L’INTERVISTA / “La destinazione di scopo si può fare studiando i modi”

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“POSITIVO CHE IL GIOCATORE SAPPIA COSA SI REALIZZA CON UNA QUOTA DI INCASSI” DICE IL SOTTOSEGRETARIO ALL’ECONOMIA BARETTA. “SOSTEGNO NON SOLTANTO ALLA LOTTA ALLE LUDOPATIE MA PENSIAMO ANCHE A PIANI DI OPERE DI UTILITA’ SOCIALE”

CASINO':DA USA A S.VINCENT, <a href= 30 ANNI FA PRIME SLOT IN ITALIA” width=”300″ height=”195″ />Riduzione del numero di slot e videolotteries presenti sul territorio, un impegno personale nella revisione non solo politica dell’intera industria del gioco. Ma soprattutto un’apertura per trovare un punto di caduta equilibrato tra le necessità proprie di un settore che fa industria dando da lavorare a 149mila persone e le esigenze di non vedere trasformata l’Italia in una gigantesca sala da gioco per pure necessità di erario. Pierpaolo Baretta, veneziano, classe 1949, sottosegretario al ministero dell’economia, è il politico che oggi conosce meglio di chiunque altro le difficoltà di un settore perennemente sul filo tra richiami della morale pubblica ed esigenze di cassa.
Una destinazione di scopo “stile UK” non aiuterebbe ad affrontare in maniera più matura e meno demagogica il dibattito sui giochi in Italia e le sfide che attendono questo settore in seguito alle misure previste dall’ultima legge di Stabilità?
«In linea generale sono d’accordo su questo percorso. La destinazione di scopo per alcune situazioni è molto positiva perché specifica esattamente al giocatore, senza mediazione, cosa si va a fare con una certa quota di incassi. C’è una comunicazione diretta».
In Italia primi accenni di destinazione di scopo sono al vaglio, ma riguardano prevalentemente la lotta alle ludopatie. Non sarebbe più opportuno allargare lo spettro ad altri servizi di pubblica utilità?
«Escludo che la destinazione di scopo sia uno scambio. Non posso arrivare a questo punto facendo aumentare i volumi di gioco. Altrimenti ritorneremmo al Decreto Abruzzo di Tremonti: dove quasi si assisteva all’esigenza di vedere aumentare la massa del gioco nel nome e per conto di uno scopo. Ma se usciamo da questa logica e immaginiamo invece che da un settore così complesso, con elementi di grande contraddittorietà, possa emergere un piano di opere, e quindi non solo lotta alla ludopatia, ma più in generale per i servizi sociali sul territorio, allora questo avrebbe un senso».
Destinare una parte delle entrate erariali dal giochi a fabbisogni tipo educazione, sanità, pubblica sicure, non aiuterebbe anche il bilancio pubblico, riducendo I trasferimenti agli enti locali?
«Non sono convinto che sia questo il percorso corretto. Se introducessimo questo aspetto, si arriverebbe immediatamente a una logica di scambio. Invece parliamo di un’altra partita. Le operazioni possibili sono due, o si estrae dai volumi degli incassi una quota destinandola a uno scopo specifico, come i 50 milioni destinati quest’anno alla lotta alla ludopatia. Oppure si può pensare a una tassa di scopo per un periodo, come quella fatta in occasione dell’entrata in Europa. Se serve fare una grande campagna di informazione, si potrebbe immaginare ad esempio per un singolo scopo».
Nelle ultime settimane si è tornati a parlare anche di una possibile riforma del casino.
«Ci sono due aspetti da prendere in considerazione. Le case da gioco sono da un lato in crisi e dall’altro tutte concentrate in un’area geografica che fa riferimento al nord del paese. Mentre c’è stata una proliferazione eccessiva di macchinette sull’intero territorio. E’ il momento di razionalizzare. Se si fa questa riflessione non si può escludere anche la revisione di questa materia. Questo non significa dare mano libera all’apertura di casino in tutto il paese, perché questo sarebbe dannoso e non è assolutamente nei nostri piani. Ma anche questo settore va ripensato, un po’ come si sta facendo per l’ippica».
Lei ha parlato della possibilità di arrivare anche a un contratto di filiera da inserire in una organizzazione più ampia del settore.
«La mia impressione è che il settore debba essere ripensato non solo dal punto di vista del prodotto ma anche della governance. Troppi concessionari e troppi gestori. Sono favorevole a forme di aggregazione. Una forma più industriale. ll contratto di filiera va in questa direzione e ridurrebbe il tasso di contenzioso all’interno della filiera stessa. Il contratto di filiera sarebbe un bel primo passo, senza nulla togliere alla contrattazione privata che rimarrebbe intatta».
Divieto di pubblicità.
«Su questo punto bisogna fare una distinzione. Un conto è la pubblicità del prodotto, del gioco, un conto è quella educativa. Con la legge di stabilità si è fatto un passo avanti importante. lo ero per un divieto totale come per i tabacchi. Ma lì eravamo aiutati dalle normative europee. Oggi non rimetterei in discussione quanto fatto nella stabilità. Già quello è un grande passo avanti». La scadenza del 30 aprile, prevista dalla legge di stabilità, è la data indicata per trovare un accordo in sede di conferenza unificata tra stato, regioni ed enti locali per la distribuzione territoriale delle sale da gioco. l’occasione giusta per arrivare a un’intesa. Con la Stabilità si sono fatti dei passi importanti sulla riduzione del numero di macchinette. Ma bisogna andare avanti senza dimenticare che gli investitori hanno bisogno di certezze, di chiarezza industriale per investire in questo paese. Il punto di equilibrio è molto delicato».

Repubblica / Affari e Finanza

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