Marchionne ha sconfitto Elkann. Renzi esagera, Berlusconi out…

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invito_KafkaRenzi oltre i limiti, ailment Berlusconi fuori gioco, De Benedetti maratoneta vincente, Campo Dall’Orto deludente. E ancora: Marchionne che ha sconfitto Elkann, i nuovi vertici Rai e due nomi che potrebbero rivoluzionare la politica italiana… Il potere ai raggi x: è un’analisi lucida e approfondita quella che Cesare Lanza, giornalista, scrittore, autore televisivo e regista cinematografico, traccia per Affaritaliani.it. Tutto nasce da una riflessione sul suo ultimo libro “Nel nome di Kafka l’assicuratore” (ed. “L’attimo fuggente”, casa editrice fondata dall’autore stesso), che sarà presentato martedì 15 marzo a Palazzo Alteri a Roma.
Molti scrittori hanno svolto un secondo lavoro per mantenersi. Una scelta (obbligata) che diventa anche un messaggio per l’Italia di oggi?
“Da Balzac a Dickens, da Dostoevskij a Stendhal, solo per citarne alcuni, un gran numero di autori di valore lavoravano come impiegati. Tra loro, alcuni erano proprio nel settore delle assicurazioni, come Kafka: Thomas Mann, William Faulkner, Jack London. Lo facevano per necessità, per avere uno stipendio. Ma Kafka, che ha iniziato alla sede di Praga delle Generali, aveva una particolarità: pur detestando la sua vita impiegatizia, si applicava con un rigore pazzesco e minuzioso. Se in Italia tutti facessero quello che devono fare con la stessa dedizione, le cose andrebbero meglio. Invece da noi i magistrati vogliono diventare politici o scrittori, gli imprenditori vogliono fare i politici pure loro, tutti gli italiani vorrebbero essere allenatori di calcio della nazionale. Solo in pochi fortunati riescono a fare il mestiere che amano. Ma l’80% dei cittadini è scontento del suo mestiere. La vita di Kafka ci spinge a recuperare un po’ il senso del dovere. Anche il suo libro “Il processo” è di grande attualità: l’impiegato Josef K. viene accusato, arrestato e processato per motivi misteriosi. Una storia surreale che anticipa molto dell’Italia di oggi, richiamando tanti casi di malagiustizia”.
Cesare Lanza, 1942, è nato a Cosenza e vive ora stabilmente a Roma, dopo aver girato l’Italia per vari incarichi professionali. Giornalista, nei suoi primi sessant’anni, ha diretto alcuni importanti quotidiani (Il Secolo XIX, Il Corriere d’Informazione, Il Lavoro, La Notte) e ha collaborato alle più prestigiose testate italiane. Nel primo decennio del terzo millennio ha lavorato soprattutto in televisione, come autore di popolari programmi su Rai 1 e Canale 5, dalle tre edizioni del Festival di Sanremo agli undici anni dei pomeriggi domenicali delle due emittenti. Tra le sue ultime pubblicazioni: Il cuore di Mattei, Elogio del gioco d’azzardo, Quei magnifici spot, Rosa Rosà (protagonista del futurismo).”Alle 5 della sera” – Ogni giorno, dal lunedì al venerdì, i suoi commenti “senza riguardi nei confronti di nessuno” si possono leggere sul sito www.cesarelanza.com.
A proposito di politica, come vede il governo Renzi?
“E’ il figlio mostruoso della nostra società disordinata e decadente. Indiscutibilmente è arrivato a impossessarsi del paese senza alcun passaggio elettorale e con una squadra di collaboratori e ministri che fanno rimpiangere i loro predecessori. Ci voleva una ventata di freschezza e lui ha saputo abilmente infilarsi, come un giaguaro, nel corridoio di insoddisfazione e stanchezza degli italiani durante il governo Letta. Ma poi è andato oltre. Dal caso vergognoso di Banca Etruria ad alcuni piccoli gesti come la mancata telefonata alle vedove dei tecnici italiani morti in Libia. Contemporaneamente va in tv da Barbara D’Urso a fare politica e si danno persino del tu. Renzi dimostra un’astuzia efficacissima, ma certi atteggiamenti alla fine si pagano. Lui è giovane, carino, sa parlare e sa dare speranza, ma se cambia idea troppo spesso, se non mantiene quello che promette o se commette gesti di disattenzione… Servono atteggiamenti che diano alle persone la sensazione di essere ben rappresentate”.
Un’alternativa a Matteo Renzi c’è?
“Lui si appoggia anche a questa idea che non ci sia un’alternativa valida alla sua figura. Ma io ho 74 anni e questa frase l’ho sentita un’infinità di volte, soprattutto durante la Prima Repubblica. Quando ci si stufava del governo, e succedeva spesso, un’alternativa veniva sempre fuori. Sento che una volontà di cambiamento in questo periodo sta emergendo. Mi incuriosisce il sordo riapparire di Monti, anche De Bortoli ha scritto che ha rilanciato l’Italia. E Bisignani che attacca Renzi…”
Berlusconi è ancora un leader?
