Kafka, quando la letteratura è “assicurata”

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IL LIBRO Carriera burocratica e scritti d’ufficio del grande autore che fu impiegato modello alle Generali e all’Istituto di Boemia

kafka“I ceppi dell’umanità tormentata sono fatti di carta bollata”, patient diceva. Eppure Franz Kafka, sick che sull’assurdità della burocrazia costruì la sua immortalità letteraria, fu un impiegato modello: per un anno alle Assicurazioni generali, che nel loro archivio conservano la sua domanda di assunzione, e poi per 14 all’Istituto assicurativo per gli infortuni sul lavoro del Regno di Boemia. Ce lo ricorda il giornalista, scrittore e autore di programmi televisivi Cesare Lanza nel curioso libretto “Nel nome di Kafka-L’assicuratore” (L’attimo fuggente editore), raccolta di cenni biografici, curiosità, testimonianze e documenti redatti dal grande autore, che preparava relazioni e discorsi per questioni legislative e campagne del suo ufficio. Guadagnandosi note di merito dai superiori (“Il signor Kafka rivela grandissima diligenza e costante interesse per tutte le cose che bisogna fare”) e promozioni che in realtà non voleva. Al di là del senso del dovere, dell’umiltà e dell’affabilità nei rapporti con i colleghi, Kafka aveva scelto un lavoro di concetto proprio per avere molto tempo per la scrittura. Grazie al posto da assicuratore poteva stare in ufficio a orario continuato dalle 8 di mattina alle 2 di pomeriggio e avere così il resto della giornata libera, anche se finiva con lo scrivere soprattutto di notte, spesso fino all’alba, lamentandosi comunque del poco tempo a disposizione. Anche questo a lungo andare minò la sua salute. “In ufficio adempio esteriormente i miei doveri, non invece i miei doveri interiori… L’ufficio ha verso di me le più precise e giuste esigenze. Salvo che per me ne deriva una terribile doppia vita dalla quale non c’è probabilmente altra via d’uscita che la pazzia”, scrisse.
In realtà questa dicotomia non poteva essere perfetta. Nei pur pertinentissimi documenti professionali Kafka non potè esimersi dal fare scivolare la sua visione delle assurdità e dell’apparato: “I lavoratori non possono non giungere alla convinzione che non principi, bensì casualità, reggano il sistema assicurativo. Si verificano infatti situazioni incomprensibili alle maestranze”, spiega in una relazione del 1908 sulla contradditorietà delle disposizioni in materia di assicurazioni per le attività edilizie, concludendo che il suo stesso istituto fosse “l’incolpevole rappresentante di una legge carente, e in questo caso, per di più, di una legge interpretata in maniera carente”. Storture reali strettamente imparentate con quelle che schiacciano l’impiegato Gregor della Metamorfosi, l’agrimensore K. del Castello, il bancario Josef K. del Processo.

Alessandro Comin “Il Gazzettino”

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