Kafka, l’impiegato modello che ci insegna ad amare il nostro lavoro

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kafkaPuò un grandissimo scrittore essere sedotto dalle “misure di prevenzione degli infortuni nelle piallatrici per legno”? Oppure stendere una “relazione sull’obbligo di assicurare i lavoratori dell’edilizia”? Può. Franz Kafka, l’immortale autore della “Metamorfosi” e del “Castello”, è stato per una vita un solerte impiegato di un’agenzia di assicurazioni. Un volumetto di Cesare Lanza, editore L’attimo fuggente, ne illustra l’unicità che potrebbe sovvertire, se opportunamente elaborata, il rapporto finora accordato dall’immaginario collettivo al posto fisso e alla creatività. Anche Balzac ha fatto l’impiegato, anche Dostojevskij, Melville, Neruda, Orwell, Stendhal, Borges, Musil, Bernanos… Ma per tutti si è trattato di una parentesi, di una necessità più o meno vissuta con sofferenza: lavorare per poter scrivere. Kafka no. Kafka è stato un assicuratore vero, un perito capace di valutare i rischi di una polizza e la convenienza di un premio. Non sono i dettagli prosaici di una professione, rappresentano l’adesione a valori precisi, quelli del lavoro subordinato che oggi risultano sviliti quando non addirittura sbeffeggiati. Questo ha affascinato Cesare Lanza, direttore di giornali e autore televisivo, quindi creativo per antonomasia? “Kafka”, si legge nella presentazione di copertina, “non scaldava la sedia pensando ad altro o aspettando lo stipendio a fine mese: prendeva estremamente sul serio il suo lavoro. Negli ultimi anni esercitò la sua specificità sulle perizie, che preparava e compilava con minuziosa scrupolosità… Un uomo spinto da un ardore, nel suo impiego, paradossalmente stridente con il suo estro narrativo”. Sul perché, vale la pena di riportare il pensiero della poetessa Gertrude Urzidil che introduce il capitolo sulle testimonianze: “Kafka comparava il mondo delle assicurazioni alla religione dei popoli primitivi, che credono alla possibilità di evitare disgrazie attraverso speciali manipolazioni”. Un insospettabile stregone moderno, in qualche modo, o forse più semplicemente l’interprete di un sentimento che anima una moltitudine di impiegati attaccati al proprio lavoro: l’idea, attraverso il servizio, di migliorare il mondo.

Il Secolo XIX

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