale. Ma esce riconfermata la scomoda posizione di un’Italia che, nei confronti di quasi tutti gli altri Paesi europei, tende a crescere meno nella fasi di espansione e a cadere di più in quelle di recessione. Il che, evidentemente, era e resta un problema serio, da aggredire.
A maggior ragione se si tiene conto che, dalla crisi dell’euro del 2012 all’ultima svolta anti-deflazione del presidente della Bce Mario Draghi del 10 marzo scorso, sulle spalle del sistema Italia è calato il mantello protettivo di una politica monetaria innovativa e molto accomodante. In particolare, secondo il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, senza la spinta della Bce tra il giugno 2014 e dicembre 2015, «la recessione in Italia sarebbe finita solo nel 2017». Notazione che conferma quanto siano ancora forti e indispensabili gli sforzi che l’Italia, tenuto conto che il mantello della Bce non è un’assicurazione a tempo indeterminato, deve mettere sul piatto per assicurarsi una ripresa forte e stabile nel tempo.
Al momento, il Def prospetta la cancellazione delle clausole di salvaguardia fiscali per il 2017 per circa 15 miliardi. È una sorta di pre-condizione. Significa che le tasse, per cominciare, non aumenteranno, non che diminuiranno. E fermo restando un deficit pari all’1,8% del Pil (contro l’1,1 previsto mesi fa) non paiono esserci grandi spazi per aprire le porte ad una scossa fiscale in grado di scatenare le aspettative per una svolta sviluppista. A meno che, una volta superato a maggio lo scoglio a Bruxelles dell’approvazione della manovra 2016, il cantiere europeo della flessibilità di bilancio non spalanchi qualche nuova finestra. O che si finisca, con la nota di variazione al Def a ridosso del varo, in ottobre, della Legge di Stabilità, per alzare anche quell’1,8% del deficit portandolo più in alto, ma sempre sotto la fatidica soglia del 3 per cento.
Si vedrà. Di sicuro saranno mesi complicati anche sotto il profilo politico. Dopo lo scoppio del caso Tempa Rossa, che sta scuotendo il Governo e che accentua la sempreverde tendenza delle forze politiche ad immergere il Paese in un clima elettoralistico e velenoso, il referendum sulle trivellazioni, poi le elezioni comunali, infine il referendum sulla riforma costituzionale che il premier Renzi considera decisivo per continuare la sua esperienza politica. Il Def approvato è solo la prima tappa di un tour dove le salite abbondano più delle discese.

Guido Gentili, Il Sole 24 Ore

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