“Secondo me ormai è fuori gioco. Lo dico proprio io che sono stato tra i pochi a intuire il suo ritorno quando si mise sul divano di Santoro e Travaglio. Vorrebbe però ritirarsi in un momento di serenità con il riconoscimento di essere stato uno statista, e non un avventuriero. Come imprenditore è stato eccezionale: ha creato un’alternativa alla Rai, cambiando i costumi dell’Italia, anche in peggio. Troppe ‘tette e culi’, lo dico io stesso che come autore televisivo ho contribuito a queste scelte e ora arrossisco un po’. Però prima c’era un monopolio e ora non c’è più grazie a lui. Ma come politico ha pensato solo a se stesso, alla ‘robbba’ di Verga”.
Qual è stato il suo limite?
“Io ho una mia visione psicanalitica della sua storia. Berlusconi vuole sempre piacere a tutti, è innegabile, cerca consenso e lo fa individuando dei nemici da abbattere, dai comunisti ai magistrati. Quando è riuscito a sbaragliare tutti alle elezioni, si è trovato di fronte un nemico inaspettato: se stesso. Ha dovuto misurarsi contro il sé più nero che lo illudeva di poter fare tutto. Pensava che tutto gli fosse ormai consentito e la situazione gli è sfuggita di mano. Penso al Rubygate e allo scandalo delle olgettine: con la spudoratezza si è giocato tutto”.
Chi potrebbe essere il nuovo leader di centrodestra?
“Berlusconi ha ammazzato ogni erede, ma un nuovo leader si troverà. Io ho due nomi. Il primo, anche se impossibile, è Vittorio Sgarbi: un capo ideale, coltissimo, capace di attaccare in maniera motivata qualsiasi avversario, ma troppo tendente all’eccesso. Il secondo nome è Vittorio Feltri, che non ha paura di niente ed ha un fiuto giornalistico straordinario, una grande capacità di capire gli eventi nel momento in cui accadono. Rappresenta una destra forte, ma non estrema”.
Salvini?
“Ha bisogno di tempo, non è ancora pronto. Deve smussare alcuni angoli per poter conquistare consenso. Piuttosto, proporrei una riflessione su altri tre nomi: Marchini, Della Valle, Passera. Sarebbero personaggi interessanti, ma non hanno capito che gli elettori li vedono come élite. Dovrebbero invece agire più che parlare. E far vedere in maniera strapopolare che possono far cambiare le cose. Bisogna conquistare gli italiani che non votano. Penso ai tassisti, che sono il termometro degli umori dell’Italia che cambia. Sono stati i primi a farmi capire le potenzialità della Lega e i primi a farmi intuire che iniziava la parabola discendente”.
Come sta cambiando l’Italia?
“L’Italia è in decadenza continua, con l’aggravante della situazione europea. O in Europa ci si mette in regola tutti o siamo soffocati, perché non possiamo liberarci. Siamo in gabbia. Ma dobbiamo ammettere la colpa della nostra generazione: abbiamo avuto troppo benessere, non abbiamo capito che non sarebbe stata una situazione stabile e che c’era molta corruzione in crescita. Abbiamo pensato che si potesse andare avanti all’infinito”.
Passiamo al giornalismo. Che cosa pensa della fusione tra la Repubblica e La Stampa?
“Dal punto di vista narrativo Carlo De Benedetti è il vincitore. E’ diventato leader. E’ sempre stato tacciato di essere lo speculatore e invece ha dimostrato di essere un maratoneta capace di arrivare al traguardo. Dal punto di vista più generale sono preoccupato perché questa aggregazione non favorisce certo la libertà di stampa. Ci sono siti e giornali di nicchia, è vero, ma resta una certa amarezza. Poi ci sono la sconfitta di Elkann, che è stato messo in riga da Marchionne, e questo comunicato della Fiat che dice di aver salvato per tre volte il Corriere. Un’affermazione esagerata, quasi una provocazione: davvero i salvataggi sono tre? Due basterebbero, secondo me, peraltro molto discutibili. Il primo fu, ai miei tempi, l’ingresso a favore di Giulia Maria Crespi, e presto la Fiat se ne uscì, con un importante guadagno. Il secondo in coincidenza con il caso Calvi/P2, quando Torino intervenne, ma l’erede della saga Rizzoli – Angelo, da poco defunto – si considerò, cifre alla mano, spolpato, se non rapinato dai nuovi azionisti. Il terzo “salvataggio”, si presume, dovrebbe essere l’aumento di capitale sostenuto dalla Fiat per consolidarsi come azionista di riferimento di Rcs. Ma i giornalisti ricordano sciagurati investimenti in Spagna, la depauperazione del patrimonio con la vendita dello storico edificio in Solferino, l’impoverimento e le perdite delle varie testate, i bilanci sempre sofferenti. Sparita FCA, principale azionista, gli altri proprietari dovranno trovare nuovi compagni di viaggio, e non sarà facile. Ci vorrebbe un investirore arabo o cinese, un Murdoch della situazione”.
Lei ha lavorato molto anche in televisione. Come vede gli attuali vertici Rai?
“Io sto scrivendo un dizionario sui personaggi Rai: i 50 migliori e i 50 peggiori. A lungo e invano ho chiesto un appuntamento a Campo Dall’Orto. Finora ha fatto solo flop. Ha già dimostrato che non risolverà i problemi e, anzi, temo che li aggreverà. Sui tre nuovi direttori di rete posso dire che per pregiudizio potrebbero essere criticabili, ma prima stiamo a vedere”.

Di Maria Carla Rota, Affari Italiani

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