Lettori, non bloccate la pubblicità online

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Campagna degli editori francesi contro gli ad-blockers

Jérôme FenoglioSono scesi in campo i direttori dei giornali in persona. Jérôme Fenoglio di Le Monde che ha appena rifatto il look dell’edizione del weekend con un nuovo lettering e bande di color arancione al posto del blu tradizionale della testata. Ma anche il direttore del settimanale l’Express, Christophe Barbier, fresco di remake di tutta la testata. Mentre il Figaro ha messo in rete un annuncio scioccante per dire che no, senza la pubblicità online, senza banner, pop-up, annunci animati e tendine che si aprono all’improvviso appena si clicca su un articolo, insomma senza tutte le diavolerie inventate dai creativi della pubblicità internettiana, c’è poca speranza per i siti dei giornali, quotidiani o settimanali, di sopravvivere. E’ la prima campagna di sistema messa in rete dagli editori francesi che producono siti e contenuti online, aderenti al Geste, Groupement des éditeurs de service en ligne, per provare a convincere gli internauti più sofisticati a bloccare l’utilizzo dei cosiddetti ad-blockers, le applicazioni che bloccano la pubblicità online. Secondo i dati resi noti il 9 marzo scorso dallo Iab, Interactive advertising bureau, e da Ipsos, pare che almeno il 30% dei navigatori francesi ne sia provvisto: un liceale parigino intervistato da Iab France ha svelato che nella sua classe tutti hanno installato un ad-blockers sul proprio computer e sul proprio tablet e che anche lui ce l’ha «parce-que je n’aime pas la pub, comme toute le monde», perché detesta la pubblicità come tutti. E’ proprio questo il terrore degli editori: che la publifobia, che qui in Francia è molto più diffusa che non in Italia e che trova sponde consenzienti nel sistema radiotelevisivo pubblico (arrivando al punto di ridurre al minino gli spot e gli annunci radio sulla base di decreti antipubblicitari emessi dal Csa, il Conseil Supérieur de l’Audiovisuel: vedere ItaliaOggi del 17 marzo), si estenda dai pubblici più avvertiti (quel 30% di internauti provvisti di ad-blockers) verso settori sempre più ampi di lettori. Da qui la campagna di sistema, una sorta di Pubblicità Progresso ma a favore degli annunci pubblicitari sui siti d’informazione. Il leitmotiv è proprio la qualità dell’offerta giornalistica. Impossibile senza le risorse dell’advertising. Il direttore di Le Monde spesso su posizioni anticapitalistiche, agita la mozione degli affetti: «Pour permettre à nos 400 journalistes de vous apporter une information de qualité, nous devons pouvoir compter sur les revenues de la publicité», scrive sull’homepage del sito. E’ vero quello che scrive Fenoglio: senza il fatturato pubblicitario, in assenza di un business model alternativo (le notizie a pagamento, il pay for read, hanno dimostrato di non funzionare e vedremo, per esempio, quanti abbonati genererà in Italia il nuovo sito del Corriere della Sera), non c’è editore che possa sostenere i costi di produzione di notizie e servizi. «L’utilisation de ad-blockers menace la survie même des sites de information», l’app di Ad-blocker è una minaccia serissima per tutti i siti d’informazione, lancia il grido d’allarme il direttore de l’Express, Barbier, e lo stesso hanno fatto i direttori di tutte le testate del gruppo Lagardère, da Paris Match ad Elle, in sciopero da alcuni giorni (il JDD, il Journal de Dimanche, non è uscito domenica scorsa, per la prima volta dalla sua fondazione quarant’anni fa) per un piano di ristrutturazione che prevede ben 220 licenziamenti (vedere ancora ItaliaOggi del 18 marzo). Funzioneranno gli appelli a digerire un po’ di pubblicità in cambio di una buona offerta giornalistica gratuita? «La campagna degli editori dura una settimana ed è indirizzata agli internauti più consapevoli. Vedremo come reagiranno», chiarisce Corinne Denis, la presidentessa del Geste. Una buona notizia arriva, nel frattempo, dalla redazione del Figaro. Nei primi giorni della campagna pro-pubblicità seimila lettori online hanno inserito il sito del giornale nell’elenco dei siti preferiti (anche con la pubblicità). Su Twitter, al contrario, piovono gli insulti. La convivenza tra pubblicità e informazione resta difficile.

di Giuseppe Corsentino, ItaliaOggi

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