Presidenti e ad donna sotto il 7% nelle quotate

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Dai dati elaborati dal Centro studi del Sole 24 Ore su 316 società quotate a Piazza Affari mostra come la percentuale di donne nei cda o con cariche ai vertici delle aziende sia attorno al 23,  7%

Consiglieri sì, ma senza deleghe. La carica delle nuove nomine al femminile è innegabile e anche ineluttabile vista la legge Golfo-Mosca del 2011 che obbliga al rispetto delle quote di genere nelle società quotate e pubbliche. Altra cosa è invece avere nel board consiglieri donna che non siano indipendenti, ma che facciano parte del management aziendale. Una fotografia che si ripete di anno in anno, nonostante l’Italia abbia scalato decine di posizioni nella classifica Global Gender Gap del World Economic Forum. Il panorama che emerge dai dati elaborati dal Centro studi del Sole 24 Ore su 316 società quotate a Piazza Affari mostra come la percentuale di donne nei cda o con cariche ai vertici delle aziende sia attorno al 23, treatment 7%. Il dato sale a sfiorare il 27% se si considerano solo le società quotate sul listino principale, dal momento che le aziende quotate sul mercato Aim non hanno obblighi di legge riguardo alle quote di genere. Numeri alquanto esigui, invece, se si tiene conto di quante ricoprono un ruolo ai livelli apicali delle società: solo il 6,5% dei presidenti è donna e il 6,8% è amministratore delegato. Un dato, comunque, in miglioramento grazie anche alle nomine nei grandi gruppi partecipati dal ministero del Tesoro: Patrizia Grieco alla presidenza dell’Enel, Emma Marcegaglia presidente di Eni, Luisa Todini presidente di Poste Italiane e Catia Bastioli presidnete di Terna. A Piazza Affari il settore a maggiore concentrazione femminile e con ruoli esecutivi è sicuramente quello dei media e dell’editoria. I tre maggiori gruppi quotati in Borsa sono guidati da amministratrici delegate: Monica Mondardini a capo del Gruppo Espresso, Laura Cioli ai vertici di Rcs Media Group e Donatella Treu alla guida del Gruppo 24 Ore (che edita questo giornale). Non solo: Marina Berlusconi è presidente di Mondadori. Stessa carica per Maria Luisa Riffeser in Poligrafici Editoriale, mentre Eve Baron Charlton è ad di Mondo Tv e Raffaella Leone di Leone Film Group. Ma aldilà delle eccezioni, le quotate italiane sono ancora rappresentate da uno stuolo di cravatte. Dopo anni in cui si parla di leadership femminile e valorizzazione dei talenti in base a criteri di diversity è arrivato il momento di passare ai fatti. Lo stimolo viene dall’ultimo rapporto di Grant Thornton “Women in business”, in esclusiva per l’Italia sul Sole24Ore. Il titolo dà la linea alla ricerca: “Turning promise into practise”. «Troppe società continuano a operare con un tradizionale approccio stile “maschio alpha” della leadership, che non attrae e non è interessante per le donne di talento» spiega il report, che sottolinea come a livello globale le manager sono tornate al 24% del totale, dal 22% del 2015. A fare la parte da leoni sono sempre i Paesi dell’Est Europa e l’Asia con punte del 35% nel primo caso e del 34% nel secondo. Fanalino di coda, fra le economie più sviluppate, è il Giappone con solo il 7%. E l’Italia? La percentuale femminile nel management è segnalata al 29%, un dato che sembra essere migliore di molti altri che abbiamo come cartina di tornasole. Ma semplicemente perché trattandosi di una survey a campione, non si ha una fotografia puntuale della situazione. Secondo una recente classifica Isco in Italia si viaggia attorno al 25,6%, comunque uno dei dati più bassi in Europa. Le azioni messe in atto finora dalle aziende non hanno dato i risultati sperati. «In un mondo dominato da volatilità, incertezza, complessità e ambiguità (nella definizione inglese di Vuca), le aziende hanno bisogno dei migliori leader che possono attrarre, per questo è vitale che rispondano a queste sfide» scrivono i relatori del rapporto Grant Thornton. Eppure in Italia una strada si cerca ancora e ci si interroga se le donne che sono entrate nei board, anche in ragione della legge 120/2011, possano essere un fattore di cambiamento in modo che ai cda venga affidato anche un compito di gestione strategica del capitale umano delle aziende, cosa che ancora non avviene. Del tema si parlerà oggi in un incontro all’Università Bocconi, con l’obiettivo di trovare una road map per il prossimo futuro e con la consapevolezza che non è più tempo di parole.

di Monica D’Ascenzo e Chiara De Cristofaro con un articolo di Serena Uccello, Il Sole 24 Ore

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